MARCO CANDIDA, “TROVA IL TUO PECCATO”

Estratti dal romanzo Trova il tuo peccato, di Marco Candida (Edizioni Della Goccia, 2016)

Trova il tuo peccatoPatrick mi telefona dicendo che farà tardi a causa di lavori in corso in autostrada. Non è la prima volta che succede. Per rassicurarmi (ed evitare scenate da parte mia, lo so) rimaniamo collegati su Skype per un’oretta buona. Posso così verificare con i miei occhi che Patrick sia effettivamente in macchina, in macchina sia solo e che ci sia una lunga fila di automobili davanti a lui. Bisogna ammettere che le nuove tecnologie sono un toccasana. Da un lato a causa delle nuove tecnologie le coppie scoppiano in continuazione, ma esiste anche un uso delle nuove tecnologie che consente a una coppia di durare molto più a lungo senza che il rapporto si logori o evolva in qualcosa di aberrante. Dopo un’oretta il mio cellulare si è scaricato, ma tanto ormai Patrick ci metterà un quarto d’ora a essere a casa. Posso stare tranquilla.
Rincasa alle nove di sera.
Quando si toglie soprabito e giacca, rimango shoccata.
La manica destra della camicia è completamente sporca di sangue.
“Che cosa hai fatto, Patrick?” gli dico bianca come un cadavere.
“E che cosa ho fatto? Niente. Cioè, niente…”
“È sangue quello?”
“Sì, lo è”
Penso alle parole dell’ispettore Balti. Mi gira la testa.
“Cosa è successo?”
“Ma niente, niente. Non so se mi va di dirtelo”
“Come scusa?”
“È una cosa talmente orribile e imbarazzante”
“No, dimmi! Voglio sapere!”
“Perché urli così forte? Sembri isterica….”
“Che cosa hai combinato?”
“Va bene. Te lo dico. Ma non sarà bello da sentire”
“Hai sbudellato qualcuno con un coltello? Gli hai portato via il naso…” sto per dire.
Invece dico: “Hai messo sotto le ruote qualcuno?”
Patrick mi guarda un momento. “Ti pare che se avessi messo sotto le ruote qualcuno adesso sarei qui?”
“Dipende. I pirati della strada lo fanno”
“Mi stai dando del pirata della strada, adesso?”
“Mi vuoi dire cosa è successo o no?” dico io.
“Ecco, stato tornando a casa. Ero quasi arrivato e in mezzo alla strada c’erano due gatti che amoreggiavano e io…”
“…oh…”
“Te l’ho detto che sarebbe stato brutto!”
“Cosa è successo?”
“Li ho presi sotto. Tutti e due. Non l’ho fatto apposta. Non li ho visti!”
“Ma potevi stare attento! Ma come hai fatto?!”
“Era buio. C’era un cono d’ombra. Non li ho visti!”
“Ma!, Patrick!”
“C’era la mascherina dell’auto sporca di sangue. L’ho pulita. L’ho scrostata. Ho usato il cric. Ho trovato un raschietto e ho usato anche quello. Un macello, guarda. Un macello”
“E i gatti?”
“Li ho tolti dalla strada. Li ho buttati nella pattumiera”
“Cosa?!”
“E che cosa dovevo fare? Non c’era nessuno lì intorno. Li ho buttati nell’organico”
“Nell’organico?”
“Perché dove dovevo buttarli? Nel vetro? Nella carta? Nell’indifferenziata? Sì, forse avrei dovuto chiamare l’azienda che se ne occupa. Ce ne sarà una. Ma non mi avrebbero risposto, credo. Non alle nove di sera. Erano due gattoni enormi. Un sacco di sangue”
“Dovevi seppellirli!”
“E dove?”
Patrick si toglie la camicia. Si spoglia. Butta la camicia nel cestello della lavatrice. Mette il sapone nella lavatrice e l’aziona. Lo fa in modo rapido e rabbioso. Io mi limito a osservarlo. Se l’ispettore Balti non mi avesse riempito la testa di sciocchezze sarei stata più comprensiva e non avrei reagito così. Cerco di calmarmi. Osservo Patrick entrare nella cabina della doccia. Azionare il getto dell’acqua e insaponarsi.
Quando esce dalla doccia, gli passo l’accappatoio.
“Almeno avevano un nome?”
“Dai, non ci voglio pensare. È stato orribile”
“Lo credo bene”
“Credo si chiamassero Cri e Tore. L’ho letto nella medaglietta”
“Cri e Tore” ripeto.
“Sì. Uno di pelo grigio. L’altro di pelo rosso”
“Di là è pronto” dico io.
Sono stanca. Oggi in ufficio è stata dura.
“Perdonami, amore, ma con quello che è successo non credo di avere più molta fame”
Dell’accaduto non riparliamo più.

