Lettera a uno studente

di Stefanie Golisch

Caro C ,

recentemente mi hai raccontato che sei venuto in Italia dalla Costa d’Avorio quando avevi 10 anni.
Ovviamente, non l’hai scelto tu, ma i tuoi genitori – nella speranza, immagino, di aprire delle migliori prospettive future per te e tua sorella.
Ti ho conosciuto due anni fa, in prima superiore: un ragazzo vivace, già una personalità inconfondibile, l’unico studente che poneva delle domande – cosa che secondo la mia non proprio breve esperienza, avviene assai raramente nella scuola italiana che sembra produrre programmaticamente studenti muti, amorfi, pronti a divorare indistintamente tutto quello che passa il convento per poi rigettarlo nel momento opportuno della verifica.
Era facile entrare in contatto con te perché è nella tua natura rapportarti, comunicare, stabilire delle relazioni, essere presente nel mondo con corpo e mente.
Ho sempre pensato – o forse mi piaceva semplicemente pensare! − che tu fossi un buon esempio di integrazione riuscita, che la scuola, con tutti i suoi difetti, questa volta, si fosse alzata quasi ad essere un luogo esemplare, non solo per quel che riguarda il suo minimo comune denominatore, cioè, il reciproco rispetto di persone provenienti da culture diverse, ma anche per il riconoscimento attivo dell’enorme potenziale che da questo incontro si può liberare.

Mi ero illusa.
In primavera è successa una cosa che ha distrutto irrevocabilmente la mia visione idealizzata.
Un “insegnante” ti ha offeso davanti alla classe.
Una situazione banalissima, una esercitazione alla lavagna.
Tu, invece di usare un certo segno matematico, avevi messo una freccia.
Ribadisce l’”insegnante”: Vedi, tu ancora usi le frecce! Quando i tuoi antenati tiravano ancora le frecce, noi andavamo già in carrozza!

Inutile commentare una tale bassezza umana e intellettuale, ci verrebbe da pensare spontaneamente.
Ma evidentemente non è tanto inutile, anzi, è assolutamente necessario, perché il mondo, anche quello della scuola, è popolato da persone che in fondo, in modo più o meno ben mascherato, la pensano proprio così.
Oppure ritengono che non sia tanto grave pensarla così.
O che sono le solite cose che si dicono senza pensarci, magari addirittura per far ridere un po’.
(Personalmente non so quale di questi modi di pensare – o non pensare! – mi ripugna di più.)

Oggettivamente sarebbe stato il compito della scuola rendere pubblico l’accaduto, denunciarlo per quello che palesemente è: un atto di razzismo da parte di un adulto, per di più un “insegnante” verso un alunno.
La scuola avrebbe dovuto proteggerti, difenderti e avrebbe dovuto cogliere l’occasione per invitare ad una riflessione collettiva, studenti e insegnanti, giovani e adulti insieme.

Ma quello che manca nella vita quotidiana scolastica in generale, è mancato – come poteva essere differente? − anche in questo caso. Nessuna presa di posizione, invece le solite, misere strategie del tacere, del far finta di niente.
Il coraggio civile magari si studia, ma certamente non si esercita.

Caro C., il tuo in-segnante (e insieme a lui tutti gli altri in-segnanti) alla fine ti hanno lasciato sì un segno: quello peggiore in assoluto, indelebile, quello della discriminazione per via del colore della tua pelle.

Nell’ultimo giorno di scuola sei venuto da me, dicendomi di voler cambiare scuola,
che dopo tutto non te la sentivi più di andare avanti così.
E cosa potevo dirti?
Ti ho risposto che ti comprendo e che anche per me dopo quel giorno le cose sono cambiate perché come tutti i traumi taciuti, non elaborati, volutamente oscurati, anche questo, l’offesa pubblica di uno studente da parte di un “insegnante”, sono il miglior modo per avvelenare il clima sociale in una comunità.

Dove, mi chiedo ora, sono i confini?
Cosa si può oramai dire pubblicamente senza essere ripresi altrettanto pubblicamente, senza che le persone intorno mostrino la loro solidarietà con chi ha subito una offesa e non con chi ha lanciato l’offesa?

