Vivalascuola. La scuola del malessere

Nell’affresco del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena si vedono i cittadini vivere nell’ordine e nell’armonia, mentre nell’affresco del Cattivo Governo si vede al centro la Tirannide, circondata da Avarizia, Superbia, Vanagloria. Gli effetti sono una città in rovina, dove dominano la divisione e la miseria. La “Buona Scuola” di Renzi è una città in rovina, quindi uno specchio del cattivo governo. Lungi dal creare ordine e armonia, essa ha portato nelle scuole competizione e conflittualità. La miseria c’era già da tempo. Il malessere della scuola diventa un chiaro giudizio politico ed è all’insegna del malessere il bilancio dell’anno scolastico, a firma di Tullio Carapella, che vivalascuola propone. Questa è l’ultima puntata del 2015-2016, a meno di necessità impreviste vivalascuola riprenderà a settembre. Per intanto, invitiamo a firmare per i referendum abrogativi di 4 commi della Legge 107, finché c’è tempo – entro fine giugno. Con un grazie di cuore a collaboratori e lettori e auguri di una buona estate a tutti.

2015-2016: un anno nella gabbia della “Buona Scuola”
di Tullio Carapella

La scuola del conto alla rovescia
Il calendario scolastico affisso alla parete della seconda è ormai ridotto quasi a un francobollo. È dal secondo giorno di scuola che Marco si occupa con pazienza e costanza di ritagliare i giorni trascorsi, uno dopo l’altro, un po’ come quei detenuti che, almeno nei romanzi, incidono tacche sull’intonaco della cella. Non c’è attività che Marco svolga a scuola con maggiore impegno, e non da oggi. Lo faceva già lo scorso anno e noi, potrebbe sembrare un sadico gioco dell’oca, lo abbiamo condannato a ripartire dal via. Lui, senza un cenno di protesta, ha abbassato la testa ed è tornato a settembre a ritagliare i giorni del suo secondo anno del secondo anno di scuole superiori.

Io invece, che per l’ottava volta provo a misurarmi con il racconto di un anno scolastico, credo sia giunto il momento di chiedersi se la scuola sia sempre stata un istituto di pena, o se lo sia diventata, e quando.

Osservo mio figlio di sei anni: fino al giugno 2015 entusiasta ad ogni risveglio, perché felice di entrare nella sua bellissima scuola dell’infanzia (statale), di ritrovare i suoi amici, di scoprire quotidianamente cose nuove giocando con le sue maestre. Al secondo mese di prima elementare, invece, una mattina, prima di superare il cancello, mi ha dato un bacio e mi ha detto: “per oggi va bene, ma ho deciso che da domani non vado più a scuola”, con l’aria seria seria di chi non ammette replica. Eppure non è un tipo “pesante”: ogni pomeriggio, quando suona la campana della fine delle lezioni, mi butta in braccio lo zaino e si mette a correre come un pazzo sul fazzoletto di verde che trova lì davanti, perché la sua felicità, e quella dei suoi compagni, ha troppa urgenza di esplodere.

Immagino che anche lui e i suoi amici facciano precedere il suono della campanella dell’uscita con qualcosa di simile al conto alla rovescia che fanno i miei alunni delle superiori, a partire da 10 secondi prima delle 14, ogni giorno. Anche questo glielo abbiamo insegnato noi, fedeli ai dettami ministeriali che ci vogliono sempre più anglosassoni, oggettivi e attenti al rispetto dei tempi.

Siamo noi a trasmettere l’ossessione dei secondi che passano, sin dal primo giorno di scuola del primo anno, e fino a l’ultimo, quando scriviamo a caratteri enormi (a scanso di equivoci) durante la terza prova dell’esame di stato: INIZIO ORE 8:23, FINE ORE 11:23 – IN BAGNO (SOLO SE NECESSARIO!) DALLE 10:23.

Si, lo so, suona un po’ ridicolo, e credo ridere di noi sia legittimo e sano, se le amenità sull’oggettiva valutazione delle performance non ci hanno ancora incrostato i neuroni. So che mio figlio e i suoi compagni (anime candide) hanno riso molto quando la maestra, poche mattine fa, ha solennemente contato alla rovescia, da sessanta fino a zero, il minuto che li separava dalla consegna di una verifica a detta sua “molto importante”. Poi aveva tolto loro i fogli, ma lui non ha capito perché, visto che non avevano ancora finito.

E oggi credo sia giusto che ce lo chiediamo anche noi: perché? Perché questa ossessione per il tempo che passa? Perché questa fretta di consegnare, di arrivare o, meglio, di finire, fosse pure per ricominciare da capo? Quale imprenditore sta aspettando con ansia Marco fuori dalla scuola? Cosa la scuola sta dando a Marco, oltre alla frustrazione di dichiararlo sempre inadeguato? E come vogliamo che affronti il “fuori” e il “dopo”? In altre parole: cosa davvero stiamo insegnando? Cosa dovremmo insegnare?

