Il morto colore del mare – IO

di
Roberto Plevano
Cappellino-Niviuk_scheda
§ IO

Ecco la parola il cui significato, nel lessico delle lingue indoeuropee, è il più arduo da precisare, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e altri libri ancora.

IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso. È comprensibile quindi la difficoltà di precisazione.

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, e anche un’autoreferenzialità paradossale.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»

E forse questa ossessione nel domandarsi «Che cosa sono?», questo bisogno di definire, se stessi in primo luogo, si è esteso a tutte le cose, facendo del mondo “un’immane raccolta di oggetti”, secondo la nota osservazione di Karl Marx, un autore (di cui Giorgio Agamben ha dato un’acuta interpretazione) che lo scrivente ha imparaticciato al liceo. «Che cosa è questo?», vale a dire, «che cosa ne posso fare di questo?», perché di un oggetto si può sempre fare un qualche uso.

È lo scrivente che qui dice IO. Può? Posso? Ecco, l’ho appena detto.

«IO stesso, almeno, sono forse qualche cosa?»

Ecco, questa mattina (perché sono una cosa che lavora meglio di mattina), lo scrivente è, sono, questa cosa qui: IO sono gia avanti con gli anni e le donne non mi guardano più da un bel po’. Lo vedo al bar, al momento dello spritz: sono sotto la linea di rilevamento dei loro radar (quindi, a causa loro, rischio di non essere nemmeno un “che cosa è quello lì?”). Per sembrare un poco meno vecchio, per darmi un’aria sportiva, IO ho preso l’abitudine di mettermi un cappello con la visiera, tipo quelli da baseball, che ha il vantaggio addizionale di celare la pelata. Ancora però non ho notato il ritorno di donneschi sguardi, e non è che in passato siano stati abbondanti. Magari cambierò cappello, potrei usarne uno a tese larghe, tipo da pescatore, che occulti anche le rughette davanti alle orecchie.

Ma che cosa è costui che chiede se IO sono qualche cosa? È, sono, questo ente che gira per le vie di questa città sotto un cappellino da baseball. Per ora può bastare.

Ah, è meglio scansare l’equivoco: io sono la cosa sotto il discutibile cappellino da baseball, non sono Luca P., Dio me ne scampi, né Luca P. è il distillato di alcune idee che posso avere, o avere avuto, intorno a me stesso, una proiezione, come si dice, o un alter ego di me stesso. Luca P. è solo uno che tempo fa ha tampinato una come Anna G.

TAMPINARE v. tr. [da tampinà, ‘importunare’ voce milan. di origine ignota] Assillare, importunare, molestare qualcuno, soprattutto seguendolo con insistenza: io l’ho già intravista, la squinzia, in un ridotto del giardino, dietro una piramide di bosso, che si lascia t. da uno (Buzzati).

E anche in seguito, Luca P. è diventato quello che è sempre stato: un presuntuoso dilettante di provincia, mica come me. Solo che lui ha avuto il culo del dilettante: si è trovato, per caso e a sua insaputa, al posto giusto nel momento giusto, e, ben al di là dei suoi dubbi meriti, si è assicurato un contratto presso una casa editrice molto seria, se per ‘serio’ non si intendono solo quelle cose da intellettuali e filosofi (che per lo più sono gentaglia, individui deboli e infingardi, pronti a chinare la schiena e strisciare davanti al potente. Si esclude ovviamente Giorgio Agamben). Con il contratto firmato in tasca, Luca P., sempre più assorbito da e con se stesso, da presuntuoso dilettante che era, e che sempre sarà, si è fatto anche uno stronzetto vanitoso. E chi lo tiene più? Lui è l’auctor, titolare unico dell’Officio del Narrare. Me lo vedo, a girare per le vie della sua città, tronfio e corpacciuto come un tacchino, col bastone da passeggio – come se la sua claudicanza, così smaccatamente affettata, sia l’indizio di una’esperienza profonda e sofferta del mondo e degli uomini –, sotto un panama che neanche Hemingway a L’Avana… Ma io me ne intendo, di tipi come lui: sotto il panama niente.

A dire la verità, ignoro quasi del tutto se Luca P. stesso si sia preso la briga di raccontare di sé e delle cose che lo fanno sentire importante. Anche l’aria farebbe sentire importanti i palloncini, se i palloncini pensassero, cioè se avessero un IO, vale a dire “una mente, o un animo, o un intelletto, o una ragione, parole di ignoto significato”, direbbe ammiccando Luca P., che ha fatto studi di filosofia dopo il liceo, proprio come Anna G. Ma io non intendo parlare di Luca P., bensì di ME.

