Giorgio Agamben

di
Roberto Plevano
27
(materiali di un progetto narrativo ancora in definizione. La conferenza di Giorgio Agamben trattò temi toccati ne Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività, Einaudi 1982 [sesta giornata].)

toccato da un angelo…

§ Giorgio Agamben

Luca P. vide per la prima volta Anna G. a una conferenza di Giorgio Agamben.

Si dovrebbe forse dire che Luca P. e Anna G. si incontrarono poco dopo l’applauso del partecipe pubblico – Giorgio Agamben è un docente prestigioso ed efficace, vale a dire comunicativo e profondo, e tenne quella conferenza quando aveva passato da poco i quarant’anni, che per gli uomini di lettere è un’età generalmente molto produttiva. Si presentava quindi con la giusta mescolanza di autorevolezza, eccellenza intellettuale e non eccessiva distanza anagrafica dagli studenti –, e appena fuori dalla sala conferenze; ma le accezioni di questo termine, incontrarsi, che connota lo stabilire rapporti tra persone, amichevoli od ostili che siano, e quindi un intero mondo di relazioni sociali, non sono una buona descrizione dei fatti successivi a quella conferenza.

Infatti Luca P. e Anna G. non si incontrarono mai davvero.

Non almeno secondo i valori più diffusi del lemma. Abbiamo dalla Crusca:

INCONTRARE v. tr. [Lat. occurrere, nancisci] Riscontrare, abbattersi in camminando, con chicchessia. 1. Dar di cozzo. 2. Accadere, avvenire, occorrere, succedere [Lat. evenire]. 3. Farsi incontro, affrontare.

Gli esempi d’uso suggeriscono l’accadere di un evento originante una qualche implicata conseguenza, come in Dante, Inf., c. 15: quando incontrammo d’anime una schiera / che venìan lungo l’argine.

Col tempo, si perse l’uso dei significati vicini all’etimo latino di ‘andare contro’. Il Devoto-Oli elenca sei accezioni per ‘incontrarsi’. Queste le prime tre:

INCONTRARSI v. intr. pronom. 1. Vedersi a un appuntamento. 2. Uscire insieme; avere una relazione sentimentale. 3. Conoscersi.

Il fatto che Luca P. e Anna G. non si incontrarono mai davvero (nel senso 3 di conoscersi) lasciò in lui un perpetuo cruccio, e in lei… eh, piacerebbe saperlo. Si può però immaginare un profondo dispetto, seguito da un’estraneata diffidenza, che stemperò infine in oblio pressoché definitivo. Ma cosa fu lasciato davvero nel cuore di lei?

Luca P. raccolse col tempo una varia e fornita biblioteca, ma, curiosamente, non aperse mai alcun libro di Giorgio Agamben.

Anna G., lavorando tenacemente, si fece una posizione nell’editoria (lei diceva ‘filiera del libro’) e non si occupò più di quello che aveva studiato con profitto all’università.

All’origine dunque del cruccio di lui e dell’immaginato dispetto di lei, ci fu dunque un malriuscito incontrarsi, iniziato la sera della conferenza di Giorgio Agamben, ma non perfezionato in modo da soddisfare la terza accezione registrata dal Devoto-Oli.

Alla conferenza, Luca P. avrebbe voluto scambiare qualche parola con Giorgio Agamben, non per desiderio di conoscenza, ma per fare sfoggio di alcune nozioni da poco incertamente apprese – non è da biasimare la presunzione degli studenti di filosofia: senza un’idea un poco irrealistica di se stessi non si immatricolerebbero in quella facoltà, e la costante preoccupazione di sé, che impegnava Luca P., gli faceva ricordare, delle lezioni, soprattutto le sue domande, ma non le risposte dei docenti, e pure ne ebbe di buoni (il desiderio di Luca P. di conversare con Giorgio Agamben tuttavia non venne meno negli anni a venire).