Lo so, forse il taglio di questo ennesimo bilancio rischia di diventare troppo personale, e, pur potendo promettere non tirare in ballo i miei figli di qui in avanti, so di non poter fare a meno di parlare dei miei alunni. Forse è che pago la crisi dell’ottavo e, probabilmente, ultimo anno, ma un bilancio credo si faccia a partire dalla analisi delle proprie tasche, o di quelle di chi ci circonda. Cerco di riferirmi in primo luogo agli studenti, perché la scuola è soprattutto per loro, ma vedere l’universale a partire dal particolare non è difficile.

Partiamo dalla coda: il concorsone magico
In linea con la suddetta ossessione per i test da superare nel più breve tempo possibile si sono svolte in questi giorni le oscene prove dei concorsi a cattedra, che hanno costretto i candidati a vomitare in 150 minuti tutto lo scibile umano sulle relative materie, organizzandolo in comode unità di apprendimento e corredandolo, ove richiesto, di bibliografia e filmografia.

Premetto che, per rendere meno pesante questo bilancio dell’anno scolastico, per la prima volta non starò a motivare ogni singolo giudizio di merito con decine di ragioni, ognuna corredata da link e riferimenti bibliografici (per verificare ogni affermazione in rete, del resto, bastano oggi due minuti). Nel caso delle prove scritte del concorsone, ad esempio, con una piccola ricerca si scoprirebbe che sono state talmente assurde da scandalizzare anche Galli della Loggia e il Corriere della Sera, che pure è stato tra i primi e più feroci strumenti di propaganda per l’affermazione della “meritocrazia” a scuola (con un appuntamento fisso sul tema sul quotidiano di via Solferino) attraverso la seriale somministrazione di “test oggettivi” per discenti e docenti.

La panacea della meritocrazia si è tradotta quindi nel primo concorsone dell’era della “buona scuola”, cioè in prove di selezione oscene non solo per come si stanno svolgendo, ma anche perché pretendono di far materializzare docenti migliori sostituendo il percorso almeno biennale delle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento con la roulette russa di tre prove da svolgere in un totale di poche decine di minuti. A ciò si aggiunga che i risultati dei test saranno corretti da svogliati docenti di ruolo, precettati letteralmente per pochi centesimi, e sono stati evidentemente scritti a Viale Trastevere da oscuri figuri che non hanno idea di cosa si faccia e cosa sia possibile fare in una classe. Talvolta, per condire le amene richieste, infilano qua e là perle in Inglese, quello degno del miglior Alberto Sordi. Ricordate quando il nostro mangia i “maccaroni” in Un americano a Roma?

Performance, measurement, competition… dove nasce la scuola cattiva (o “buona scuola”, se si preferisce)
Una mattina, era dicembre, mi son dovuto catapultare in una prima rimasta scoperta per l’assenza imprevista di un collega. Le ragazze e i ragazzi, constatata l’assenza, si erano messi comodi, come è naturale che sia per dei quattordicenni. In particolare, al terzo banco, Maria, che conoscevo poco, perché sino ad allora era stata quasi sempre assente. In quel momento stava ascoltando musica, col suo cellulare (o quello che era), che per regolamento disciplinare non si può tenere acceso, e per giunta con due piccole casse collegate. Confesso che ero impreparato in merito a cosa dicesse il regolamento circa l’uso di casse di amplificazione, ma ad occhio e croce ho pensato corresse l’obbligo di dire qualcosa. Le ho chiesto di spegnere, ma non poteva essere così facile, almeno per me, e lei infatti si è semplicemente rifiutata di farlo. Le ho chiesto allora di staccare le casse, ma anche in questo caso mi ha detto no. Allora ho provato a darmi un contegno autoritario e, tendendo un braccio con il palmo aperto rivolto all’insù, con voce calma ma decisa le ho chiesto di consegnarmi immediatamente quelle casse. E a questo punto è successo qualcosa di assolutamente imprevisto: Maria si è messa ad urlare che non mi dovevo permettere di metterle le mani addosso! L’ho lasciata fare, poi le ho confessato il mio stupore e le ho fatto notare che ci separavano almeno tre file di banchi e due di sedie e che, vista anche la mia statura, poteva stare tranquilla perché mai la mia mano avrebbe potuto raggiungerla. La risata delle sue amiche ha stemperato la tensione e lei stessa ha sorriso e si è rassegnata: le era andata male.

Maria e i suoi compagni sono tutti bravi ragazzi, e nelle settimane successive abbiamo imparato a conoscerci, così proprio loro mi hanno fatto comprendere il senso di quel cenno di sceneggiata. I ragazzi, sin dal primo anno di scuole superiori, se non prima, sanno esattamente cosa possono fare per colpire un docente, proprio sfruttando uno dei pilastri della propaganda sulla cosiddetta buona scuola: la valutazione dei docenti, la loro “valorizzazione” e, soprattutto, la loro licenziabilità. Tra i ragazzi quest’anno ha preso addirittura a circolare un simpatico vademecum su come far licenziare il proprio insegnante (soprattutto se è uno “relativamente nuovo”).