È proprio da queste domande, in fondo molto semplici, che dipende il nostro futuro come società civile.
E quindi di tutti noi: singolo individui che ne fanno parte.
È certamente vero che, come si pensa nell’ebraismo, chi salva un uomo salva l’intero mondo, ma è altrettanto vero che chi uccide un uomo – e non solo in senso fisico − uccide tutti gli uomini.

Caro C., sei forte e hai molto da dare agli altri.
Continua.
Sii fiero di quello che sei.
Non renderti compatibile, facilmente immagazzinabile, valutabile, interscambiabile,
anonimo.
Non diventare grigio e irriconoscibile.
Non farti trascinare nell’indifferenza generale, la grande malattia del nostro tempo.
Ma facci partecipi della tua vitalità ancora intatta e, soprattutto, delle tue domande.
Ne abbiamo veramente bisogno!

La tua insegnante di Tedesco

Stefanie Golisch

16 pensieri su “Lettera a uno studente

  1. Grazie della accorata testimonianza di ciò che è avvenuto nella tua scuola, ma che avviene quotidianamente in ogni ambito della società e a cui spesso non facciamo neppure più caso. Sarebbe già molto mantenere alta l’attenzione a queste apparenti “battute”, dietro le quali si nasconde volutamente una ben precisa mentalità, e smascherarla.
    mimma

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  2. Avendo esercitato l’insegnamento per molti decenni, nel leggere questa lettera di Stefanie Golisch, mi sono profondamente commossa. La commozione è sgorgata dalla rigorosa ed esemplare eticità di questa lettera. Se tutti gli insegnanti interpretassero il loro ruolo così come dovrebbe essere, la scuola sarebbe ancora un’arca di salvezza dal diluvio attuale che sembra spazzare via ogni volontà di autentica “cultura” (nel suo suo senso più ampio). La risposta dell’insegnante a questo ragazzo è testimonianza, invece, di rozzezza cultutale, di insensibilità umana e di stupidità. Al ragazzo io non avrei detto di andare via, ma di restare per lottare contro tutte queste cose, per non darsi per vinto, per crescere nel coraggio di sfidare, tanto noncredo che altrove si troverà meglio, perché ci cono sempre tanti razzisti in pectore, i peggiori.
    Vorrei, però, commentare, al di là di questo episodio, un’osservazione fatta da Stefanie: che questa scuola sembra produrre individui muti, senza senso critico, senza idee personali. Questa è davvero la cosa che più mi sconcerta. Come hanno reagito gli altri compagni? Se hanno taciuto, sono stati peggiori della loro insegnante.

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  3. Ho apprezzato molto la tua lettera Stefanie, con la forza e la determinazione che ti conosco da sempre hai saputo coniugare il personale con il generale, il cuore con la ragione, ma sopratttutto hai detto una parola forte dove i più scelgono il silenzio e hai riportato lo sguardo della scuola verso la sua giusta direzione che rimane quello dello studentte e non solo dei libri. Con affetto Gianni

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  4. Condivido pienamente quel che hai scritto al tuo alunno cara Stefanie,. Mi rattrista molto sentir parlare di certi episodi, sia come uomo ma soprattutto come insegnante. Molti confondono la civiltà con il progresso… purtroppo, non è così…il progresso non va di pari passo con la civiltà. Esser civile non è avere la carrozza, è poter sviluppare le qualità umane nel rispetto reciproco delle differenze di ognuno. In questo, il progresso non serve a niente.

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  5. Non è solo una manifestazione di razzismo, questa. Non vi siete accorti che l’aggressività e lo scherno sono le reazioni più comuni tra gli esseri viventi, e che per le strutture egoiche che ci dominano siamo costantemente gli uni contro gli altri? ognuno di noi aspetta dall’altro la buona occasione per ferirlo solamente perché questo fa crescere il suo ego malato. Un rivoluzionario cambiamento ci vorrebbe a partire da ognuno di noi perché siamo tutti, indistintamente, pronti a farci la guerra l’un l’altro. In noi non è rimasto più cuore, non c’è sentimento, non c’è empatia né comprensione. Tutta l’umanità è deprivata della sua stessa anima, di quell’anima che dovrebbe essere in grado di connettersi a quella che nell’universo ha imposto la legge dell’Amore. Ma noi abbiamo perduto ormai, tranne che in rarissime eccezioni, questo legame che sarebbe la vera scintilla del divino in noi. Come sarà possibile uscire da un così perverso circolo vizioso? “Ormai, forse, solo Dio ci può salvare!”. Lo disse Heidegger, negli ultimi anni della sua vita.

