IO

di
Roberto Plevano
Cappellino-Niviuk_scheda
§ IO

Ecco la parola più difficile da definire, a dispetto della sua brevità, tanto che non se ne dà qui, in queste pagine, alcuna voce di vocabolario: occuperebbe l’intero libro, e molti altri ancora.

Per limitarci alle lingue indoeuropee: IO ME ICH SELBST IK JAG JE MOI I SELF YO EU JA EGO EGOMET ecc. ecc.

Trattasi di pronome con cui l’essere umano designa se stesso: il significato varia con le infinite idee che gli esseri umani hanno di se stessi. L’univocazione è impossibile: il pronome viene predicato da esperienze diverse, ma non sempre si usa lo scrupolo di distinguere: «IO sono un cittadino che paga le tasse», «IO sono innamorato», «IO sono un animale che pensa» (l’ultima frase è il giudizio di un ottimista).

In seno alla civiltà del libro, il riferirsi a se stesso dell’essere umano è diventato la sua definizione, in un’autoreferenzialità paradossale. L’analisi critica di questo riferimento finisce col contraddire pressoché tutte le credenze che gli esseri umani intrattengono su loro stessi, le relazioni tra loro, il loro posto e destino nel mondo che abitano.

Ma non sono questi tempi propensi all’analisi critica.

«IO sono qualche cosa? E che cosa sono?»

«IO sono IO, e che altro?»

«Io sono una tautologia».

Non sa bene che cosa sia, ma IO usa un lessico colto. Non si discute qui dei differenti casi grammaticali, secondo cui il primo IO è soggetto della proposizione, il secondo IO è predicato nominale, perché qui non siamo nella scuola primaria.

E forse questa ossessione nel domandarsi «Che cosa sono?», questo bisogno di definire, se stessi in primo luogo, si è esteso a tutte le cose, facendo del mondo un’immane raccolta di oggetti, secondo la nota osservazione di Karl Marx, un autore (di cui Giorgio Agamben non condivide le premesse di metodo) che lo scrivente ha imparaticciato al liceo.

«Che cosa è questo?», vale a dire, «quale relazione si stabilisce tra ME e questo?», e, per la necessità del sopravvivere e del vivere, «che cosa posso ricavare da questo?», perché di un oggetto si può sempre e soltanto fare un qualche uso.

Si avverte che IO indica generalmente la persona cosciente che presiede all’esperienza, ME lo stesso IO come termine di una rete di relazioni. Si aggiunge che la parola persona deriverebbe da un termine etrusco che significava la maschera teatrale, e quindi, se l’origine delle parole aiuta a comprenderle, ciò che ognuno ha di più proprio è in definitiva qualcosa che si indossa (e che si può levare di dosso).

Il filosofo greco Epitteto, che, pare, era zoppo, ha questo da dire sulla persona che ogni uomo pensa di essere (la traduzione è di Giacomo Leopardi):

Sovvengati che tu non sei qui altro che attore di un dramma, il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. E se a costui piace che tu rappresenti la persona di un mendico, studia di rappresentarla acconciamente. Il simile se ti è assegnata la persona di un zoppo, di un magistrato, di un uomo comune. Atteso che a te si aspetta solamente di rappresentare bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.

È lo scrivente che qui dice IO, secondo la volontà del poeta. Può? Posso? Ecco, l’ho appena detto. Ho detto IO, che significa corpo, materia, forma, ossa di ME individuo, ma più precisamente il passare di queste cose, cioè l’intera mia storia e ciò che ho commesso in questa storia, di cui ho vaga, incerta coscienza ma di cui sono imputabile. La catena dei fatti che mi riguardano, in estrema sincope. Rimuovendo quella, scompaio IO.