A me questo fa paura e non certo per il rischio di licenziamento. Credo ci siano ragioni perché faccia paura a chiunque viva la scuola: docenti, non docenti, genitori degli alunni e, soprattutto, le loro figlie e i loro figli. Nella scuola della competizione spietata, dove conta raggiungere il fine, e il fine è esclusivamente il voto “buono”, e non il come, né tantomeno la costruzione di una coscienza sociale e critica, ogni mezzo è lecito. In questa scuola (lontana anni luce dalle balle sull’inclusione, sulla “comunità educante” o dove “ci si prende cura”) ci si può fare molto male e, troppo spesso, i ragazzi giocano tra di loro al massacro come i capponi di Renzo.

La scuola dei genitori: i rapporti scuola-famiglia nell’era dell’oggettività
Se si è sinceramente convinti che per accompagnare al meglio il processo di crescita di bambine e bambini nella scuola sia necessaria la massima collaborazione tra chi ci lavora, chi ci studia e i loro genitori, allora bisogna moltiplicare i momenti di incontro e di confronto.

Può quindi capitare di convocare le famiglie di una classe per chiedere collaborazione, per spiegare che ci sono alcuni che si rivolgono ad altri alunni chiamandoli negri, froci, grassoni, o anche peggio… Spiegare che, malgrado la vittima di oggi abbia finto di sorridere e che per quanto non si possa escludere che diventi egli stesso domani carnefice di altri, il clima non è sereno e cova sotto la cenere tanta sofferenza. Spiegare che questa stessa sofferenza non è sin da subito priva di conseguenze per i loro figli e che, certo “altrove”, ha portato a singoli casi di gesti estremi… ma non è detto che le disgrazie accadano sempre altrove…

In una circostanza del genere potrebbe però capitarti che la maggior parte dei genitori ti guardino perplessi, chiedendoti più o meno esplicitamente perché li hai disturbati per qualcosa che rientra in fondo nell’ordine dei goliardici scherzi tra adolescenti. E allora, pazientemente, torni a spiegare, ti vedi costretto ad entrare più nel dettaglio, a dire che però ad ogni epiteto aggiungono il suffisso “di merda”: negro di merda, frocio di merda, grassone di merda… Per essere a quel punto interrotti da un papà che precisa che il prof. certo non sa quanti insulti deve sopportare suo figlio da parte dei negri che prendono il suo treno, certe mattine!

In questi casi ti cadono le braccia e capisci che è una lotta impari. Certo, non tutti i genitori sono così, e anche quelli non lo sono sempre stati, ma semplicemente hanno dato troppo ascolto alla narrazione ufficiale, quella che descrive la scuola come una disgrazia inevitabile, uno scoglio da superare in fretta, e i docenti come individui ignoranti e sadici, che vogliono fregare loro e i loro figli, perché, è un classico, “li hanno presi in antipatia”.

Talvolta, da ragazzi, un’era fa, anche noi dicevamo che i nostri professori ce l’avevano con noi, e credo avesse anche un effetto auto-assolutorio parzialmente benefico, ma anche i più arditi, quelli che avevano il coraggio di dirlo ai propri genitori, non riuscivano certo ad arruolarli in una crociata contro la categoria dei docenti e, nella migliore delle ipotesi, si sentivano rispondere che, simpatico o antipatico che fosse, poco cambiava: doveva studiare.

Nell’era della comunicazione globale le cose vanno invece diversamente: la propaganda diventa strumento capillare di informazione e formazione e i gruppi di discussione whatsapp e facebook sono casse di risonanza e di amplificazione per qualsiasi pettegolezzo, anche tra genitori. Questi ultimi quasi mai si incontrano davvero per guardarsi negli occhi, ma hanno l’illusione di aver costituito meravigliose comunità virtuali, buone anche per rimbalzarsi le cartoline d’auguri durante feste comandate. Si informano sul registro online, fanno spesso le pulci ai prof sul rispetto delle inevitabili “griglie di valutazione” delle verifiche, ritenendole una garanzia per cancellare le ingiustizie perpetrate dai docenti, senza nemmeno rendersi conto che sono spesso proprio quelle la tagliola che condanna i loro figli a prendere quattro.

Intanto, però, le riunioni dal vivo, unici seri momenti di incontro e confronto con i genitori, sono ogni giorno più desolanti e deserte.

La scuola degli alunni: un anno nella fossa della “buona scuola”
Chissà come mai chi, ultimamente, ha scritto le epocali riforme, quali “la buona scuola” e, poco prima, “la scuola riparte” non ha mai pensato di ripartire da un confronto reale, dal vivo, con chi la frequenta quotidianamente. Comprendere ad esempio come gli alunni vivono la scuola è sempre stato in fondo abbastanza semplice, perché con chi vuole ascoltare loro parlano, e nei loro temi scrivono e dicono cose spesso sorprendenti. Dovrebbe essere ancora più facile oggi, perché quest’anno è diventata molto diffusa la prassi di sottoporre loro e i loro familiari a questionari, peraltro rigidamente anonimi, “di gradimento”, per l’autovalutazione dei singoli Istituti.

