Beppe Salvia, Il colore del dire. Nota di lettura di Rosa Salvia

Beppe
Edoardo Albinati, nel tracciare il carattere schivo del poeta potentino Beppe Salvia, lo definisce “uno dei poeti più dotati e amati e non solo della sua generazione”, aggiungendo che “conduceva una vita isolata e precaria, nutrita della sua poesia e poco d’altro” […], così come della sua opera poetica scrive che aveva “una grazia bruciante, quasi offensiva”. (Articolo Vivere da spiantati in un luogo di spettri in “Paese Sera” – 18 aprile 1985)
Arnaldo Colasanti, profondo conoscitore della poesia di Beppe Salvia, sottolinea fra l’altro che “la poesia di Salvia ha la luce della giovinezza e l’alba di una limpida espressione al fine di rinnovare l’antica fede della verità poetica, di una parola lasciata fra gli uomini a ripetere il cuore di una terra, di un’unica patria, nella visione di ogni creatura”.
“Sono felice e triste” scrive di sé Salvia in una poesia. Scissione interiore, “antitesi, come l’uomo orfico di Rilke, e nessuna dialettica” (Emanuele Trevi), mistero, ribellione, paradosso, di un poeta la cui poesia cresce nella temperie romana dei primi anni Ottanta, caratterizzata soprattutto dall’attività sorta intorno alle riviste a cui il poeta collaborò e a cui prese, in maniera diversa, parte attiva: “Braci” e “Prato Pagano” (ma si deve ricordare anche la proficua collaborazione, dovuta all’interessamento di Dario Bellezza, a “Nuovi Argomenti”). Gli animatori di tali riviste condivisero con Salvia soprattutto il recupero di una classicità svincolata dal dogmatismo ‘ideologico’ di certe avanguardie, volto, con attenzione estrema, alla classicità dei latini, da Orazio fino al magistero lirico del Petrarca e al “fanciullino” di pascoliana memoria. Ciò premesso, il valore alto ‘autentico’ della poesia di Beppe Salvia si coglie nell’inquieta spasmodica aspirazione a depurare poeticamente l’esperienza, lasciando nella scrittura non un simulacro letterario, ma una sua scheggia vera, breve e purissima sulla scia di Sandro Penna in particolare, la cui influenza, nella lettura di Roberto Galaverni, andrebbe paradossalmente rintracciata non tanto nell’andamento epigrammatico, bensì nella magica levità del sonetto che contraddistinguono Estate di Elisa Sansovino (pseudonimo del poeta) nella sua interezza e le sezioni centrali di Cuore (Cieli Celesti), “il capolavoro di Salvia” (Emanuele Trevi). Ci si imbatte in sonetti caudati e non, con rime occasionali, senza rime o con rimalmezzo, e, aggiungerei, in pseudo-sonetti e persino ipersonetti di matrice zanzottiana, come precisa Pasquale Di Palmo.
Brusio della lingua, filigrana di scrittura, primaria vocalità, insieme al ricorso quasi ossessivo a suggestioni cromatiche di vario genere: si pensi ai riferimenti costanti al celeste o all’azzurro o all’uso reiterato del colore bianco: le parole diventano “bianche”, e il poeta dipinge “su tele bianche con pochi colori / […] il bianco nulla della tela” Cuore (Cieli Celesti), attraverso un continuo processo di straniamento, un’audace orchestrazione fonica che offre spazio ad assonanze e illuminazioni improvvise, a dissonanze e baratri. Per tali ragioni “si potrebbe avvicinare la poesia di Salvia persino alle tormentate e oltranzistiche indicazioni dell’ermetismo di Lorenzo Calogero, anch’egli scomparso diversi anni prima in modo tragico”. (Andrea Zanzotto – trascrizione del programma radiofonico Pagina culturale dedicato all’opera Cuore (Cieli Celesti), 23 giugno 1988, Radio Svizzera Italiana, Lugano).

