I maschi che uccidono

di
Roberto Plevano

Dobbiamo spostare la questione dalle donne agli uomini: la loro voce non si sente.
È a ognuno di loro che lanciamo un appello: costruire una rete di uomini contro la violenza sulle donne.

(Lucia Annibali e Alessia Morani)

Cinquanta donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno, in maniere raccapriccianti, da uomini con cui avevano o avevano avuto una relazione, spesso significativa. Una strage intollerabile. Cercare una soluzione è un dovere di ognuno di noi. Le donne muoiono, sono uccise, in quanto donne, per quello che sono, non per quello che hanno commesso, o per quello che gli uccisori credono che abbiano commesso.

Si sollecita l’opinione maschile, l’impegno in una battaglia culturale che sradichi atavici modi di pensare, le radici velenose della mentalità patriarcale, straordinariamente tenaci, secondo cui la donna non possiede autonomia e dipende comunque, per tutta la vita, da una figura maschile: padre, fratello, marito, figli. Michele Serra, nella sua rubrica di ieri, si appella a una rinnovata battaglia politica e culturale: “costumi e comportamenti di massa – dice – sono largamente influenzati, e sovente migliorati, dalla temperie politica e culturale dell’epoca”, addossando così parte della responsabilità del femminicidio, che non accenna ad arrestarsi, al discorso pubblico “in una società smagata, relativista più per sfinimento che per cinismo.”

Se il femminismo ha prodotto una cultura della specifico femminile, non altrettanto è successo per una cultura dello specifico maschile. Gli intellettuali maschi hanno sempre parlato in nome e per conto dell’umanità tutta: è questa la nostra cultura, e questa è la difficoltà di un uomo a parlare di altri uomini in quanto maschi e non confondersi nella schiera degli assassini. Ma la storia occidentale è questa, è la storia della guerra, è la storia di Caino. Le vittime sono sempre le sorelle degli uccisori. Chi ha potere di parola, l’uomo bene educato e bene istruito, parla protestando tacitamente la propria innocenza, e deve dare conto di questa realtà intollerabile, che un uomo, in condizioni di stress emotivo, semplicemente uccide la donna che dice di amare, invece di prendersene cura e proteggerla.

Alcune osservazioni. Quasi tutti gli uccisori non hanno una storia criminale alle spalle, non sono avvezzi a una vita che contempli la violenza come mezzo di soluzione dei conflitti, né, nella maggior parte dei casi, hanno trascorsi di cure psichiatriche. Benché lungamente pensate, le uccisioni non sembrano premeditate con lucidità e freddezza. I mezzi spesso sono stranamente incongruenti: l’assassino di Sara aveva una pistola, e tuttavia usa le mani e del liquido infiammabile. Anche se le uccisioni sembrano l’effetto di raptus o di stati di temporanea incapacità, tuttavia sono sempre atti di violenza mirati al debole: ancora l’assassino di Sara si è ben guardato dal confrontarsi con altri uomini nella vita della ragazza. In breve, sono persone comuni, e come con molti uomini comuni, le loro azioni mostrano un tratto di viltà, che, probabilmente, ha toccato anche altri aspetti della loro vita.

E c’è senza dubbio un enorme problema culturale, di pieno e assoluto riconoscimento e rispetto dell’altro, nella sua libertà e autonomia, ma su questo non è il caso di farsi troppe illusioni: la cultura, la scolarizzazione, i livelli di civiltà stanno facendo un po’ ovunque passi indietro. E quanto più i cliché, e conformismi sono diffusi e alimentati da un sistema di intrattenimento di massa che non è mai andato troppo per il sottile, tanto più prevale l’incapacità di mediare, confrontare, comprendere il dolore e i dolori dei nostri simili.

Quello che manca, in una società che pone modelli di affermazione personale in termini di immediata soddisfazione (del bisogno di riconoscimento sociale, di gratificazioni materiali, sessuali) è la coscienza del dolore. Occorrerebbe imparare il dolore, che è l’esperienza della propria solitudine e morte. Imparare l’angoscia che è parte della vita di tutti e non si può sopprimere. Costruire da sé risorse per fronteggiare il dolore dell’inevitabile perdita della persona amata. Questo è il significato profondo della fine della giovinezza e del diventare adulti. Molti degli uomini assassini di donne possiedono evidentemente un senso di sé costruito con gli elementi più superficiali della comunicazione di massa, e hanno mancato questo passaggio fondamentale. Sono falliti come uomini che costruiscono e preservano; si sono fatti uomini che distruggono, e questo è accaduto ben prima della violenza che li consegna alla cronaca.

La fine di una relazione può essere una sofferenza indicibile, più ancora della morte di un congiunto: è, in un certo senso, una calamità peggiore della propria stessa morte. È facile mutare la sofferenza in rancore, dare la colpa di questa sofferenza all’altro, perché chi soffre non sempre comprende la sofferenza, può non esserne letteralmente capace: allora ha in mente se stesso e nient’altro. La libertà dell’altro non è contemplata, perché non si concepisce neppure la propria libertà.

Un pensiero su “I maschi che uccidono

  1. Porrei attenzione a quello che accade “ben prima della violenza..”viene a mancare la percezione di pericolo..da entrambe le parti..da tutte le parti..chi li conosce,se intervistati, prima che addolorati ,esprimono sorpresa,incredulita’..inoltre mi sembra di capire che si colpisce in modo trasversale per fasce d’eta’,cultura,reg.geografiche…come un terreno minato sai che oggi o domani “improvvisamente” ,con stupore quella mina saltera’…e ogni volta che succede m’interrogo..non voglio essere ne’ sorpresa,ne’ stupita.

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