In questi, in maniera quasi inaspettata, gli alunni sono molto meno severi nei confronti di docenti e non docenti di quanto non lo siano i loro stessi genitori e non manca chi segnala si essersi risollevato, in un momento difficile, grazie all’aiuto della professoressa Rossi o della bidella Marianna. Segno evidente da un lato che quanto riportano in famiglia non somiglia nemmeno lontanamente al disagio reale che provano a scuola e dall’altro che sanno di non poter attribuire quest’ultimo all’ignoranza o all’incapacità dei docenti, se non in casi eccezionali. Molto più spesso si lamentano dell’inutilità (vera o giudicata tale) dei programmi svolti, della difficoltà nel recuperare le loro lacune e dei riscaldamenti che non riscaldano, dei soffitti decrepiti, della poca cura che loro stessi mettono nel gestire il poco che hanno, insomma delle carenze strutturali della loro scuola e della sua angosciante bruttezza. Hai voglia a spiegare che il governo della buona scuola un anno fa ha stanziato tre, o forse dieci, o secondo altri cento (le cifre dei proclami sono sempre assai variabili) miliardi di euro per farle ancora più belle e solide, quelli obiettano che gli intonaci però cadono, che non hanno visto posare un solo mattone, che i termosifoni a volte vanno a volte no. I piccoli e i ragazzi, son così: se vedono che il re è nudo non c’è verso di convincerli che invece indossa un vestito bellissimo. Chi non li frequenta quotidianamente non sa quanto la bruttezza dell’ambiente ne condizioni l’umore, il comportamento e anche la voglia di migliorare.

Più ancora sono condizionati dai brutti voti. Ogni anno è peggio, e credo in larga parte dipenda anche dal diffondersi capillare di uno dei punti di forza della scuola 2.0: il registro online. Per alunne e alunni è diventato un po’ come il braccialetto elettronico per i detenuti e non è solo perché non si può nemmeno più marinare in santa pace la scuola, che subito si viene sgamati dai genitori. È che ogni voto è riprodotto in tempo reale e leggibile da qualsivoglia angolo del pianeta in qualunque momento. È indelebile e condiziona la media, anch’essa prodotta in tempo reale “dal programma”, senza alcun margine di ritocco e di interpretazione. Da alunno io, malgrado fossi bravino, qualche pessimo voto l’ho pure avuto: mi sono rimboccato le maniche, ho rimediato, ho fatto in modo che i miei genitori nemmeno lo sapessero.

Da docente sudo oggi le sette camicie per spiegare e rispiegare ai ragazzi il ritornello che la valutazione non è la misurazione, che quella che leggo lì è solo una media aritmetica, che anche i professori lo sanno che c’è sempre un giorno che un ragazzo “non ci sta con la testa”, per un qualunque motivo, e in fondo succede, ci sta… Vogliono allora capire perché non si possa ritoccare verso l’alto, un voto che nasce da un infortunio, o non si possa cancellare e devi allora spiegare che ogni voto nasce da una griglia di valutazione oggettiva di una verifica oggettiva, che oggettivamente non si può far sparire. Quindi la macchia “nel programma” resta, ma, spieghi già meno convinto, si può non tenerne conto.

I ragazzi ti guardano come fossi un extraterrestre, o un pazzo: sono letteralmente ossessionati dai voti e non ti credono, e forse hanno ragione, perché anche per molti miei colleghi quello che dico non è vero, perché nella scuola 2.0 forse la misurazione ha davvero sostituito la valutazione. E hanno un bel da fare, i ragazzi, calcolatrice alla mano, per provare a trovare l’errore “nel programma”: quello non sbaglia.

Così faccio una gran fatica, con Kevin, per riportarlo a godersi l’astuzia di Chichibio, perché non riesce a pensare ad altro che al suo ultimo 4 in Matematica che, a differenza della gamba della gru, non potrà scomparire. Per non dire di Fatima: l’ultimo 3 sciagurato in Anatomia ha portato la sua media a 4,875 e ora, se il prof accetterà di interrogarla, solo se avrà 8 potrà tornare a 5,5… e non è detto che basti! Recentemente, ripensando al suo anno scolastico, lei ha scritto che a gennaio c’erano momenti in cui credeva “di essere intrappolata in una fossa e di non poter uscire… e che ancora oggi è “intrappolata in quella fossa al terzo piano”. Fatima si è convinta di valere, in quanto persona, 4,875 o, meglio, lei è il 4,875 riportato sul monitor, proprio come Luca vale 7 e Nicola 5,5. Per noi, fino a pochissimi anni fa, erano qualcosa di più, forse perché non misuravamo continuamente il loro valore in decimi, ed eravamo talmente presuntuosi da pensare di poterli valutare meglio “del programma”.

