Vitaliano Trevisan, Works

di
Roberto Plevano
9788806208066
Un lettore [1] potrebbe avvicinarsi all’ultimo lavoro di Trevisan, inaspettatamente corposo, tenendo a mente, e aspettandosi, quella sua capacità di porre la scrittura a contatto immediato con la realtà delle cose e dei fatti, così da penetrare negli interstizi, nelle pieghe, nei corpi incistati nel tessuto sociale e territoriale, così da illuminare, come sotto un riflettore, l’insolito, o ciò che per troppa consuetudine non si vede e non ha rilevanza nella vita degli uomini. Non ne sarebbe deluso.

Il rapporto tra scrittura e realtà è ovviamente materia di riflessione critica, e filosofica, sociologica, ecologica se vogliamo, ecc. Ma io non credo che si debbano prendere in mano, ed eventualmente acquistare, questi 594 grammi di libro (circa g 0,9 a pagina) soprattutto per avere un punto di vista, una particolarmente cruda – se non non originalissima [2] – visione del mondo, di cui prendere atto, o a cui aderire, o da cui ritrarsi con sconcerto.

No.

Piuttosto, si apra il libro. Si inizi a leggere. Succede qualcosa che capita di rado, con i libri. La scrittura di Trevisan induce come una specie di movimento mentale a spirale intorno a certi fuochi narrativi; possiede una virtù ipnotica per cui il raccontare si impone immediatamente alla coscienza, a ancor più al subcosciente, del lettore, annullando i fattori di disturbo extra-testuali. È come se la distanza tra autore e lettore sia azzerata, e il lettore, chiunque sia, si trova ad essere in mezzo alle circonvoluzioni dianoetiche di Trevisan, a pensare i suoi pensieri. Lo stile di Trevisan si gioca sul ritmo, e deve essere la sua abilità nel cadenzare un ritmo in prosa a provocare, fin dalla prima pagina, questa stupefacente trance di lettura.

La scrittura di Trevisan sembra essere immediatezza espressiva, in presa diretta con le elaborazioni e elucubrazioni del suo, e nostro, cerebro, che non smette mai di ronzare, quasi che lui fosse una macchina narrativa capace di moto perpetuo, quando invece il lavoro di finitura e raffinazione, di sedimentazione e filtraggio e labor limae è continuo e approfondito.

Mi pare opportuno mettere avanti queste considerazioni: Works è un libro che si fa leggere in pochi giorni, ma la rapidità di lettura non va a scapito dell’intensità, ed è un’esperienza che rimane. Ah, dimenticavo: è un libro bellissimo. Punto. Non c’è niente che oggi gli si avvicini in Italia. Fate un favore a voi stessi: leggetelo. E poi non riuscirete a guardare qualsiasi ambiente di lavoro, e nessun altro essere umano, con gli occhi di prima.

Come da quarta di copertina, Works è un mémoire che cataloga le diverse esperienze lavorative dell’autore, dai suoi sedici anni fino al momento in cui ce la fa a vivere di quello che scrive (cosa che in Italia non capita a molti). Il primo impatto con il lavoro avviene varcando “il cancello della fabbrica di gabbie per uccelli”, ed è “una cruda realtà che a breve mi sarebbe piombata addosso”[3]; il racconto si chiude 640 pagine dopo (corrispondenti a ventisei anni di vita dell’autore) con l’abbandono del posto di portiere notturno in un hotel nella periferia diffusa del vicentino.

In questo tempo scorre il panorama dei cambiamenti dei paesaggi urbani e rurali (già marginali, questi di fatto scompaiono; una piccola palude, che è anche oasi faunistica, resiste tra i capannoni ed è pausa di rifugio durante uno dei tanti lavori), i caratteri di una teoria di personaggi, padroni e compagni di lavoro, che diventano fatti di costume e sociali, il succedere di sensi comuni – che in quanto comuni nessuno pensa di discutere –, le trasformazioni interiori dell’autore narrante, il cui racconto, così aderente alla realtà dei fatti che prendono l’avvio in un paesino alla periferia di Vicenza, ha invece origine nella maledizione biblica della condanna al lavoro. Si deve lavorare “per il solo fatto di essere venuti al mondo”. La storia dei lavori in Works è accidentata e tortuosa – maledetta? – come la concomitante storia di questa parte d’Italia, e, come questa, non porta a niente. Il sacrificio al dio dei padri portava una promessa di salvezza, quello al dio lavoro, l’unico ancora venerato in Nord Italia, soltanto un’illusione di sopravvivenza materiale. Può essere occasione di riflessione, ma non porta da nessuna parte, men che meno a una forma mascherata di redenzione, o realizzazione, personale o collettiva.

