Il morto colore del mare – Il terreno morale

di
Roberto Plevano
Senza nome-scandito-04
§ Il terreno morale

Mio nonno ha fatto la campagna d’Africa. Che state a pensare? Che ha levato in alto le insegne, il ferro, il cuore, a salutare dopo quindici secoli la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma? No, niente di tutto questo, mio nonno era un uomo con la testa salda sulle spalle, partì per l’Africa, ufficiale medico alpino, spinto da un senso (accezione 2) di cameratismo per i suoi commilitoni, mica perché qualcuno canticchiò di tirare diritto, e fare quel che è detto e scritto (la retorica dell’epoca, i piccolo-borghesi tirano dentro la pancetta e gonfiano il petto). Presto capì quello che era evidente, e prese la sua parte: dal ’43 fu a fianco del suo amico “Maurizio”, Ferruccio Parri. Al funerale di mio nonno, la prima corona fu portata dall’ANPI. C’è da essere orgoglioso della mia famiglia.

Uomini come mio nonno sapevano perfettamente, individualmente e collettivamente, quali erano le cose importanti, le cose da fare, e per qualche decennio hanno fatto del mondo un posto tutto sommato abitabile, dove poter nutrire fiducia. Noi, venuti dopo, avremmo dovuto capirlo prima, non era una cosa difficile. Oggi è diverso. Oggi pare che le donne e gli uomini di buona volontà non formino azioni collettive. Ci sono opposizioni a qualche obbrobrio, che non manca mai; opposizioni talora estese, numericamente significative, che fanno massa critica, ma sulle azioni non ci si mette d’accordo, ci si limita a piccoli scopi, manca il convincimento di pensare in grande. Pare che le situazioni siano sfuggite di mano, che la vita organizzata sia troppo complessa per starci dietro, che nulla dia segni di miglioramento. Sarei imbarazzato a chiedere a me stesso qual è la cosa giusta da fare, impegnato come sono a chiedermi se IO sono qualche cosa, e che cosa, e a girare per le vie sotto un cappellino da baseball. Ma la cosa che davvero sgomenta è che non saprei pensare a nessun essere umano a cui chiedere un’opinione, un saggio consiglio, a cui domandare la cosa giusta da fare. Eppure siamo una specie gregaria, usiamo raffinati codici comunicativi; sembrerebbe che siamo fatti per chiedere appunto consiglio a chi ne sa più di noi. Ho conosciuto persone migliori di me, qualche volta molto migliori. Sono tutti morti, o se ne sono andati. Nessuno qui intorno che dica una parola da ascoltare.

PROVVIDENZA s. f. [dal lat. providentia, propr. «previdenza, prudenza», e per metonimia «Provvidenza divina»] 1. (arc). L’essere provvidente, il saper prevedere e provvedere, con saggezza e avvedutezza, alle proprie e alle altrui necessità: però n’è data la provedenza che riguarda oltre, a quello che può avvenire (Dante); la semplicità di messer Nicia mi fa sperare, la providenzia e durezza di Lucrezia mi fa temere (Machiavelli). 2. Nel linguaggio filos. e religioso, l’azione costante di un essere divino sul mondo creato, in quanto esplicazione di un’infinita saggezza: le vie della p.; i doni della p.; sperare nella p.; ecco un filo, pensava, un filo che la provvidenza mi mette nelle mani (Manzoni). 3. fig. a. Evento fortunato e imprevisto o fortemente desiderato. b. non com. Persona generosa, caritatevole, che aiuta e soccorre: quella donna è una p. per tutti. 4. Con senso più concr., provvedimento diretto a sopperire a particolari condizioni di necessità (è usato spec. al plur.): provvidenze a favore dei pensionati, dei disoccupati.

La provvidenza, o il caso, misero sulla strada di mio nonno circostanze estreme, in cui era necessario correre da una parte – e con ciò salire, che lo si volesse o no, su un terreno morale assoluto –, e alle quali sopravvisse. Come quando, sulla piana del lago Ascianghi, in Etiopia, lui, ufficiale medico, si trovò a prendere il comando di una postazione di artiglieria sotto l’attacco dei soldati del Negus. Mio nonno prese il posto dell’ufficiale colpito e diresse il fuoco, respingendo l’attacco. Era il 31 marzo del 1936. Si può immaginare a malapena la scena, non si possono conoscere i sentimenti, se non ci si è stati. La paura muta in qualcosa d’altro, e la natura di questo qualcosa d’altro stabilisce il tipo di uomo che si diventa. Credo che questi momenti, in cui svanisce ogni possibilità di controllo, in cui la realtà si liquefa e la vita in un istante diventa relativa e aleatoria, facciano vedere il mondo e le cose per quello che sono: quest’atomo opaco del Male, inondato d’un pianto di stelle, secondo una certa sensibilità formata dall’istruzione di quel tempo. Come quando, direttore dell’ospedale militare di Pavia, lui entrò nelle file di “Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione, organizzando il servizio di spionaggio in Lombardia e passando informazioni sotto il naso di nazisti e fascisti, rischiando ogni giorno l’arresto e la vita. O come sempre si adoperò, da medico, per salvare vite, anche di quelli che gli avrebbero fatto la pelle senza esitare, una fucilata alla schiena, se scoperto.