Oggi, però, che possiamo finalmente schedarli ed etichettarli tutti (certo, se occorre, con una assai inclusiva griglia differente che tenga conto dei bisogni educativi speciali) in modo oggettivo, che abbiamo occupato la loro mente con l’ossessione totalizzante del voto e del titolo da acchiappare in fretta in qualunque modo, almeno siamo certi che hanno meno grilli per la testa. È questo che più mi sorprende dei “miei” ragazzi e che mi rattrista ancor più delle arie da bulli che si danno di tanto in tanto: gli adolescenti di oggi, o forse già i bambini, sognano in piccolo. Più passano gli anni e sempre meno si vedono come protagonisti della società nella quale vivranno. Certo, anche loro, a volte, hanno grandi desideri: vogliono, ad esempio, fare i ricchi da grandi, così da non dover lavorare, o essere celebri come i calciatori o le mogli dei calciatori. Altre volte sono anche molto meno superficiali, ma comunque mai, tra quelli che incrocio, c’è chi pensa di potersi impegnare , un giorno si sarebbe detto “di poter lottare”, per un mondo migliore.

Per loro il mondo è qualcosa di dato, certo non immutabile, perché spesso peggiora, come per volere del fato, come peggiora ogni giorno il mondo del lavoro che tanto li spaventa, ma rispetto al quale pensano di non poter fare nulla. Possono solo prenderne atto e, così come già fanno a scuola, trovare il modo per cavarsela, per ritagliarsi il pezzo di torta più grosso possibile alle condizioni date dall’ineluttabile destino.

La scuola dei prof 2.0: potenziatori, gommisti, esperti di intercapedini
A onor del vero bisogna dire che l’impegno sociale di molti docenti non è tanto più apprezzabile di quello dei loro alunni. Insegnanti e personale ATA non solo non credono, nella stragrande maggioranza, di poter far qualcosa per migliorare il mondo, ma nemmeno per migliorare la scuola stessa. Continuiamo così a subire passivamente l’erosione salariale che deriva dal secolare blocco contrattuale, il prolungamento sine die dell’età pensionabile, la prospettiva della fame se e quando ci andremo, in pensione, la progressiva perdita di diritti e il caos dovuto alla riforma di Renzi già in questo primo anno di (parziale) applicazione.

Anche gli scioperi, quest’anno, dopo le cifre da record registrate un anno fa contro “la buona scuola” del premier, sono tornati ad essere un affare per pochi intimi, facendo gongolare il ministro dell’istruzione, che ha tratto, da questa notizia, la conclusione che il governo, sulla scuola, è sulla buona strada. Ora sul punto un paio di cose vorrei pur dirle: in primis credo abbia poco da gongolare una persona che si ritrova ad essere la prima ministra dell’istruzione della quale i più non ricordano nemmeno il nome, perché il premier ha usato il tema della scuola e il corollario del piano straordinario di assunzioni come fonte di consensi, esautorando di fatto la Giannini. In secondo luogo che la stessa suona falsa e un tantino incoerente avendo affermato lo scorso anno, quando scioperavamo quasi tutti, che ci eravamo fatti infinocchiare dai sindacati e oggi, che scioperiamo in pochi, che la categoria ha finalmente acquisito un’intelligenza autonoma tale da riuscire ad apprezzare le meraviglie della buona scuola.

La verità è che non eravamo eroici combattenti lo scorso anno, perché all’adesione allo sciopero di maggio non avevamo fatto seguire una necessaria azione di protesta continua ed una azione di informazione capillare, e non siamo consenzienti quest’anno. Direi, al contrario, che proprio per averne saggiato i primi velenosi effetti i lavoratori della scuola sono oggi ancor meno felici di ieri della riforma renziana. I più, però, osservano le conseguenze nefaste con rassegnazione e cercano di salvare il salvabile alle condizioni date, talvolta con encomiabile buona volontà, certi di farlo nell’interesse dei propri alunni. Perché la “buona scuola” agisce su un corpo già malato, minandolo ulteriormente, porta all’affermarsi dei capisaldi di quella che era la proposta di “riforma Aprea” (che non sta bene chiamare così perché la Aprea si colloca, nel gioco delle parti parlamentare, sul fronte opposto) su quella che amano chiamare “la governance” e sui poteri dei presidi. Cancella gli spazi di confronto all’interno delle scuole e i poteri propri degli organismi di partecipazione diretta, quali il collegio dei docenti, privandoli di significato. Crea competizione, rivalità, incoraggia il servilismo nei confronti del “capo”, indirizzando il dialogo scolastico nella direzione opposta rispetto all’auspicata creazione di una comunità educante nella quale si partecipa e si collabora.

Lo fa con un pressapochismo e con una superficialità finanche sospetta, perché non si può essere così tanto goffi da inciampare con costanza su ogni singolo passo:

  • piano di assunzioni con le sue diverse fasi (da agosto a gennaio), con gratuite disparità, che hanno di fatto penalizzato spesso proprio i primi in graduatoria (quelli delle prime fasi) condannati talvolta a lasciare la famiglia per andare a lavorare a 1000 chilometri, a vantaggio degli ultimi, che hanno poi trovato lavoro magari sotto casa per effetto di un concorso fatti secoli fa e che nemmeno più ricordavano. Ottimo modo, non c’è che dire, per creare rivalità, se non odio;
  • definizione degli ambiti territoriali. Ancora oggi, mentre si espletano le diverse fasi dei trasferimenti, non si sa nemmeno bene quanti, quali, come e per chi siano;
  • indicazioni e gestione dei bonus per l’aggiornamento, cioè i famosi 500 euro, che non sono stati caricati su una tessera magnetica, come pure era scritto nella 107/2015, ma messi una tantum in busta paga, e il cui effettivo consumo per la formazione andrà rendicontato ad agosto presentando le fatture indicanti i propri dati identificativi. L’effetto è stato che, ad esempio, non si possono affatto utilizzare per entrare in un museo (provare per credere…) ma se ne stanno giovando i venditori di computer e istituti di formazione di amici degli amici nati ad hoc per rastrellare denaro;
  • indicazioni per la composizione dei comitati di valutazione di ogni istituzione scolastica, anche queste giunte in ritardo e con scarsissima chiarezza. Non è un caso se i suddetti comitati si stanno costituendo e riunendo solo in questi giorni per stabilire i criteri per l’attribuzione del bonus ai professori meritevoli, che poi saranno premiati con un obolo dal dirigente scolastico. Anche in questo caso una misura ad hoc per creare rivalità e competizione e per esporre i docenti meno meritevoli (o meno servi) al pubblico ludibrio. Almeno, però, in questo caso si è acceso un minimo di dibattito, che ha portato in alcuni casi al rifiuto di criteri ipoteticamente qualitativi per affermarne altri, puramente quantitativi (cioè per pagare attività extra che prima erano retribuite, ad esempio con quel fondo d’istituto che è stato depredato dagli ultimi governi). In altri casi ha portato al rifiuto, tout court, dello stesso bonus, o di nominare i due rappresentanti del collegio docenti, o, in ultimo, alla restituzione alla scuola di quanto eventualmente si dovesse ricevere.
  • indicazioni e applicazione della normativa relativa al potenziamento, cioè uno dei punti “di forza”, o meglio tra i più pubblicizzati delle “buona scuola”, con l’arruolamento di un piccolo esercito di decine di migliaia di docenti “potenziatori” in tutta Italia: autentiche ruote di scorta di un sistema scolastico che cammina zoppo. Quest’anno abbiamo potuto verificare con i nostri occhi (e loro sulla loro pelle) quanto possa essere triste, e poco dignitoso, fungere per nove mesi da prof-stampella. Dovevano entrare, talvolta in cinque, o anche in dieci, in ogni istituto, per dare un di più all’offerta formativa della singola scuola dell’autonomia. Così i collegi dei docenti, provando in fretta a rimediare al colpevole ritardo del ministero, si sono inventati progetti e proposte, che so, per l’attività di laboratorio di Fisica, o per l’Italiano per stranieri, o per il progetto di teatro. Poi però è successo che, spesso a gennaio, il ministero abbia arruolato quelli che aveva esigenza di assumere, perché precari da troppi anni e “bruciati” dalla riforma Gelmini (che nessuna parte politica sembra voler cancellare), con il risultato di dover costringere, ad esempio, i docenti di Arte nel laboratorio di Fisica, quelli di Filosofia in quello di Italiano L2, o quelli di Diritto a fare teatro. Malgrado ciò nelle scuole abbiamo incontrato giovani colleghi pieni di buona volontà, pronti a rimboccarsi le maniche e assumere con impegno anche i ruoli meno credibili, ma anche in questo caso le esigenze di risparmio hanno prevalso: ogni qualvolta c’era un buco da riempire, una supplenza da fare, questa assumeva la priorità e il singhiozzante progetto di potenziamento se ne andava a farsi benedire.

L’elenco dei casi in cui il governo ha mostrato un colpevole ritardo, con il corollario di indicazioni spesso confuse e contraddittorie, potrebbe continuare ancora a lungo, per concludersi, per il momento, con la pratica dei trasferimenti, anche questi suddivisi in fasi che si sovrappongono e si incrociano o con le indicazioni per gli organici per il prossimo anno scolastico, che ancora tardano a venire, o con il già citato concorsone (che peraltro garantirà ai nuovi assunti uno stipendio ridotto per almeno tre anni), o ancora con le commissioni per gli esami di stato, mai così in ritardo come quest’anno.

A tutti questi si sono poi aggiunte autentiche chicche, certo non tutte per “merito” esclusivo del governo, come la sentenza della Cassazione del 22 marzo relativa alla responsabilità oggettiva dei docenti se crolla un soffitto, secondo la quale se un edificio è pericolante spetta agli insegnanti farlo chiudere. La magistratura stabilisce quindi che non si possono certo condannare i governi di ogni colore se da decenni rinviano il piano straordinario per il censimento e la manutenzione dell’edilizia scolastica, ma che sia giusto colpire i docenti, correndo per noi l’obbligo di ispezionare anche i vani tecnici e ciò che si nasconde nelle intercapedini al di sopra delle controsoffittature.