SI diceva dello stile di Trevisan. L’andamento dei periodi, spesso assai lunghi, è una successione sinuosa, mai labirintica, di secondarie: avversative, concessive, incisi, riprese, con cui Trevisan costruisce una struttura ritmica. Non a caso, il suo strumento è la batteria. Un musicista jazz userebbe più o meno così il tema musicale, tra ripetizioni, contrappunti, risposte, ritorni. Con le parole, Trevisan ricostruisce interi contesti e situazioni a partire da pochi tratti, come un abile strumentista a cui basti accennare un motivo. Il ritmo, lo swing del motivo, mette in movimento l’ascoltatore, che nella sua testa anticipa, con una sensazione di piacere, la successione di note che stanno per, o dovrebbero, essere suonate, o registra la sorpresa di una variazione. Lo stesso con la prosa di Trevisan, lunga e lavorata, efficace in modo stupefacente nel produrre rapidità di lettura, lettura attiva e partecipe.

E poi, quel pomeriggio, mentre bevevo il mio caffè e, per gentile concessione, fumavo la mia sigaretta nel suo bellissimo soggiorno, nel sottotetto dell’ex tipografia, dove ha ricavato i suoi appartamenti privati – al piano terra è situata la reception, completa di due segretarie, una personale e l’altra per lo studio, biblioteca e un grande open space multiuso; mentre al piano inferiore per cosí dire vogano, ognuno alla sua postazione Macintosh, dodici architetti, e, in un angolo, ha la sua postazione di comando il capovoga, cioè F, il fratello di Lui; al piano seminterrato, da un lato sotto la linea di galleggiamento, la cambusa e i garage; perché c’è poco da fare: ogni volta che passo, forse per il fatto di essere sull’acqua, è cosí che vedo la sua casa-studio, come una specie di galera –, gli dissi più o meno quanto sopra riportato, e che se ero ciò che ero, fermo restando che non so mai bene ciò che sono, molto lo dovevo anche a Lui e a quei quattro, forse cinque anni passati nel suo studio, e dunque, per quanto mi riguardava, il bilancio era ampiamente positivo.

Un lettore con qualche conoscenza del vicentino riconosce senza difficoltà luoghi e persone (Trevisan non fa nulla per dissimulare l’identità di alcuni personaggi, di cui parla in termini spesso sarcastici e poco lusinghieri). Qui magari sorge il dubbio che il racconto sia tanto particolareggiato da scadere a coloritura locale, da essere schiacciato sul tempo storico. E tra cento anni? Trecento? Ammesso che i lettori non si estinguano, avranno bisogno di un intero apparato di note del curatore per navigare il testo? Non so. Io, vicentino per nascita e per caso, ci ho letto una commedia umana, dai risvolti drammatici, che trascende il principio di individuazione, una realtà perenne di rapporti tra esseri umani che le necessità del lavoro, della divisione del lavoro, creano. La vita in cui ognuno è gettato senza averlo chiesto, che macina corpi e affetti fino a ridurli in polvere.

L’analisi è fredda, dura, spietata – e stranamente commovente, come pochissime altre cose –, ma qui il cinismo non è una posa. A rigore, qui non si dovrebbe parlare di cinismo, bensì della presa d’atto che non si può prescindere dalle condizioni materiali dell’esistenza, a partire dalla necessità per il corpo di avere le sue ore quotidiane di riposo, senza le quali la testa non mantiene dirittura. Tra le ragioni per cui il lavoro del lattoniere piace subito, ci sono la vita all’aria aperta e gli effetti sul corpo, che per una volta non sono di inesorabile usura e corrosione.

I corpi dei miei compagni, tutti molto atletici, e le loro movenze, decise, ma sempre molto fluide, che non tradivano alcuna rigidità di giunture, lo confermavano – credo di averlo già detto, ma tenendomi nella norma, è preferibile ripetersi, il lavoro fa l’uomo, e la donna, anche fisicamente, molto più di quanto comunemente si pensi, o si sia disposti ad ammettere. (407)

Trevisan sostiene di non scrivere per un impulso comunicativo, e quindi fa a meno di parecchie convenzioni stabilite tra autore e lettore. Si capisce: la comunicazione richiede codici precisi, che nel contesto dell’editoria divengono divisione in generi e commercializzazione, per cui non si vende un libro per quello che è, ma come elemento all’interno di una categoria, con le sue prospettive di mercato. Questo libro è presentato come mémoire, ma sfugge la catalogazione, è un accumulo di urti, di esperienze, forse autobiografiche, forse no, – ha poca importanza, sono comunque plausibili – di cui sulla pagina rimane una traccia. Il fatto è che Trevisan parla di sé come autore, ma sembra rinunciare preliminarmente all’autorità dell’autore. La sua è testimonianza all’interno di una sorta di conversazione, che non intende imporre alcunché all’attenzione del lettore. Trevisan stesso appone una nota, illuminante, citando John Cage: “Communication presupposes that one has something, an object to be communicated… Communicating is always imposing something: a discorse on object, a truth, a feeling. While in conversation, nothing impose itself.” (328).

