Guido Michelone intervista a Paolo Archetti Maestri (Yo Yo Mundi)

Archetti Yo Yo Mundi
Per Evidenti tracce di felicità, nuovo album di Yo Yo Mundi, gruppo folk-rock di Acqui Terme, ecco un’intervista inedita al leader Paolo Enrico Archetti Maestri, cantante, compositore, chitarrista, che qui racconta alcune vicende di un album molto poetico.

Partiamo innanzitutto dal fatto che a differenza del vostro precedente album in lingua piemontese – Munfrà, ossia Monferrato – in questo nuovo Evidenti tracce di felicità il dialetto è assai sfumato, al punto che in vernacolo esiste una sola canzone Ciåpapùve (il catturapolvere): di cosa racconta?

Ciåpapùve narra di una specie di eroe popolare, inventato di sana pianta, che di giorno fa l’arcaton (Nel Monferrato “arcaton” è il robivecchi) e fa incetta della polvere che si è posata sulle cose dimenticate, perché, lui crede, tra la polvere si conservano le storie delle persone semplici, della gente comune. Lui è un personaggio mitico proprio come gli eroi campesinos inventati da Manuel Scorza. Come Garabondo ha la malattia dell’invisibilità, come Hèctor Chacòn quella della nictalopia, come Raymundo Herrera quella dell’insonnia.

Il catturapolvere o Ciåpapùve ha quindi da un lato un elemento fiabesco e surreale, dall’altro un segno realista e concreto?

Sì, è un personaggio che s’aggira di notte, invisibile, insonne (e con lo sguardo dei gatti) nelle case del Monferrato, per seminare negli occhi dei bambini la polvere che ha raccolto, affinché questi granelli di polvere, cadendo la mattina successiva sulle pagine aperte dei loro libri di storia, proteggano il patrimonio di memorie popolari dalle aride nozioni scolastiche. Ed è proprio questo il suo atto eroico: regalare alle generazioni future la consapevolezza che la storia non è solo quella dei fatti e dei personaggi citati nei libri, ma l’insieme delle nostre vite, dei nostri gesti quotidiani, le minime storie vissute, tramandate e narrate che, intrecciate tra loro, generano il respiro del mondo. Una storia così, chiedeva a gran voce l’uso del dialetto, in italiano, probabilmente, avrebbe perso parte della sua magia e della sua forza evocativa.

Evidenti tracce di felicità esiste come una sorta di preambolo teorico-poetico al disco nel titolo (‘la felicità’) e soprattutto nell’esergo in cui vi è scritto che “Se in ogni lacrima c’è una poesia, in ogni sorriso ci sarà una rivoluzione”. Pensi sia una lotta contro il tempo?

Dovrà pur girare di nuovo questo tempo? Dovrà pur finire questo lungo nulla pieno di disincanto e disimpegno, di mancanza di poesia, di pressapochismo e individualismo, di poca voglia di lottare e cambiare il mondo? E allora noi, sogniamo che la nostra musica possa diventare, in quei tanto desiderati giorni di svolta, quel fil rouge che ricamerà il patrimonio di memoria alla storia felice che verrà.

In tal senso non vi tirate mai indietro?

Non solo non arretriamo, ma guardiamo avanti senza smettere di essere curiosi, di cercare e di provare a essere migliori. La frase del’esergo del disco è nata, mentre Miry, mia madre, partiva per il suo ultimo viaggio. Il suo sorriso era rivoluzionario, le sue lacrime poesia e, nei suoi ultimi giorni di vita terrena, mi ha insegnato a cercare la felicità e la meraviglia in ogni attimo, in ogni gesto, nel senso profondo di ogni cosa, persona, parola.

E a proposito di madri, Evidenti tracce di felicità sembra pure un album molto ‘femminile’ non solo per alcuni temi ma anche per la presenza di molte donne in alcuni brani.

Tracce e felicità, sono due termini femminili, dunque non poteva essere altrimenti. O forse, chissà, coinvolgere tante artiste per questo lavoro, ci sarà stato suggerito dal “cuore femmina” del mondo, ma, credimi, è avvenuto naturalmente, senza pensarci prima. Cristina Nico, Betti Zambruno, Chiara Giacobbe e Anna Maria Stasi – ma anche le giovani Federica Addari e Marta Wingu – ci hanno messo arte, energia, sensibilità, e un pizzico di magia. Tematiche e voci declinate al femminile – suonate, dette e cantate -, si sono sciolte via, via nelle tracce felici di questo album. Insomma, permettimi questa “visione di anime contadine”, abbiamo fatto il vino insieme: i maschi, cantando, hanno raccolto l’uva, le femmine, danzando, l’hanno spremuta.

A livello di atmosfere alcuni pezzi fanno infine pensare all’ultimo Fabrizio De André: è un’impressione o c’è un richiamo preciso?

Amiamo De André e Anime Salve è un disco meraviglioso. Come sai, proprio in quegli anni, abbiamo lavorato con Ivano Fossati e Beppe Quirici e poi nell’ultimo disco di Giorgio Gaber; di quei racconti sonori e umani abbiamo conservato le ricette dei piatti che abbiamo visto – e ascoltato! – cucinare e che abbiamo avuto anche la fortuna di assaporare. Mi fa piacere che tu abbia sentito questi profumi, perché vuol dire che abbiamo ricordato bene, che abbiamo rispettato i loro insegnamenti, che siamo stati buoni custodi di quelle ricette.

Esiste, in conclusione, un motto per questo nuovo album?

Certo, ed è: si suona con gli occhi chiusi, si sogna con le orecchie aperte; e questa è la sostanza di cui sono fatti gli Yo Yo Mundi, sostanza che ci fa appartenere a una storia e a un modo che va oltre le mode, oltre il ricatto del tempo del passa.

Yo Yo Mundi, Evidenti tracce di felicità, Felmay (distr. Egea), 2016.

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