La suddetta sentenza giunge a solo un mese di distanza dalle nuove indicazioni del Ministero relative agli obblighi di vigilanza dei docenti nel corso delle visite didattiche e viaggi d’istruzione, ed in particolare relative alle ditte di trasporti, i loro mezzi e il personale addetto alla guida (Circolare MIUR n. 674 del 3 febbraio 2016). A chi tra noi ha obiettato che stanno esagerando, che non possono chiederci anche di controllare se il pullman sul quale saliamo ha le carte in regola, o ha un battistrada troppo liscio, o la pressione dei pneumatici regolata male, i funzionari del Miur si sono affrettati a dire che in fondo nulla del genere era richiesto. Lo hanno fatto, però, perché evidentemente si erano soffermati sulla sola nota 674, senza leggere gli allegati, che loro stessi dovrebbero aver scritto e che ne sono parte integrante. Sul cosiddetto “vademecum”, ad esempio, c’è scritto non solo che “In maniera empirica si dovrà prestare attenzione alle caratteristiche costruttive, funzionali e ad alcuni importanti dispositivi di equipaggiamento: l’usura pneumatici, l’efficienza dei dispositivi visivi, di illuminazione, dei retrovisori” ma anche che “Nel corso del viaggio gli accompagnatori dovranno prestare attenzione al fatto (che) il conducente di un autobus non può assumere sostanze stupefacenti, psicotrope (psicofarmaci) né bevande alcoliche, neppure in modica quantità”.

Dobbiamo quindi non solo essere bravi gommisti, ma anche verificare che lo stato psicofisico dell’autista non desti preoccupazioni, che non abbia assunto alcolici o droghe prima che si metta alla guida, ripetendo magari il test del palloncino dopo ogni sosta all’autogrill, perché l’autista, subdolamente, potrebbe sempre farsi un cicchetto dietro la porta dei bagni. Con una circolare ministeriale del genere non può esserci alcun dubbio che un domani interverrà qualche sentenza esemplare contro il docente cane che non ha saputo impedire un tamponamento in tangenziale, così come in passato dei colleghi sono stati condannati per non avere, durante le gite, vigilato nottetempo in ogni singola camera d’albergo.

A fronte di questo inflessibile accanimento tanto del potere politico, quanto di quello giudiziario, nei confronti dei docenti, il prevedibile effetto sarà che nessuno vorrà più portare i ragazzi in gita, ed in fondo è giusto che sia così. È però davvero un peccato, perché generalmente non c’è contesto nel quale gli alunni si comportino meglio (anche gli incidenti sono statisticamente un’eccezione) ed è lì che scoprono spesso per la prima volta il piacere della scuola come comunità di simili, e apprezzano il docente, finalmente, come figura guida, fidata, affidabile, talvolta anche amica.

La buona scuola fuori dalla gabbia
Quella dei ragazzi molto più bravi in gita che non tra le quattro mura della loro scuola-prigione è quasi una costante. Girando tra monumenti e strade finalmente belle, sperimentando con le loro mani e insieme ai loro compagni il piacere della scoperta nei musei interattivi sembrano riscoprire quello che alla scuola dell’infanzia sapevano già: imparare è bello, condividere le conoscenze è un’avventura emozionante.

Peccato non ci si soffermi mai abbastanza a riflettere su quanto di buono nelle nostre scuole c’è già, peccato non lo facciano mai coloro i quali mettono mano alle riforme epocali! Scoprirebbero, immagino con sorpresa, che i miei alunni del professionale si appassionano se parli loro di arte, che rimangono a bocca aperta di fronte agli ori di Sant’Apollinare Nuovo o al rosso sulle labbra della Giuditta di Klimt. A loro, soprattutto a loro, i fanatici delle riforme iper moderne hanno invece riservato “più impresa”, e il rimedio delle ore in più di alternanza scuola-lavoro. O forse sarebbe più corretto dire che alle imprese hanno riservato più manovalanza: quella dei giovani diplomati la pagano (si fa per dire) ormai soltanto con i voucher, ai “nostri”, non ancora diplomati, non devono nemmeno quelli.

È la modernità, si dice, una modernità che puzza di antico e di reazionario. Spingendosi sulla strada della separazione delle carriere tra chi ha diritto a pensare, ossia l’élite che può frequentare i licei, e chi ha il dovere di lavorare (sempre che per la congiuntura non costituisca un esubero), si dovrebbe non solo favorire l’ingresso degli imprenditori nelle scuole, con le donazioni, con l’alternanza e con la partecipazione ai comitati di valutazione, così come si sta già facendo, ma anche affidare la formazione professionale non più al Miur, ma al ministero dell’economia, come coerentemente fece Gentile nel 1923.

È una provocazione (meglio precisare), anche perché non mi pare che i nostri ragazzi abbiano bisogno di carriere sempre più separate, ad esempio tra gli intelligenti e gli “inadatti” selezionati in terza media, ma dell’esatto contrario.