Fortuna volle che Luca P., a conferenza finita, non riuscì a farsi largo tra i molti che indugiavano e non parlò con Giorgio Agamben, risparmiandosi, senza saperlo, una probabilissima brutta figura. Si intrattenne invece sotto il quadriportico tardo-rinascimentale con due amici, chiamiamoli Silvia e Ugo, scambiando ad alta voce facezie da studenti sulla conferenza appena finita. Ugo, alla sinistra di Luca P., disse una cosa piuttosto arguta, e si rise. Silvia, alla destra di Luca P., gli presentò la sua amica venuta apposta per la conferenza, Anna G., anche lei studentessa di filosofia in un’altra Università.

Anna G. stava di fronte a Luca P., sorrideva, in modo spontaneo, forse anche naturale. Insomma, Anna G. pareva essere a suo agio tra loro, e pure destava in lui l’idea che altrimenti, altrove, sarebbe stata più sulle sue. Luca P. pensò che Anna G. fosse una ragazza-donna coltivata, e avesse piacere di stare con persone di cultura a lei pari (o quasi, o almeno compatibile).

Alla presenza di lei, che per la prima volta occupava una porzione significativa del suo campo visivo, Luca P. si sentì come incoraggiato a, e quasi in dovere di, dire qualcosa di importante; addirittura si persuase di essere, in qualche modo, importante. Era quell’idea irrealistica di sé, all’origine di un fondamentale fraintendimento riguardo al suo posto nel colonnato del quadriportico, nei pressi della sala della conferenza di Giorgio Agamben, e nel resto del mondo. Era il viso di Anna G., il sorriso amichevole, stranamente triste e stranamente familiare, che lo fece sentire benvenuto al mondo, come un bambino sotto gli occhi della madre, ma con in più il potere e l’entusiasmo di fare dei suoi vent’anni.

Luca P. allora non disse molto. Pensò alle sue possibilità, all’arco complessivo della sua vita di ragazzo-uomo fino a quel momento, arco che lui pensava ascendente verso un alto ancora indistinto, e pensò che comunque le esperienze che si possono aspettare, quelle che ancora dovevano venire, accadono in uno spazio e in un tempo giocoforza circoscritto, e sono finite di numero. Gli occhi grigio nebbia di Anna G. indugiavano su di lui, pesavano, così gli pareva, o era la luce troppo fioca, che scendeva dalle lampade delle volte polverose del quadriportico, che richiedeva un surplus di immaginazione per distinguere.

È l’essere finiti, pensò, che dà irripetibilità, drammaticità, e valore, alle cose e agli eventi, alla loro attesa. Bisogna vivere.

FINITUDINE s. f. La limitatezza come caratteristica determinante: la f. dell’essere umano.

E poi pensò: io sono finito, non sapendo ancora quanto questa sorta di locuzione mentale – si tratta di un giudizio – fosse effettivamente vera. Secondo Martin Heidegger, un filosofo la cui adesione al nazismo suscita sconcerto e scandalo, la finitudine umana (connessa ma non identica con la mortalità) indica la radicale dipendenza dell’essere umano da ciò che è dischiuso nell’esperienza, e quindi il pensare stesso.

FINITO agg. [part. pass. di finire] 1. Compiuto, concluso, terminato; espressioni: fam., farla finita. 2. Portato a compiutezza, perfettamente realizzato. 3. Irrimediabilmente esaurito sul piano spirituale e fisico. 4. Abile e competente in un’arte o in un’attività. 5. Limitato, determinato (solo in espressioni tecniche del linguaggio letterario, matematico, filosofico, grammaticale).

Le chiacchiere da studenti continuarono per un po’. Anna G., che viveva in una città vicina, era attesa in casa di parenti, forse una zia che aveva raccomandato di non fare tardi. Luca P. si offerse di accompagnarla in auto e le chiacchiere dei quattro ripresero lena nell’intimità dell’abitacolo. Fu soltanto dopo che Anna G. fu scesa dall’auto, attendendo che si aprisse il portone di casa – Luca P. ovviamente rimase lì fino allo scatto della serratura, non se ne sarebbe andato prima – che arrivò la domanda: e se ci si rivedesse

E se ci si rivedesse? Che ne pensi?