Di ME che scrivo – sono una cosa che scrive –, tenendo sotto gli occhi, sul piano della scrivania, da sinistra a destra: il Dizionario di psicologia di U. Galimberti (UTET) sopra il nuovo Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di M. Cortelazzo e P Zolli (Zanichelli) (sì, anche gli Aggettivi Maiuscoli, non c’è più religione); alcuni numeri de La Lettura, inserto domenicale (ma si trova anche gli altri giorni) del Corriere della Sera che mai, dico mai riesco a leggere, e accumulo; due agende con la copertina rossa; un taccuino con la rilegatura artigianale in pelle ornata di perline stile fricchettone che fa figo quando lo tiro fuori, con aria ispirata, al tavolino del bar (ma anche così non vengo rilevato da alcuno sguardo donnesco); Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice (un’edizione in copertina rigida allegata al Piccolo di Trieste trovata in un mercatino a 50 centesimi, senza il Piccolo); un Post-it® giallo, c’è scritto LASCI UN SEGNO? con un cuoricino sotto e la firma M., appiccicato all’iMac® 27” in (su? con? Mah… Non si dice “scrivere nel computer’, ma si dice ‘scrivere nel quaderno’; ‘scrivere sulla carta, sulla sabbia, sull’acqua’ ma non ‘scrivere sul computer’, a meno che non si voglia vandalizzare lo schermo. Ecc. ecc.) cui scrivo, e che è costato un botto, ma mi piace avere uno schermo grande e aprire tante finestre e impantanarmi in tante occasioni di distrazioni; Ultima rumba all’Avana di Fernando Velázquez Medina, tradotto da Marino Magliani (il canneto editore), che è un romanzo sconcissimo e divertentissimo, e tragico come il cammino finale dei condannati a morte; i tre volumi del Dizionario patristico e di antichità cristiane (Marietti); un iPad®; il mio telefono Android, che funge anche da e-reader quando sono in coda da qualche parte, e un sacco di altre cose; un vecchio computer portatile Samsung® che gira Windows XP®, che non riceverà mai più aggiornamenti e il cui “supporto è terminato” (l’obsolescenza programmata è la prova che ci stanno a pigliare per i fondelli, l’orologio del nonno ha fatto la campagna d’Africa e gira ancora benissimo); matite, gomme, penne gel Pilot G-2® 07 colore blu navy calligrafico, rarissime; altri libri, e fogli e foglietti e faldoni dal contenuto… eh, sono uno che scrive, mica ho trovato molto di meglio da fare finora. IO mi riconosco in questi oggetti.

Sono anche uno che indulge alle lusinghe della socializzazione tecnologica, della strana concordia che pare instaurarsi in cinque minuti tra persone altrimenti assolutamente estranee, che non si sono mai guardate negli occhi, di cui si conosce però il nome e qualche trascorso.

INDULGERE v. tr. e intr. [dal lat. indulgēre, di origine incerta] 1. tr., (arc.) Concedere benignamente: la virtù che lo sguardo m’indulse (Dante). Con accezione più partic., giudicare benevolmente, senza severità (cfr. indulgente): lietamente a me medesma indulgo La cagion di mia sorte, e non mi noia (Dante). 2. intr. (aus. avere) Acconsentire, essere condiscendente, secondare (+ a): i. ai capricci dei bambini, alle richieste dei dipendenti. Per estens., non opporre resistenza, abbandonarsi, cedere per inclinazione naturale o momentanea disposizione d’animo (+ a, in): i. alla (o nella) passione del gioco, del bere; Fauno primigenio, Fiero cantava nell’ima Valle, indulgendo al suo genio (Pascoli).
Part. pres. indulgènte, solo come agg.

Ho invece superato da anni la fase degli insulti gettati alla cieca a fantasmi celati dietro un nickname, un nome di fantasia, una fantasia spesso sordida. (Ricordo un tale Blackjack, a.k.a. Giocatore d’Azzardo, che provocava e che ho mandato più volte a cagare; un po’ mi dispiace ora, se me lo fossi trovato davanti, in carne e ossa, mi sarei espresso diversamente, la comunicazione tra gli esseri umani richiede un contatto diretto visivo e sonoro per perfezionarsi: devi vedere una faccia, sentire una voce, percepire la sudorazione.)

So però che la socializzazione tecnologica è inautentica, artefatta. Propone un’identità vaga, abbreviata, ripulita alla bell’e meglio delle parti poco convenienti con il discorso sociale predominante, cioè i veri caratteri individuali. Da persone ci facciamo clichés, misuriamo la riuscita della nostra persona attraverso la popolarità del cliché a cui affidiamo la nostra esistenza sociale.

IO IO IO. A cosa stai pensando, IO? Non sarai tu, caro IO, anche tu, un fabbricato cliché, qualcosa a cui si è tanto abituati che non ci si fa caso e lo si prende soltanto quando asseconda certe aspettative e non pone troppe pretese? Comunque sia, ci tengo al mio IO, ne sono molto contento (oddio, forse troppo), non lo cambierei con niente al mondo. Ho passato tutta la vita a tenerlo insieme.

(capitoli precedenti qui:
Giorgio Agamben)

3 pensieri su “Il morto colore del mare – IO

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...