Scrive Michela: “Inizialmente quando dovevo scegliere la scuola, non avevo la minima idea di che indirizzo scegliere e di dove andare. Io penso che abbiamo 14/15 anni, e sono gli anni migliori e peggiori della nostra vita, in cui tutto è confuso, e noi, proprio in questi anni, dobbiamo decidere che cosa faremo per tutta la vita, dobbiamo decidere quale sarà il nostro futuro, e per me è una cosa assurda, ma nonostante il mio pensiero era arrivata l’ora di decidere”. Già, nonostante il suo pensiero…

Che bello sarebbe, invece, se si potesse creare una scuola nuova grazie al suo pensiero e a quelli di tante e tanti come lei! Come sarebbe bello se si potesse tener conto anche delle idee che ci siamo fatti della scuola anche noi insegnanti, perché (in un bilancio non bisognerebbe mai dimenticare i ringraziamenti) in questo anno, come e più che nei precedenti, ne ho conosciuti di ottimi, sempre pronti a collaborare e crescere insieme, fregandosene della competizione. Se un anno difficile non ha minato la mia voglia di entrare in classe e di fare qualcosa di buono e se mi resta la volontà di fare qualcosa perché la scuola migliori, o almeno non peggiori, è grazie a loro e grazie ai miei alunni, che non smettono mai di insegnarmi o di ricordarmi qualcosa di prezioso.

Michela, ad esempio, non può saperlo, ma della possibilità di non scegliere a 14 anni, ma solo dopo un biennio comune successivo alla scuola media, e di avere maggiori possibilità di passare da un canale all’altro si discute da anni, tra insegnanti, esperti di pedagogia e di scienze dell’educazione. Era anche tra le misure previste nella proposta di Legge di Iniziativa Popolare, ma anche di questa la riforma di Renzi non ha voluto tener conto. Del resto non somigliava nemmeno un po’ all’idea di scuola dell’Aprea, o di Treellle, o di Confindustria (che poi sono la stessa cosa), o degli organismi economici internazionali, perché anche le riforme originalissime dei governanti d’Europa si somigliano tutte, e la tiritera sugli stipendi legati al merito devono sopportarla oggi i docenti francesi, proprio come l’anno scorso le abbiamo dovute sopportare noi.

Almeno, però, i francesi sembrano meno propensi a farsi fregare, e anche con la tenace opposizione di questi giorni all’equivalente del “nostro” jobs act, stanno dimostrando che ribellarsi è possibile, che non è scritto da nessuna parte che dobbiamo rassegnarci al pessimo programma di accompagnamento dalla culla alla tomba che vogliono prevedere per i nostri ragazzi. Un programma coerente e lineare, fatto di scuole brutte e opprimenti, di schedature e valutazioni continue, di competizione e arrivismo fine a se stesso, perché destinato, nella migliore delle ipotesi, ad approdare ad un lavoro saltuario pagato con i buoni mensa, con una vecchiaia con pensioni da fame.

Anche il ’68 fu francese e in Italia arrivò solo nel ’69, forse manca da allora una stagione nella quale i giovani hanno la voglia di sognare un mondo migliore. Pensare che quel movimento abbia fallito solo perché il mondo non l’ha rivoltato come avrebbe voluto è da ingenui, se non altro perché non tiene conto di quanto abbia aiutato i ragazzi di allora a crescere “più sani”.

Affinché, però, il miracolo del contagio si ripeta di nuovo, è necessario operare sin da subito, a partire dalle condizioni date. È necessario, ad esempio, contribuire affinché si raggiungano le firme necessarie per arrivare ai referendum sociali (si può firmare in tutti gli uffici comunali), che, per quanto riguarda la scuola, si ripropongono di abrogare quattro pilastri della riforma renziana: dai contributi privati alle scuole all’alternanza scuola-lavoro, dalla chiamata diretta da parte dei presidi alla “valorizzazione del merito”.

Io stesso, devo confessarlo, non so dire se esista davvero la possibilità, almeno in Italia, di vincere una battaglia a partire da un referendum. So anch’io che la partita è truccata, perché a chi ha in mano le carte piace vincere facile, dovendo convincere anche solo il 25% a non votare, perché il restante il 25% di astensione è “endemico”. So che non è detto nemmeno che chi ha il potere rispetti gli esiti referendari, se non graditi.

Un referendum, però, serve anche e soprattutto per il dibattito che attiva, per le persone che ti consente di avvicinare, per confrontarsi, perché è la premessa per poi portare nelle piazze le nostre idee, proprio come i francesi, e per riscoprire il piacere di pensare che il nostro futuro dipende anche da noi, non da un ineluttabile destino, o da una proiezione di Confindustria.

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RISORSE IN RETE

Legge 13 luglio 2015, n. 107 qui.

La LIP – Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica

Questo è il sito della LIP e questo è il profilo facebook Adotta la LIP.

Qui si può leggere il pdf della tabella comparativa, tra la “Buona Scuola” di Renzi e la “Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica“.

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Unicobas, Anief, Gilda, Usb, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Cub, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Comitato Scuola Pubblica.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

ScuolaOggi, Educazione&Scuola, Aetnanet. Fuoriregistro, PavoneRisorse, Education 2.0, Aetnascuola, école, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Foruminsegnanti, Like@Rolling Stone, Associazione Nonunodimeno, Gessetti Rotti, Quando suona la campanella, Gli Asini

Siti di informazione scolastica

OrizzonteScuola, La Tecnica della Scuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini)

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