SINCOPE s. f. [dal gr. συγκοπή, der. di συγκόπτω «spezzare»]. – 1. Nel linguaggio medico, sospensione, per lo più transitoria, della coscienza, provocata da improvvisa carenza a livello cerebrale di ossigeno e di glicosio (per crisi acuta di ipotensione arteriosa, per turbe circolatorie cerebrali, per alterata funzionalità cardiaca, ecc.). 2. In linguistica, caduta di un suono o di un gruppo di suoni all’interno di una parola (per es., l’ital. verde dal lat. virĭdis, con sincope della vocale -i- interna). 3. In musica, procedimento per il quale una nota ha il suo attacco su un’unità di tempo debole e si prolunga sull’unità forte successiva, impedendo di percepire fonicamente la percussione dell’accento forte di quest’ultima; tale procedimento, spec. se ripetuto più volte a breve intervallo, come per es. nelle danze del tipo ragtime, produce, a causa del conseguente spostamento di accenti, un’impressione di agitazione e di instabilità.

Ma storia in che senso? Un accumulo, o uno scorrere, o un respiro ritmico – dal momento che senza respiro IO viene meno? Mah… A rappresentare bene quella qual si sia persona che mi è destinata, a me viene in mente una pozza d’acqua, come gli stagni dove si abbeverano le vacche in montagna. Dal fondo salgono bolle che increspano la superficie, la fanno ruvida di onde concentriche che si intersecano e si complicano vicendevolmente. Ecco, IO è tutto questo, acqua, bolle, fondo limaccioso, fermentazione di escrementi bovini, alghe, microfauna, marciume; la superficie mossa è il pensare, il tempo diventa sentire quando si considera l’allargarsi di una delle onde e si perde di vista la simultaneità di tutto ciò che accade.

«IO stesso, almeno, sono forse qualche cosa?»

Sono l’idea di persona scelta da un altro che è l’idea di ME, così flottante, délicate, précieuse, dice Marcel Mauss?

Ecco, questa mattina (perché sono una cosa che lavora meglio al mattino), lo scrivente è, sono, questa cosa qui: IO sono una cosa gia avanti con gli anni (non ho buona memoria e quindi dimentico spesso la la simultaneità del tutto). Le donne che mi vedono – se mi vedono – non mi guardano più da un bel po’. Lo vedo al momento dello spritz: sono sotto la linea di rilevamento dei loro radar (quindi, a causa loro, rischio di non essere nemmeno un “che cosa è quello lì?”). Per sembrare un poco meno stagionato (perché IO sono stagionato, con grazia ma stagionato, non raccontiamocela, che sia stata la volontà del poeta o i geni che mi porto appresso), per darmi un’aria meno stantia, IO ho preso l’abitudine di mettermi un cappello con la visiera, tipo quelli da baseball, che ha il vantaggio addizionale di celare la pelata. Ancora però non ho notato il ritorno di donneschi sguardi, e non è che in passato siano stati abbondanti. Magari cambierò cappello, potrei usarne uno a tese larghe, tipo da pescatore, che occulti anche le rughette davanti alle orecchie.

Ma che cosa è costui che chiede se IO sono qualche cosa? È, sono, questo ente che gira per le vie di questa città sotto un cappellino da baseball. Questa, per ora, la definizione della dramatis persona, scelta, non lo dimentico, da un altro.

Ah, è meglio scansare l’equivoco: IO sono la cosa sotto il discutibile cappellino da baseball, non sono Luca P., Dio me ne scampi, né Luca è il distillato di alcune idee che posso avere, o avere avuto, intorno a me stesso, una proiezione, come si dice, o un alter ego di me stesso. Lui parla sempre in terza persona (credendo di essere lui la volontà del poeta), è un tipo importante, consapevole di se stesso, di essere una sorta di ordine oggettivo, di coordinate spazio-temporali in cui individuare un’area di coscienza. IO invece, discorrendo di me stesso e con me stesso, sono la prima persona (più che un ordine, un accadere) e considero le terze una fabbricazione posticcia, un conveniente costrutto intellettuale.