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  6. Mi dispiace, avevo scritto un commento piuttosto lunghetto che è sparito appena ho cliccato per pubblicare .Non ne ho copia e non me la sento di riformularlo soprattutto perché questi scherzetti ti fanno incavolare. Comunque condivido l’indignazione generale e anzi dico che sono tutti i rapporti umani che funzionano male perché incentrati su un ego ipertrofico e seriamente malato che si inebria e si accresce a discapito di quello altrui: tutte le occasioni sono buone, razzismo o no!

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  7. Cara Stefanie. grazie per questa lettera importantissima!
    Gli studenti stranieri davvero sono “grigi”, cuasi invisible per molti professori. Secondo statistiche tedesche (http://www.boeckler.de/pdf/p_arbp_171.pdf) sono invitatio molto meno di participare agli lezioni, Gli insignanti e professori non gli prestano la stessa attenzione. Questo non é il caso aperto di dicriminazione, ma la dicriminazione inconsapevole e quotidianoa
    Como sará la situazione in Italia?

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  8. Ringrazio a tutti coloro che sono intervenuti…
    Volevo proprio condividere questo fatto e renderlo pubblico.
    In un clima generale di rassegnazione credo sia importante almeno
    fare presente le cose, non lasciare che vengano taciute totalmente,
    per pigrizia, cinismo o perché a priori si pensa che nulla ha un senso…
    Io invece credo che anche il più piccolo gesto abbia un senso, deve
    avere un senso..
    In questo senso – un saluto a tutti

    Stefanie

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  9. Ho letto solo adesso l’articolo. Mi fa sentire molto amareggiata e frustrata, sia come essere umano che come insegnante . Lavoro nella scuola da diversi anni e credo che tra i più importanti valori da condividere ci sia anche quello di facilitare l’integrazione. Insegnanti di questo tipo mandano tutto in rovina . Grazie Stefanie Golisch per averci svelato questo triste episodio. Dobbiamo trovare tutti il coraggio di non tacere.

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  10. Carissima professoressa Golish,
    sono colpita e commossa dalla sua accorata espressione di quanto successo nella classe di cui fa parte anche mia figlia. Ha tutto il nostro sostegno e la nostra ammirazione. Abbiamo provato anche noi a portare alla luce del sole questa situazione indecente ma senza alcun risultato: le nostre istanze sono state respinte da un metaforico muro di gomma.
    Non so se sia possibile fare qualcosa e con quali modalità: non perdo però la voglia di continuare a cercare una soluzione per farlo.
    E spero che dare voce a questa sua lettera su tutti i canali possibili sia utile.
    Abbiamo tutti perso qualcosa perdendo C. in questa classe e siamo tutti usciti umanamente sconfitti da questa avventura.

    Marialaura Rimoldi Bertonazzi

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  11. Cara Sig.ra Rimoldi Bertonazzi,

    La ringrazio di cuore del suo commento di solidarietà che fa sì che mi senta meno
    sola nell’indignazione che provo in e per questa situazione.
    Credo che sia assai significativo che ci siamo trovate, che possiamo confrontarci, solo sulle pagine di un blog letterario (!) e non nella vita reale, nel luogo concreto dove tutto è successo! Vuol dire che una certa libertà di espressione, un dialogo, una discussione pubblica oramai è solo possibile nel mondo virtuale…? Le sfumature della vergogna in questa vicenda sembrano davvero inesauribili: c’è chi ha offeso uno studente davanti alla sua classe e ci sono coloro che, volutamente, hanno taciuto, sminuito e perfino negato l’accaduto, dando agli studenti una lezione di vita delle peggiori immaginabili.
    Se vuole, può leggere un altro testo mio sul tema, più incentrato sulla vigliaccheria:

    https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2016/03/05/vedi-alla-voce-vigliaccheria/#comments

    Mi può anche contattare privatamente: s.golisch@gmail.com

    Grazie ancora della condivisione.

    Stefanie Golisch

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