E ce n’era di gente come lui, gente che aveva visto, aveva preso una parte. A molti in Europa fu dato così un senso di futuro. Mio nonno è mancato quando avevo sedici anni, troppo presto. Non ricordo di averlo mai sentito parlare della guerra. La sua generazione se n’è andata, e il mondo, da abbastanza abitabile che era, da luogo in cui immaginare un futuro, in cui fare progetti, forse per incuria, per difetto di manutenzione, o per insipienza, è diventato un posto in cui avere paura. Paura, quella paura che non muta in qualcosa d’altro, che non stabilisce un terreno morale. Soltanto paura che si ingrandisce e cancella tutto il resto, a cominciare dalla voglia di guardare avanti.

Il terreno morale, su cui donne e uomini come mio nonno ebbero la necessità, ma anche la forza, di salire, venne impiegato nella retorica pubblica degli alleati: la guerra contrapponeva uomini liberi e democraticamente governati a sanguinarie dittature. Più tardi, messe via le armi, le parole democrazia e libertà definirono l’area politica dell’occidente, la cui ultima legittimazione, a fronte del blocco sovietico e comunista, era l’implicita – tacitamente ovvia – superiorità morale su tutti gli altri regimi politici e sociali: ogni altra opinione era qui tollerata, altrove schiacciata senza pietà (e senza il rispetto di alcuna morale). Poi, passata la generazione della guerra, della pretesa superiorità morale non si è saputo più che fare. Il discorso morale non può prescindere dall’insieme, dall’intero assetto dei rapporti degli uomini, e quindi va a toccare gli interessi materiali, di cui sono intessute le formazioni sociali. La libertà diventa liberismo. Gli interessi economici, di solito, vincono. Di questo si vedono oggi le conseguenze: il valore degli individui è pari soltanto alla loro capacità di reddito e spesa, altrimenti chiunque è trascurabile, anzi, è di troppo.

Intendiamoci, non che in passato non fosse così, anzi. Homo sine pecunia imago mortis, è un detto citato in ogni occasione e contesto, ma perlomeno si coltivava l’illusione di essere parte di una cosa che si chiama civiltà, di cui è parte la civiltà del libro tanto cara a Luca P. Oggi abbiamo tagliagole appena fuori dal cortile di casa, visto che il mondo intero è una casa sola – diversa da come fu desiderata dai sognatori del passato –, e tagliaborse nel salotto buono di casa, in servizio, permanente effettivo, di togliere a tutti quelli che hanno qualcosa.

DEMAGOGIA s. f. [dal gr. dēmagōgía] In origine, genericam., arte di guidare il popolo; in seguito (già presso gli antichi Greci), la pratica politica tendente a lusingare le aspirazioni delle masse, spec. economiche, con promesse difficilmente realizzabili, allo scopo di conquistare o mantenere il potere. Anche, il regime politico basato su tale metodo, che rappresenta la forma corrotta della democrazia.

Ma qui si intende scrivere; lo scrivente, che sono IO, non intende fare, al di là di un fugace accenno, demagogia o populismo, che in letteratura significa lusingare il lettore in modo da carpire il suo assenso, e avere il suo favore, senza guardare troppo per il sottile. Un letterato anzi dovrebbe mettere in discussione e sfidare ogni assenso su quello che scrive, avere sospetto del favore pubblico. Dovrebbe sempre stupire, fare opera di provocazione. Rifiutarsi di consegnare quello che ci si aspetta da lui, di scrivere quello che lui stesso attende da sé: un continuo, a volte impercettibile, autocompiacersi. Non dovrebbe ricorrere a petizioni di principio, a domande retoriche. Così IO credo. Siete d’accordo? Come si fa a non essere d’accordo?

POPULISMO s. m. [dall’ingl. populism, per traduz. del russo narodničestvo] 1. Movimento politico-culturale russo, sviluppato tra la fine del sec. XIX e l’inizio del XX, aspirante al miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, spec. dei contadini, e la realizzazione di una specie di socialismo rurale, in opposizione alla società industriale occidentale. 2. Per estens., Qualsiasi movimento politico diretto all’esaltazione demagogica e velleitaria delle qualità e capacità del popolo. Con sign. più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón, forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale.



(capitoli precedenti qui:
Giorgio Agamben,
IO)

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