Guido Michelone intervista Michelangelo Zizzi

Zizzi
Mi parli brevemente di questo nuovo progetto di Scuola di Poesia?

La Scuola Pound vive da due anni ed è alla sua seconda edizione: Si
tratta di voler fare la migliore Scuola di poesia in Italia, il
corrispettivo della Holden di Baricco, ma persino meglio: perché è
difficile diffondere tecniche di poesia, ma è possibile conoscere da
vicino i Maestri e stare con loro: Ho pensato a questo: di ritrovare i
Maestri \ amici, conoscerli da vicino e perdere ogni provincialismo ed
ogni ‘falsa’ ambizione, riconoscendo i propri valori, le proprie
qualità.

Più nel dettaglio quali saranno le prime iniziative pubbliche?

C’è un programma che può essere scaricato da fucineletterarie.it, o
scrivendo a fucineletterarie@gmail.com o telefonando al 3496712549. Si
tratta di dieci incontri in fine settimana, una volta al mese con i
massimi docenti italiani: da Buffoni a Cucchi, da De Angelis a
Magrelli, etc. Per complessive 108 ore. Si tratta di confrontarsi con
la propria scrittura, superandosi e stando in uno Stato di Grandezza e
riconoscimento di sé. Gli incontri saranno integrati da ore di
laboratorio in diretta. Per di più gli iscritti parteciperanno al
Premio Pound, interno alla Scuola e consistente in una pubblicazione
gratuita con le massime case editrici nazionali. Insomma Scuola Pound
è come un Master di Scrittura creativa poetica.

E ora una domanda un po’ provocatoria: purtroppo il nome Pound in
Italia evoca quasi subito Casa Pound, ovvero un gruppo politico: cosa
ne pensi in merito?

Rispetto ogni realtà politica. Ma Scuola Pound ha scelto questo nome
per omaggio a Ezra Pound, che considero un Maestro. Quindi si tratta
di scelta metapolitica: del resto basti guardare il gruppo di poeti \
docenti e la loro visione del mondo per affrancarsi da ogni dubbio: si
tratta di un gruppo eterogeneo e non schierato in senso politico. Ciò
detto, ognuno abbia le sue convinzioni e i propri orientamenti; così
come li possiedo io,

Ora, così, a bruciapelo chi è Michelangelo Zizzi?

Difficile, difficilissimo dirlo, perché non può chiedersi chi uno sia,
non si può così facilmente, Ma ci provo. Ecco: uno che davanti alla
meraviglia e tragedia del mondo che abbiamo, per evo contemporaneo o
età postmoderna, resiste. Al dolore, allo straniamento, all’entropia.
E che ama, tenta di amare, stando nella propria nozione/Stato,
continuando a consistere per Forma ed Azione, ricercando, oltre ogni
luogo comune, il luogo aureo, quello per cui il Divino si manifesta.

Mi racconti ora il tuo primo ricordo letterario?

Sono passati molti anni, tantissimi. Alle elementari come in una
canzone di Lolli ero piegato su di un banco di verde fòrmica, per un
compito (dei Pensierini, come si chiamavano allora) di italiano: e
scrissi la mia prima poesia contrabbandandola nel tessuto di una
composizione didattica. Questo fu l’esordio. Poi prima dei vent’anni
ebbi la fortuna di conoscere Dario Bellezza, che veniva due volte
all’anno a casa di mia madre, e poi Moravia, Zeichen, Cucchi,
Magrelli
, i fratelli Bertolucci, a Roma, in Calabria, a Capri; insomma
fui fortunato e a vent’anni fui già pubblicato sulla rivista Poesia e
a ventuno su Nuovi Argomenti, etc. Habent sua Fata libelli

Quali sono i motivi che ti hanno spinto ad avvicinarti e a dedicarti
alla poesia?

Non lo so. Forse una spinta essenziale come direbbe Erikson, o
compulsione, fato e complessione. O mio Padre e le sue tragedie o mia
madre e le sue complicazioni. La poesia è un fatto destinale, che
accetto come tutti i fatti destinali. Quindi, così sia.

E in particolare quale poesia?