Al contempo però, la poesia di Salvia si snoda nella tensione a “usare le parole al limite della loro area di significazione” (come scrive Alfonso Gatto della sua stessa poesia), parole desuete inusitate di ricercata derivazione letteraria (“usbergo”, “verro”, “flabelli”, “bombo”, “immillano”, “ombrìa” e così via), al fine di farle rinascere tramite una costante rivitalizzazione e metamorfosi, ricreando attraverso di esse il mondo in cui gli spettri dell’io coincidono con gli spettri del luogo.
Dunque affascinante impressionismo decantato e arioso nel terreno di un Unicum con un anelito al sublime, derivato anche dalla lirica stilnovistica, pressoché antitetico però alla cifra stilistica che privilegia una lingua che in altre sezioni di Cuore (in particolare Inverno dello scrivere nemico e Lettere musive) ricalca il “barocco”, l’estetismo dannunziano, in un aulico misterioso abbraccio, con la sua impronta ora elegiaca ora cognitiva e con sezioni composite che risentono di entrambe le soluzioni espressive, come negli Ultimi versi.

Della poesia di Beppe Salvia valgano come esempi alcune strofe memorabili della sezione “Sillabe” da Cuore (Cieli Celesti): “Adesso io ho una nuova casa, bella / anche adesso che non v’ho messo mano / ancora. […] Io amo la mia casa perché è bella / e silenziosa e forte. Sembra d’aver / qui nella casa un’altra casa, d’ombra, / e nella vita un’altra vita, eterna”. Oppure incipit quali “in cielo i nuvoli son grandi vele / bianche, velieri” e l’incantevole chiusa “Come fiori / di mandorlo e di pesco le parole”. Cuore (Cieli Celesti). L’endecasillabo si risolve con un nitore, una immediatezza che conserva, intatto, il sentimento dell’eterno attraverso un enjambement onnipervasivo, un enjambement che “è uno stato d’animo”, come rileva Pietro Tripodo nel suo intervento Sulla poesia di Beppe Salvia (Prima parte), “Capoverso” n. 2, luglio-dicembre 2001. Interessante anche l’analogia che Tripodo opera nella (Seconda parte), “Capoverso” n. 3, gennaio-giugno 2002 tra la raccolta landolfiana Viola di morte, diario in versi apparso nel 1972, e certe suggestioni poetiche di Salvia. Per inciso, anche a me, una delle sue cugine, Beppe parlò, in una delle nostre rarissime occasioni d’incontro, della sua attenzione alla scrittura gotica e sulfurea pervasa di tragica ironia di Tommaso Landolfi. Ciò che conferma l’accostamento fra Landolfi e Salvia è in primo luogo l’assolutezza indifferente del verso come della prosa, che per entrambi fu il senso concreto e vivo di una certezza nell’unità della poesia, fermo restando il messaggio universale della parola poetica.
In un appunto di Elemosine Eleusine del 1982, titolo che in un primo momento avrebbe voluto scegliere per la sua raccolta poetica Cuore, Beppe presenta un piccolo cammeo, un autoritratto in miniatura davvero rivelatore: “in mia vita ho scritto versi di quattro stagioni, inverno fu la prima, e dello scrivere nemico, venne dunque l’estate, d’Elisa Sansovino, e per la primavera un semplice e celeste quadernetto, cieli celesti suo poverissimo titolo, l’autunno ahimè io non l’ho scritto. Perché, come per tutta la poesia grande, esso è implicito, sta dietro assai a tutti quanti i miei versi, nella mia vita vana”.
Infine, sempre al fine di sottolineare non soltanto certe affinità linguistico-mentali ma anche comportamentali fra Landolfi e Salvia, cito da “Inverno”, Cuore (Cieli Celesti) riflessioni in prosa di Beppe: […] “Si può non aver assistito non avere un nome non credere. Si può essere al mezzo d’un segnale di fascine che brucia. Al limitare di neve e foresta. Un fuoco a forma di X. Si può morire dovunque”. Sogno di resistenza al nulla, che conserva nel suo fondo il desiderio di una vita che rinasca a principio, dalle sofferenze del mondo.