Luca P. allora non sapeva… Non si può nemmeno iniziare a elencare le cose che Luca P. non sapeva e non sapeva di non sapere, per difetto radicale di esperienza, a cominciare dal senso dell’umorismo. Questo però bisogna dirlo: Luca P. non sapeva che con le donne che leggono, che traducono libri, insomma che amano i libri, e che, con ogni probabilità, avrebbero scritto a tempo debito dei libri, ci sono sempre più cose di quello che sembra. Innamorarsi di una ragazza-donna che ha quella familiarità con i libri è un’avvenimento devastante, micidiale, e quando si comincia ad avere un qualche sospetto di questo fatto terribile non c’è più niente da fare. Che lo si voglia o no (da parte di entrambi, spesso), lei conduce in territori da cui non si torna indietro.

In seguito, a causa del probabile dispetto di lei, che seguì un qualcosa che c’era pure stato dopo la conferenza di Giorgio Agamben, elementari norme di buon comportamento, che hanno precedenza sul desiderio per necessità di convivenza sociale, dettarono la cessazione di qualunque rapporto tra Anna G. e Luca P.

Luca P. si attenne a queste norme per circa venticinque anni. Da subito però seppe che, in questo vasto mondo, un’altra Anna G. non c’era.

Con il conto degli anni, Luca P. cominciò a pensare che alla sua biblioteca mancava un libro, forse il più importante: una ratifica dell’accaduto, una validazione dell’esperienza passata e una definizione della presente. L’accaduto comprendeva la conoscenza e la memoria che lui aveva di Anna G., e le cose che non aveva potuto mandare giù.

Pensò insomma di passare dal lato del lettore a quello dello scrittore; e agire così in forma di discorso scritto, che è più stabile e duraturo del discorso parlato. Il discorso scritto non può prescindere dal momento comunicativo: anche lì sta la sua necessità, la sua insostituibilità.

È vero che su questo punto le opinioni divergono: Beppe Sebaste, mica uno qualsiasi, sostiene che scrivere è scrivere testi e sperimentare diversi stili e enunciazioni (non solo e non tanto degli enunciati, quindi), allargare l’area della letteratura (parallelamente a quella della coscienza), non confezionare e vendere “libri” che si assomiglino tutti, o di cui con una specie di sondaggio preventivo, come in politica, ci si è assicurati la leggibilità. La scrittura (né la letteratura) non ha niente a che fare con la leggibilità. Scrivere non c’entra nulla col mondo della comunicazione. La cosa più vicina alle questioni dello scrivere è la vita.

Luca P. non sarebbe stato proprio d’accordo con questa idea. Scrivere per lui non era tout court vivere, ma si avvicinava al momento cosciente, e quindi riflesso, della vita, che non può fare a meno del confronto con altre coscienze. Pensò allora che, tutto sommato, non fosse biasimevole farsi vivo con Anna G., suscitare in lei un qualche riscontro oggettivo della sua esistenza, e con ciò ridestare implicitamente un qualcosa di quel qualcosa che c’era stato.

Luca P. desiderava soltanto che Anna G. leggesse quello che di suo pugno andava scrivendo e, con ciò, iniziasse finalmente a conoscerlo. Era una cosa difficile, la cui legittimità era tutta da vedere, ma Luca P. non voleva altro e ci si impegnò con tutte le sue forze. Avrebbe invece dovuto considerare meglio: validare a posteriori un’amara esperienza in forma di scrittura è quasi sempre un’illusione consolatoria. E che dire dell’interruzione dell’oblio pressoché totale in cui Luca P. era disceso nell’animo di Anna G.? Era una cosa buona? Ma Luca P. non pensava davvero a nient’altro.