[…]

È un sabato un po’ sonnolento e senza senso. Il cielo è bianco. La temperatura è oscillante: costringe a coprirsi e scoprirsi in continuazione. Patrick e io siamo a zonzo per Milano. Prima andiamo all’Ikea, poi in centro per lo più a provarci vestititi. Ora, vicino a casa, in Via Coni Zugna, siamo in un negozio di dischi. Patrick è alla sezione musica classica. Ha chiesto se ci sono vinili, ma non ci sono. Sicché Pat si accontenta di dare un’occhiata ai Cd. Lo vedo prendere in mano un Cd di Mozart. Un altro di Beethoven. Poi Chopin.
“Ma li hai già” gli dico.
Sorride. “È vero. A volte mi succede anche con i libri. Quando entro in una libreria, sono subito attratto dai libri che ho già. Vorrei comprare quelli…”
“La felicità è desiderare ciò che si ha” dico citando Ennio Flaiano.
“Sì, sono abbastanza d’accordo”
“Ti senti felice?”
“Ora che sono con te, sì” dice lui.
Sempre romantico, il mio maritino. Ma se l’ho portato qui, in questo negozio di dischi, c’è una ragione. Non l’ho fatto per caso. Mi allontano da lui fermandomi alla sezione heavy metal. Prendo in mano Cd che contengono immagini cruente. Un Cd porta l’immagine di un pentacolo capovolto. Uno addirittura un paio di croci capovolte. Un altro il 666. Un altro una V rosso sangue assai truce e inquietante. Non mi concentro nemmeno sui nomi dei gruppi. Vado direttamente sui dettagli dell’immagine della custodia. Dopo un po’ Patrick mi raggiunge. Gli mostro un Cd. Presenta come immagine di copertina il disegno a tempera di una donna mezzo sbudellata.
“Conosci questo gruppo?” chiedo io.
“No. Non lo conosco” risponde Patrick.
“Sembrano forti”
“Ti piace lo stoner metal, adesso?” fa Patrick.
Appoggio il Cd e ne prelevo un altro. Presenta l’immagine di un maniaco con un coltello in mano che sta per accoltellare una bionda procace. Ovviamente si tratta di un disegno. Come se fosse la locandina di un film.
“E questo gruppo?”
“No. No – fa Patrick – Il grindcore non fa per me”
Non sembra avere particolari reazioni. Non è infastidito dalle immagini. Di certo non prova interesse.
Proseguo ugualmente.
“Quelli?” indico col dito.
“No, ti ho detto. No. Non conosco gruppi che suonino viking metal”
“Questi?” indico allora.
L’album presenta l’immagine di Francis Bacon con interiora di animali in mano.
“No. Niente doom metal nella mia vita”
Alzo lo sguardo e lo fisso per un momento.
“Quelli là?” dico ancora indicando col ditino.
“No, amore, niente depressive black metal”
“E i Christian Death?”
“Non conosco la shock metal”
“E i Racer X?”
“Non conosco nemmeno la speed metal, amore”
“E i Suffocation?”
“Idem. La brutal death metal non mi si addice. Preferisco Memo Remigi: Lo so, è un mio limite…”
“Patrick, allora com’è possibile che conosci così bene il nome del genere musicale di ogni gruppo?” faccio cambiando tono all’improvviso.
“Io…”
“Dici sempre di non sapere questo e quello, ma appena t’interrogo un po’, sai sempre cose su cose. Come è successo nel tunnel degli orrori. Sapevi tutto di un personaggio praticamente impossibile da identificare. Anche delle Citta Invisibili di Calvino, una volta, mi hai fornito un’interpretazione degna di un professore universitario”
“Ma, amore…”
“No, voglio sapere. Spiegami”
“Amore, c’è l’etichetta. Guarda. Hair metal. Nu metal. Post metal. Power metal. Alternative metal… L’ho letto sull’etichetta”
Guardo meglio. All’interno del negozio per ciascuna sezione c’è un cartello con scritto il genere generico come “Classica”, “Rock, “Pop”, “Heavy Metal”. Poi ciascuna scansia è ordinata per sottogeneri. I sottogeneri sono segnati su cartellini più piccoli. Gialli con una scritta in pennarello nero. Non li avevo notati.
“Scusa – dico – Che scema sono…”
Non so dove mettere gli occhi. Mi vergogno.
Patrick mi sorride.
“Non ti preoccupare”
Alza una mano e mi mostra un Cd.
“György Ligeti. Questo non l’ho a casa”
“È quello di 2001 Odissea nello spazio?” dico cercando di cambiare argomento il più in fretta possibile.
“E di Shining” dice Patrick.
Procediamo alla cassa allontanandoci dalla sezione heavy metal.

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