Un libro, Works, che non ha niente a che fare con qualsiasi moralismo, ma che è un atto eminentemente morale. Avrei delle riserve su quanto Trevisan nota altrove sulla necessità di rinunciare alla convenzione didascalica, che, a mio parere, è parte integrante dell’atto letterario. Se io descrivo qualcosa, con ciò stesso dirigo l’apparato cognitivo di chi ascolta o legge. Credo che Trevisan intenda che scrivere sia una pratica da tenere lontana persino dalle intenzioni dell’autore, oltreché dalla spinta a esporre ciò che pare giusto all’autore. Trevisan si è formato come geometra, e l’occhio geometrico, in effetti, è misura, esclude la valutazione, anche quando, da occhio geometrico, evolve in occhio cartografico, o geo-grafico. In questo senso, Works è un lavoro di grande onestà intellettuale, e non saprei trovare un elogio migliore. Se soltanto si valutassero i libri in base alla loro onestà, escludendo all’origine qualsiasi calcolo di convenienze extraletterarie, materiali o altro non importa.

Works è il lavoro di un corrispondente di guerra, il cui dovere professionale è l’imparzialità. Gli schieramenti, i termini del conflitto, (a parte la posta in gioco, che sono le vite), sono elusivi. Anche il linguaggio spesso è militare: appostamenti, ronde, guardie, vedette, incursioni, spedizioni, agguati, tradimenti, armi, ritirate, dalle sassate dei ragazzini alla banda rivale (lotta per il territorio, lotta nel territorio, analoga al commercio del suolo e degli immobili nelle zone della città, tra centro e periferia), alle rapine e esplosioni, guerriglia urbane nel Nordest degli anni ’70. E i morti, per terrorismo, per eroina. È la guerra di cui il fronte attraversa i corpi e le coscienze di tutti, se è lecito usare una figura del discorso che Trevisan non utilizzerebbe mai, perché la sua è scrittura materiale, lui parte sempre dalla materia, si dilunga a descrivere le caratteristiche dei materiali e delle sostanze, che sono la base del lavoro di tutti. Ma la guerra è la sostanza delle cose, è il conflitto con il mondo. C’è una specie di stacco, così lo chiama l’autore, in cui l’incontro con Toni Servillo mette in scena la piccolezza e l’egocentricità del “famoso regista e ancor più famoso attore di cinema e teatro”. Non c’è dialogo, non c’è scambio di opinioni: c’è guerra di posizione (“sono quasi certo che si aspettasse dei ringraziamenti”), un chiagnere e fottere, minacce e intimidazioni, c’è appropriazione, indebita e misconosciuta, da parte del “neomelodico” di materiali intellettuali (scene, suggerimenti di regia, battute, ecc.,), infine rottura di rapporti. Deve essere stato un fatto caratteriale, a Trevisan i leccaculi e i padroni stanno sul cazzo. Intanto, la sua guerra, che è la guerra di tutti, continua.


[1]
Non sono sicuro che il libro di Trevisan si indirizzi a un “lettore”, secondo le convenzioni della comunicazione editoriale e letteraria. Questo libro, e altri che Trevisan ha scritto, dovrebbero finire in mano a chi con i libri proprio non ha dimestichezza, perché ci troverebbe buone ragioni per cominciare a leggere. E se si pensa che le misere vendite della narrativa in Italia siano dovute a un offerta poco originale, e che la narrativa in Italia sia tutto sommato autoreferenziale e poco interessante, questo libro dovrebbe essere esaminato con attenzione da ogni direttore editoriale.

[2]

Oltre a Bernhard e Beckett, che Trevisan annovera tra i suoi autori di riferimento, viene in mente un canone di letture che passa per Michel Houellebecq, Don DeLillo, senz’altro Céline (ma ormai è una cosa scontata), il Memoriale e il Corporale di Volponi, l’ultimo Pasolini, il Walter Siti di Resistere non serve a niente.

[3]

Non si pensi che il primo lavoro in una fabbrica di gabbie per uccelli sia una conveniente metafora della fine della libertà. Sono sicuro che l’autore non ci abbia neanche pensato. No, la fabbrica è la concretezza e il rischio delle lamiere, delle presse, dei turni. Trevisan non fa manierismo con le figure del discorso.

4 pensieri su “Vitaliano Trevisan, Works

  1. Sì, credo che questo libro abbia un futuro, man mano che verrà letto se ne capirà la rilevanza. Rischia di diventare un testo imprescindibile per capire la Situazione.

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  2. Pingback: Works (Vitaliano Trevisan) » fulviocortese.it

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