No, anzi, c’era dell’altro. Luca P. voleva occupare un qualche posto nella ‘filiera del libro’ che gli assicurasse visibilità nell’orizzonte professionale di Anna G.; voleva insomma giungerle a vista, disperando di poter toccare il suo cuore. Voleva apparire, per lo meno, come un essere umano credibile. Questa era una cosa difficilissima; di fatto, un’impresa impossibile.

E fu anche un’ingenuità e un errore di giudizio, a proposito del senso del tempo e della natura del volere, per non parlare della deroga alle elementari norme di buon comportamento. Qui senso viene usato nella triplice accezione di significato, sentimento e direzione.

SENSO sost. m. [lat. sēnsus, der. di sentire «percepire», part. pass. sensus] 1. Facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni. 2. Stato fisico, psichico o sentimentale indefinito ma comunque intenso, spesso sinon. di sentimento: Commoverammi il cor; quando mi fia / Ogni beltate o di natura o d’arte, / Fatta inanime e muta; ogni altro senso, / Ogni tenero affetto, ignoto e strano (Leopardi). 3. Quanto è intelligibile o disponibile alla percezione, con riferimento a espressioni linguistiche (singole parole, frasi, locuzioni); contenuto logico o d’idee sostanzialmente valido. Sinon. di significato 4. Orientazione, direzione di un movimento, anche figurato, p. es. lungo una retta o una circonferenza; distinzione tra due modi di percorso, p. es. nella circolazione stradale; o in senso orario, senso antiorario riferito al movimento delle lancette dell’orologio.

E, a considerare ancora meglio, chi ha più tempo di leggere davvero, oggi, oltre i doveri professionali? Di aprirli per personale interesse e piacere, i libri, e starcisi sopra? I lavoratori della ‘filiera del libro’ assistono con sgomento e incredulità al venir meno dell’oggetto del loro lavoro, a cominciare dal fine, cioè il senso del libro: l’essere letto. Assistono alla scomparsa dei lettori (per non parlare di stipendi e redditi dipendenti dall’esistenza dei lettori aventi capacità di spesa). C’è chi sussurra addirittura la parola ‘estinzione’.

‘Senso’ è parola ardua da usare in un discorso, a causa della sua polisemia, ma è quasi impossibile farne a meno. C’è il rischio che del discorso non si capisca il senso.

Luca P. non poteva risolversi ad altro, essendo lui nato in seno alla civiltà del libro. Secondo l’idea un poco irrealistica che aveva di se stesso, Luca P. credeva di essere il personaggio principale di una storia da narrare: in forma scritta, senza dubbio più stabile e duratura della forma parlata. Credeva che una storia esista per raccontare il personaggio: ne va della sua stessa unica, insostituibile vita.

Un’ermeneutica più realistica dovrebbe invece considerare l’inverso: i personaggi esistono per raccontare una storia. Sono insomma sostituibili.

Ma Luca P. era stato preso dalla suggestione di un film piaciuto parecchio, Lo stato delle cose. Nelle scene finali – plausibili soltanto se ci si lascia sedurre da un protagonista che per metà del film tiene il muso, per l’altra metà è incontenibilmente logorroico (l’attore è Patrick Bauchau, da poco passata la quarantina) e da un soggetto che non sembra portare da nessuna parte – il regista e il produttore di un film a corto di finanziamenti vagano e sproloquiano, senza dialogare davvero, per un’intera notte, senza meta, nei boulevard di Los Angeles, che non è nemmeno una città, è l’estremo dove si esauriscono l’occidente e tutte le sue storie, senza un centro, senza un fine. Ma senza una storia…

Those fuckin’ sharks, sitting in that screening room… they’re looking for a fuckin’ story… they wanted a fuckin’ story.

Without a story you’re dead

7 pensieri su “Giorgio Agamben

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