Due poeti. Pietro Amerio e Rudy Toffanetti

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di Riccardo Ferrazzi

Presso l’editore Aragno (nel cui catalogo figurano tre titoli del nostro indimenticato Roberto Rossi Testa) escono due libri di poesia che, in modi inconsueti, si distaccano dalla produzione corrente. Si tratta di Altre parole di Piero Amerio e Sul confine di Rudy Toffanetti, autori quanto mai diversi tra loro: Amerio è psicologo, professore universitario e saggista, che da sempre coltiva la poesia come otium letterario e cioè come impegno, rigoroso ma libero dai vincoli della vita quotidiana; Toffanetti è un giovane poco più che ventenne, alla sua prima pubblicazione.

Sono testi notevoli, sia per le caratteristiche tecniche che per le tematiche prevalenti. Amerio e Toffanetti rifiutano le tentazioni – così frequenti nella poesia contemporanea – di ridurre la lirica ad aforisma o di togliere musicalità al verso nell’illusione di dare risalto al concetto. Ambedue, in modi differenti, non hanno paura di uscire dal mainstream per tornare a “far poesia” con un canto ampio, articolato, immaginoso.

***

Il periodare di Amerio si sviluppa nel contrappunto e in un apparentemente caotico gioco di rimandi. Fin dalla prima lirica, meditazione davanti al muro di Berlino crollato come una torre di Babele, ho ritrovato il gusto barocco delle frasi che Giuseppe Pontiggia opponeva l’una all’altra in un curioso romanzo: L’arte della fuga:

…soggetti oggetti dell’indagine
noi che eravamo che ancora siamo
(eretti e demoliti muri)
di qua di là della caduta

In tutta la poesia di Amerio ritorna ossessivamente l’oscillare della mente fra tesi e antitesi, quel singolare modo di procedere della mente umana che pone e oppone, accosta e separa, fugge e ritorna, si agglutina per un istante nel ricordo, nell’epifania di un’immagine, per poi disgregarsi in considerazioni amare come questa:

…chissà perché mi chiesi ci sono amanti
da non possedere
che per fotografia o per ricordo

Il modo in cui pensiamo è, a ben vedere, il modo in cui viviamo. E la vita ripercorsa per immagini, lungo il percorso zigzagante di una nostalgia non detta, fa sgorgare riflessioni volutamente circoscritte al tema di ciascuna lirica: scorci parigini, il ricordo di Viola, la comparsa di una cometa. In questo trattenersi, in questo rispetto dei limiti autoimposti, c’è il timore dell’uomo e del poeta. Perché basta gettare uno sguardo oltre il limite per abbandonarsi a una disperata confessione:

Così scorsero via il tempo e le carte
E qui? Così da lontano: che
le carte in mano di ciascuno
si sono fatte tutte uguali
che più non si richiede di bluffare
e neppure più sul tavolo c’è una posta.

E questo è il grande tema che ha ispirato tutta la poesia romanza, da Villon a Montale.

***

La cifra poetica di Rudy Toffanetti è l’evocatività, notevole soprattutto nei paesaggi della campagna lombarda,

quel paese tra campi di mais,
boschi di pioppi e grandi risaie

dove tutto sembrerebbe duro e prosaico, refrattario alle malinconie, imbevuto di fatica quotidiana e annebbiato da una totale assenza di prospettive. Invece anche qui l’occhio del poeta riesce a scorgere la caducità degli esseri umani, che

attendono in una stanza il vero amore,
conservano i punti del supermercato,
sfogliano le réclames come tarocchi
e saltano da un tramonto all’altro
cadendo sempre nel vuoto.

Qui, dove la “Milano da bere” non è neanche un miraggio, la finitezza della vita è un sentimento indefinibile e inafferrabile che sfuma nella foschia autunnale lungo le prode dei fossi, fra il gracidare delle rane. Qui non si sa più da dove si è venuti e non ha molto senso domandarsi dove si va. Ogni giorno ci si stanca per poter dormire, e aspettare un altro tramonto, senza illusioni, senza speranze.

Cara realtà tu mi salvi e io
non so prenderti e tu
non sai darti.

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