Uscire da sé come la rosa. Ida Vallerugo

Vallerugo

Poesie tratte da Stanza di confine – Ida Vallerugo

Crocetti Editore

A cura di Barbara Pesaresi

 

da “Viaggio col padre”

 

Rettilineo

 

Dimmi, padre, dove stiamo noi

figli di una madre esiliata smemorata del luogo

in cui nacque e in nessun luogo si ferma

                         su nessun cuscino riposa

                         dove stiamo se non su un rettilineo?

 

Se non rettilineo strada

se tutta curve e muri e sterri e foibe e ritorni,

                                                    sempre rettilineo

 

ché se ti pensi su una strada

pensi a quel tratto di strada che occupi

fra la folla o al semaforo e passano le immagini, corrono

la nuca bionda si sta girando, un gemello un amore

o con gli occhiali a specchio il fato?

 

O all’improvviso frenando sul mare

e rovesciando la testa, sorridendo a occhi chiusi

all’ipotesi che ordina e distende il tuo caos.

 

Perché allora mi sento derubata?

E immergo la mano.

                         Ora il mare ha forma di mano.

 

O profughi, scendendo nel fosso

 

la faccia alla terra, è salda nel buio, sicura la terra,

ma lo troveremo, padre, lo troveremo un luogo

                          non sicuro ma non estraneo.

 

Tempo di profughi, nostro tempo.

Quel colpo di tergicristalli              mondo

per togliere la polvere                    vedere meglio.

 

Ma sparire un attimo è sparire

                                      non finiremo di passare.

 

O contro il muro guardandomi al finestrino

di quel treno che attraversa la mia notte ed è tutto illuminato

e alzo il calice ora

                         all’invisibile compagno.

 

La tua finestra illuminata guardando.

                          Resisti. Non sa niente di noi la morte.

Ma è quel tratto di strada

la strada, dove il pensiero raduna le ossa e il vento

il resto è un rettilineo      vago ma rettilineo

 

perché siamo così noi, siamo eterni

 

            noi della civiltà del respiro.

 

Come da sé la rosa

 

Stanno là         fra l’asfalto e gli alberi

contro il muro verde                stanno

 

né della natura, né del mondo.    Fissano

senza troppo guardare come esiliati

 

                                   o le belle di Caria.

 

Così ci sei apparsa tu, nigeriana,

e sentendo il motore sei venuta sulla strada

e noi ti abbiamo vista risalire il fosso alta

                                       come una palma

                                                   la storia.

 

E in quella tua solitudine

                        distanza da sé

                                     mi sono riconosciuta.

 

(Che spreco di vita, padre

 

                                    in un giro deforme di specchi

 

parlami, padre

dimmi tu come riempirla questa distanza

                        o toglimi l’inutile sovrappiù di vita

che è peso                             indigenza

 

e sia a misura di quanto qui basta a vivere).  

 

           E tu ti allontani sul ciglio della strada, nigeriana,

nello specchietto ti guardo sparire.

                          Erbe e lamiere ti fanno da stanza.

 

Scosti la tenda.

Ventaglio di luce un’auto che gira.     Sul muro

le ombre di dentro.       Al glicine mani di cere.

 

                 Fra le labbra una sigaretta che brucia.

 

Lampada accesa.          Lampada nel canale.

La morte per acqua no.    Nessuna morte.

 

             Il contraddirsi, la sola speranza.

 

E ripassi a occhi chiusi la tappezzeria rossa

i punti dove si scolla, il buco e sotto un altro colore

un’altra vita. E il quadro con la frutta. E quello

con la città antica, tonda e serena sui bastioni la luna

 

             le figurine in strada le porta il vento.

             La macchia di umido non la voglio vedere,

muffa, nècrosi, verdissima siepe di rovi, porta.

             Avvicinarsi, aprirla. Uscire.

 

                           Uscire da sé come da sé la rosa.

 

Presentimento

 

Padre nella luce bianca e ti vorrei rapire

            che ferite, padre, ti ha fatto il tempo.

E ti sei avvolto nel silenzio.

 

E si allontana il mondo. Ti porto io.

Territorio d’ombra. Questo luogo non ci sa, padre

non c’è, non c’è una più segreta evidenza.

 

            E tu “Eppure si torna”.

 

La vita è perfetta

 

L’allegria del motore.

                         I raggi caldi.  La luce alta.

 

Cambi gli occhiali, sul rettilineo il sole abbaglia

e quasi più non ti vedo.

Che nostalgia avrò di te

                         ma noi tutti si viene a ruota.

 

Il giorno è alto, è un limpido giorno di maggio

c’è un segreto in ogni pensiero andando

                         e in ogni siepe cova la fagiana.

Una stagione precoce, da temere dicono.

 

Tu sorridi ai tuoi luoghi.

 

           Io cerco spazio anche solo per cadere.

 

Troppa aria?  Alzo un po’ il finestrino.

A me manca sempre l’aria.

                          Quel ladro d’aria che alleviamo dentro

e ci accorgiamo solo quando manca l’aria.

 

Inserisci la quarta. Ti meravigli di te. Sorridi.

                                                   Come fila la Lancia.

 

La vita è perfetta. Perfetta.

                         Nonostante tutto la vita è perfetta.

 

           E la strada è la più bella cattedrale

e noi non sempre sapemmo   andando

                                   che eravamo noi gli dèi.

 

Ma forse per questo qualche volta cantammo.

 

[Foto di Danilo De Marco]

Un pensiero su “Uscire da sé come la rosa. Ida Vallerugo

  1. Ora il mare ha forma di mano

    Che spreco di vita, padre
    parlami, padre
    dimmi tu come riempirla questa distanza

    E si allontana il mondo

    Quel ladro d’aria che alleviamo dentro
    e ci accorgiamo solo quando manca l’aria.
    Inserisci la quarta. Ti meravigli di te. Sorridi.

    Che bel viaggio, Barbara!
    Una bellissima selezione

    Mi piace

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