Intervista a Stefano Zangrando su “Amateurs”

Amateurs
di Elisabetta Bortolotti

È una delle figure più poliedriche e cosmopolite del panorama letterario transalpino: scrittore, insegnante, studioso e traduttore, Stefano Zangrando, bolzanino d’origine e residente a Rovereto, è un pendolare instancabile fra le culture italiana e tedesca. Forse anche per l’impegno profuso in questa funzione di mediatore, come narratore taceva da qualche anno: risale ormai al 2009 la raccolta di racconti Quando si vive, che uscì per l’editore Keller all’epoca in cui Zangrando era borsista presso l’Accademia delle Arti di Berlino. Nacque proprio in quei mesi, del resto, il primo abbozzo del romanzo pubblicato di recente da Alpha Beta Verlag di Merano. Amateurs, questo il titolo, è la storia giocosa e sofisticata, ma solo all’apparenza frivola, di due giovani intellettuali altoatesini, uno di madrelingua italiana e l’altro tedesca, che s’incontrano a Berlino in una primavera d’inizio millennio. Sono giornate chiave per la capitale tedesca: fra la Walpurgisnacht, la “notte delle streghe”, e le dimostrazioni di piazza per la festa del lavoro, la città è teatro di scene di massa, le stesse in cui Valentino e Gerwin si muovono con le loro personali inquietudini, anelando amori irraggiungibili e dialogando sui massimi sistemi. Accanto a loro, coloriti personaggi di contorno contribuiscono a sospingere la storia verso un finale a sorpresa. Abbiamo intervistato l’autore.

Dopo il tuo romanzo d’esordio Il libro di Egon (2005), è già il tuo secondo libro ambientato a Berlino: qual è la ragione di questa scelta?

Frequento Berlino da molto tempo, ci ho studiato e lavorato a più riprese, ho persone care che ci vivono e mi ci sento a casa. La moda e il destino di questa città, che negli ultimi anni è divenuta sempre più una capitale di culto, ne stanno corrodendo il fascino, ma per me rimane un luogo d’elezione, adatto ad ambientare storie che mettano alla prova i miei personaggi e le loro illusioni, o che permettano loro di confrontarsi con fenomeni che la provincia non offre.

Per esempio?

Per esempio l’esperienza della folla, che la provincia offre solo allo stadio, un luogo che mi interessa meno e non immune da tinte totalitarie. Invece la festa metropolitana di massa, d’evasione o politica che sia, disinibisce e rende lirici, è una splendida illusione di libertà, tuttavia riserva anche momenti d’inerzia o di noia. E questi sono forse i più interessanti, perché è lì che ritroviamo la ragione e ci scopriamo insulsi, ma sono anche i momenti più delicati da raccontare.

Valentino e Gerwin però non sembrano annoiarsi, anzi inseguono i loro scopi con determinazione.

Se è per questo non sono neanche molto bravi a usare la ragione. Ma ciò fa parte della loro natura ibrida: non si annoiano, ma neppure partecipano attivamente. Non sono adulti, ma neanche più tanto giovani. Non sono stupidi, ma neanche così intelligenti come credono. Non sgradevoli, ma neppure davvero attraenti. Sono appunto degli amateurs, dei dilettanti della vita e dell’amore, come gli altri personaggi del libro. Si muovono sempre sulla soglia fra due condizioni.

Le loro origini altoatesine hanno comunque una funzione importante nello scioglimento della trama.

Ce l’hanno, ma soltanto in forma parodica. Amateurs è un romanzo che fa sul serio, cioè cerca di dire qualcosa sull’esistenza umana, senza prendere sul serio se stesso e le cose, nemmeno l’origine dei protagonisti. Valentino crederà di trovare nella diversa matrice “etnica” di Gerwin, come si diceva anni fa in Alto Adige, una chiave per la comprensione definitiva dei loro desideri. Ma anche questa alla fine si rivela un’illusione, perché diversamente da quel che ci piace credere, come scrisse Pirandello, «la vita non conclude».

Pirandello: è una dichiarazione di ascendenza poetica?

In un certo senso. I miei modelli sono in gran parte ancora i grandi modernisti europei che un secolo fa svilupparono l’arte romanzesca a un livello rimasto insuperato. Ma dietro Valentino e Gerwin si agitano anche gli spettri, forse contrariati dalla loro pochezza, di coppie vetuste come Don Chisciotte e Sancho Panza o Jacques il fatalista e il suo padrone. È a grandi autori come Cervantes, Diderot o Gombrowicz che devo il mio amore per la letteratura. E ovviamente a Milan Kundera, il grande nonno vivente della mia famiglia estetica.

Dicevi che il tuo libro cerca di dire qualcosa sull’esistenza umana. Puoi anticipare qualcosa a chi non l’ha ancora letto?

Un tema è senza dubbio quello del senso. Tutti cerchiamo appigli per trovare un significato alla nostra vita. C’è chi li trova nella religione, chi in una passione più secolare, chi negli affetti. Ma in fondo sappiamo che questo senso non esiste di per sé: siamo noi a conferirlo all’esistenza, pretendendo di interpretare la realtà, scovando segni a destra e a manca. L’arte romanzesca ci insegna invece, socraticamente, a trovare una saggezza nell’incertezza, nel dubbio, nel disincanto. Amateurs è un modesto contributo a questa forma di saggezza.

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