Luca P. in realtà è solo uno che tempo fa ha tampinato una come Anna G., di professione agente editoriale (ma lei dice: lavoratrice della filiera del libro).

TAMPINARE v. tr. [da tampinà, ‘importunare’ voce milan. di origine ignota] Assillare, importunare, molestare qualcuno, soprattutto seguendolo con insistenza: io l’ho già intravista, la squinzia, in un ridotto del giardino, dietro una piramide di bosso, che si lascia t. da uno (Buzzati).

E anche in seguito, Luca è diventato quello che è sempre stato: un presuntuoso dilettante di provincia, mica come me. Solo che lui ha avuto il culo del dilettante: si è trovato, per caso e a sua insaputa, al posto giusto nel momento giusto, e, ben al di là dei suoi dubbi meriti, si è assicurato un contratto presso una casa editrice molto seria, se per ‘serio’ non si intendono solo quelle cose da intellettuali e filosofi (che per lo più sono gentaglia, individui deboli e infingardi, intellettualmente disonesti, pronti a chinare la schiena e strisciare davanti al potente. Si esclude ovviamente Giorgio Agamben). Con il contratto firmato in tasca, Luca, sempre più assorbito da e con se stesso, da presuntuoso dilettante che era, e che sempre sarà, ha ottenuto la promozione a stronzetto vanitoso. E chi lo tiene più? Lui è l’auctor, incaricato speciale dell’Ufficio del Narrare. Me lo vedo, a girare per le vie della sua città, tronfio e corpacciuto come un tacchino, col bastone da passeggio – come se la sua claudicanza, così smaccatamente affettata, sia l’indizio di una’esperienza profonda e sofferta del mondo e degli uomini –, sotto un panama che neanche Hemingway a L’Avana… Ma io me ne intendo, di tipi come lui: sotto il panama niente.

A dire la verità, ignoro se Luca stesso si sia preso la briga di raccontare di sé e delle cose che lo fanno sentire importante. Anche l’aria farebbe sentire importanti i palloncini, se i palloncini pensassero, cioè se avessero un IO, vale a dire “una mente, o un animo, o un intelletto, o una ragione, parole di ignoto significato”, direbbe ammiccando Luca, che ha fatto studi di filosofia dopo il liceo, proprio come Anna. Ma io non intendo parlare di Luca, bensì di ME.

Di ME che scrivo – sono una cosa che scrive –, tenendo sotto gli occhi, sul piano della scrivania, da sinistra a destra: il Dizionario di psicologia di U. Galimberti (UTET) sopra il nuovo Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di M. Cortelazzo e P Zolli (Zanichelli) (sì, con gli Aggettivi Maiuscoli, non c’è più religione); alcuni numeri de La Lettura, inserto domenicale (ma si trova anche gli altri giorni) del Corriere della Sera che mai, dico mai riesco a leggere, e accumulo; due agende con la copertina rossa; un taccuino con la rilegatura artigianale in pelle ornata di perline stile fricchettone che fa figo quando lo tiro fuori, con aria ispirata, al tavolino del bar (ma anche così non vengo rilevato da alcuno sguardo donnesco. E se dicessi che sono uno scrittore, come mi guarderebbero le impossibili donne?); Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice (un’edizione in copertina rigida allegata al Piccolo di Trieste trovata in un mercatino a 50 centesimi, senza il Piccolo, che regalerò a uno scrittore di passaggio, che è anche traduttore, di cui dirò il nome tra qualche riga); un Post-it® giallo, c’è scritto LASCI UN SEGNO? con un cuoricino sotto e la firma M., appiccicato all’iMac® 27” in (su? con? Mah… Non si dice “scrivere nel computer’, ma si dice ‘scrivere nel quaderno’; ‘scrivere sulla carta, sulla sabbia, sull’acqua’ ma non ‘scrivere sul computer’, a meno che non si voglia vandalizzare lo schermo. Ecc. ecc.) cui scrivo, e che è costato un botto, ma mi piace avere uno schermo grande e aprire tante finestre e impantanarmi in tante occasioni di distrazioni; Ultima rumba all’Avana di Fernando Velázquez Medina, tradotto da Marino Magliani (il canneto editore), che è un romanzo sconcissimo e divertentissimo, e tragico come il cammino finale dei condannati a morte; i tre volumi del Dizionario patristico e di antichità cristiane (Marietti); un iPad®; il mio telefono Android, che funge anche da e-reader quando sono in coda da qualche parte, e un sacco di altre cose; un vecchio computer portatile Samsung® che gira Windows XP®, che non riceverà mai più aggiornamenti e il cui “supporto è terminato” (l’obsolescenza programmata è la prova che ci stanno a pigliare per i fondelli, l’orologio del nonno ha fatto la campagna d’Africa e gira ancora benissimo); matite, gomme, penne gel Pilot G-2® 07 colore blu navy calligrafico, difficili da trovare; altri libri, e fogli e foglietti e faldoni dal contenuto… eh, sono uno che scrive, mica ho trovato molto di meglio da fare finora. IO mi riconosco in questi oggetti.