Credo e agisco nella poesia metafisica e anagogica; una poesia che non
sia solo restituzione biografica, ma addizione sovraesistenziale;
qualcosa che tenti un fatto ulteriore, qualcosa che trascenda, quindi:
Campana o Pascoli, Hopkins o Thomas, Pound o Zanzotto.

Ti consideri un filosofo (o un critico) prestato alla poesia o
viceversa? O altro ancora?

Spero d’essere un poeta. Ho studiato Filosofia e Medicina, ma che
importa? Ho scritto saggi critici, interventi su riviste e giornali,
ma che importa? Spero che al fondo ci sia Poesia.

Ma cos’è per te la scrittura?

Lo Stato, l’Azione: intendo: un luogo e Spazio perfetto, una Forma
perfetta perché si sappia ciò che siamo, vogliamo, quel per cui
agiamo. Mutatis mutandis quel che ci fa innamorare di noi. Ciò che noi
siamo, qualcosa per cui valga la pena vivere, quel che fa sì che la
vita abbia centro, senso.

Quali sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ al momento di scrivere?

È una domanda bellissima, ha a che fare con le inclinazioni
fenomenologiche del fluire in scrittura. Ecco: mi immagino piccolo,
piccolissimo a vedere un mondo; quindi vi associo un sentimento
dell’origine o una inesplicabile ingenuità; poi una idea di grandezza
o possibilità; infine una di finitudine o d’estrema finitudine. Ed un
sentimento di profondità che nessun dialogo umano può replicare,
fuorché si sia in stato divino. La poesia è un’idea divina, che un
uomo crede sia sua.

Come scrivi: quaderno, bloc-notes, computer, tablet o altro?

Ovunque, anche in scontrini del supermercato. Però preferisco pc e
tablet, perché ho grafia quasi illegibile e dopo pochi minuti potrei
non decrittare più nulla.

Hai luoghi o momenti della giornata che privilegi per scrivere?

Gli intervalli di meraviglia, che sono epifanie della Grazia. Ma in
generale le ore notturne; sono nictalope sin dalla nascita.

Domanda topica (forse un po’ scontata), ma tra i libri che hai scritto
ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionato?

La Casa Cantoniera.

E una poesia che sai a memoria da tantissimo tempo?

Tantissime. Ma tra tutte forse L’infinito di Leopardi. Ma questa è
una domanda da Marzullo, ahahahahah.

E c’è per te un libro-culto tra quelli che hai letto che faresti
adottare o leggere sempre nella tua scuola di poesia?

Non c’è; sono tantissimi; ma a scegliere, direi, La notte di Campana.

Almeno tre titoli che porteresti sull’isola deserta (o che
consiglieresti ai giovani?

La Divina Commedia, le poesie giovanili di Thomas, I canti pisani di Pound.

Quali sono stati i tuoi ‘maestri’ nella poesia?

Pascoli, Thomas, Eliot, Pound, Campana, Dante, Calogero, Zanzotto, De Angelis.

E più in generale maestri nella cultura, nella vita?

Oltre ai miei genitori, Guenon ed Evola, Lullo e Bruno, Platone e ineoplatonici, Geber e i sufi, gli iconografi basiliani e ifrancescani.

Qual è stato per te il momento più bello della tua carriera di poeta?

Quando ho sentito che qualche mio lettore ha detto che la sua vita
(poetica) è cambiata; quando un quotidiano nazionale mi ha dedicato
una intera pagina di cultura definendomi il più grande; quando ho
avuto un’intera trasmissione televisiva, nazionale, dedicata a me;
quando qualcuno nel silenzio di un vicolo mi ha abbracciato.

Come vedi la situazione della poesia in Italia?

Buona, molto buona; c’è un grande livello, ma mi piacerebbe che sia
ancora superiore, che si stornassero alcuni livelli di provincialismo.

E più in generale della cultura oggi nel nostro Paese?

Discreta. Per quanto mi riguarda credo che ci sia troppo politicamente
corretto, e troppo formalismo. Sogno un’Italia di creativi senza
precauzioni, un mondo di poeti finalmente espressi.

A parte la Scuola Pound, cosa stai progettando per l’immediato futuro?

Devo ancora presentare il mio ultimo poema, La resistenza dell’Impero.
Ma direi: ancora la Scuola Pound: vorrei che tutto nascesse da lì. O
da qui.

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