Sono anche uno che indulge alle lusinghe della socializzazione tecnologica, della strana concordia che pare instaurarsi in cinque minuti tra persone altrimenti assolutamente estranee, che non si sono mai guardate negli occhi, di cui si conosce però il nome e qualche trascorso.

INDULGERE v. tr. e intr. [dal lat. indulgēre, di origine incerta] 1. tr., (arc.) Concedere benignamente: la virtù che lo sguardo m’indulse (Dante). Con accezione più partic., giudicare benevolmente, senza severità (cfr. indulgente): lietamente a me medesma indulgo La cagion di mia sorte, e non mi noia (Dante). 2. intr. (aus. avere) Acconsentire, essere condiscendente, secondare (+ a): i. ai capricci dei bambini, alle richieste dei dipendenti. Per estens., non opporre resistenza, abbandonarsi, cedere per inclinazione naturale o momentanea disposizione d’animo (+ a, in): i. alla (o nella) passione del gioco, del bere; Fauno primigenio, Fiero cantava nell’ima Valle, indulgendo al suo genio (Pascoli).
Part. pres. indulgènte, solo come agg.

Ho invece lasciato alle spalle la fase degli insulti gettati alla cieca a fantasmi celati dietro nick, nomi di fantasia, spesso sordida.

(Ricordo un tale Jack di Picche, a.k.a. The Gambler, che provocava e che ho mandato più volte villanamente a quel paese; un po’ mi dispiace ora, se me lo fossi trovato davanti, in carne e ossa, mi sarei espresso diversamente. La comunicazione tra gli esseri umani richiede un contatto diretto visivo e sonoro per perfezionarsi: devi vedere una faccia, sentire una voce, percepire la sudorazione.)

So però che la socializzazione tecnologica è inautentica, artefatta. Propone un’identità vaga, abbreviata, ripulita alla bell’e meglio delle parti poco convenienti con il discorso sociale predominante, cioè i veri caratteri individuali. Da persone ci facciamo clichés, misuriamo la riuscita della nostra persona attraverso la popolarità del cliché a cui affidiamo la nostra esistenza sociale.

IO IO IO. A cosa stai pensando, IO? Non sarai tu, caro IO, anche tu, un fabbricato cliché, qualcosa a cui si è tanto abituati da non farci caso e accontentarsene quando asseconda certe aspettative e non pone troppe pretese? Comunque sia, ci tengo al mio IO, ne sono molto soddisfatto (oddio, forse troppo), non lo cambierei con niente al mondo. Ne abbiamo visto di belle, ho passato tutta la vita a tenerlo insieme.

(capitoli precedenti qui:
Giorgio Agamben)

3 pensieri su “IO

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