***

da Cuore (Cieli Celesti)

Ninfale

la mia cultura è poca e la mente fioca,
non ho conosciuto regole e leggi e nessuno
dell’ordine dell’universo m’ha insegnato
ad amare la sua natura grande
e umile. Ho offeso con la mia stupidità
la legge della vita, l’infinita innocenza
della sua crudeltà. Adesso ho un cuore
nobile ma la mia carne è pietra.

e imparo da solo con stenti l’errore
d’essere solo. E padre e madre vorrei
essere di questa solitudine.
non l’abitudine filiale, ma il segreto esempio
la natura dolce delle parole vere
io voglio dedicare a questo corpo magro,
attraversato dal tremendo folgore
del coltello e dell’innaturale pietà
della preghiera. E spezza da sé e su
se stesso l’acqua rigida del suo vero.

Conosco adesso il tempo certo
degli abissi e la parola povera
della vita, e l’esclusione e l’essere
e il pentimento e la colpa. e tutto
dura nel mio corpo eterno, e io
non posso amare senza amore
non posso soffrire senza dolore.

Ceneri del nostro tempo gli evidenti
abissi del dubbio e l’assoluto.

La mia paura è grande ma ho il coraggio
di esistere. Soltanto in me è l’errore
del giorno e della notte. Il tramonto è leggero
come una carezza e il giorno nella notte
si trasforma. Di questo genere del mondo
che è l’esser verso l’inconsapevolezza
giovanile fa nascere qualcosa che
soltanto l’amore della ragione conduce
ad esser vero. Anche di questo eterno
errore sono prodighi gli attimi
fuggitivi, le origini e la fine.

***

Nota bio-bibliografica

Beppe Salvia nasce a Potenza il 10 ottobre 1954 e muore suicida a Roma il 6 aprile 1985.
Nei primi anni settanta si trasferì a Roma con la madre e il fratello, dopo la morte prematura e improvvisa del padre in un incidente d’auto nel pomeriggio del 24 dicembre 1970. La tragica scomparsa del padre ebbe un effetto devastante sulla sua vita. A Roma cominciarono a manifestarsi
sin da subito i primi segnali di un ‘male oscuro’ da cui il poeta non riuscì mai a guarire, nonostante la sua attenzione quasi famelica, oserei dire, allo studio perenne e alla poesia, nonostante gli amori, gli amici poeti più cari quali Claudio Damiani, Gino Scartaghiande, Arnaldo Colasanti, con cui condivise in maggior misura il suo impegno attivo nelle riviste sopra-citate.
Roberto Galaverni dedica acuta attenzione alla poesia di Salvia nell’Antologia Nuovi poeti italiani contemporanei, Guaraldi, Rimini, 1996 e nel saggio “Dopo la poesia. Saggi sui contemporanei,” Fazi, Roma, 2002
Si deve a Brian Cole la traduzione in inglese di Poesie di Beppe Salvia, in Internet al link: http://www.brindin.com/pwpita.htm, novembre 2004
Parte della sua produzione poetica e in prosa (egli scrisse anche racconti) è presente nell’ Antologia
I begli occhi del ladro, a cura di Pasquale Di Palmo, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2004.
Gian Mario Villalta dedica una sua personale originale lettura della poesia di Beppe Salvia
nell’Antologia Il respiro e lo sguardo – Un racconto della poesia italiana contemporanea, Scuola Holden, BUR, Milano, 2005
A Flavia Giacomozzi si deve il dettagliato saggio “Campo di battaglia” – Poeti a Roma negli anni Ottanta (antologia di “Prato pagano” e “Braci”) con una puntuale ed incisiva introduzione di Gabriella Sica, Castelvecchi, Roma, 2005
A oltre vent’anni dalla sua morte la Fandango libri, Roma, 2006, pubblica Un solitario amore, a cura di Emanuele Trevi, che ripropone l’opera poetica e in prosa, compresi inediti, di Beppe Salvia.
Stefano Guglielmin ci regala sue originali riflessioni sulla poesia di Salvia nel suo saggio “Senza riparo – Poesia e Finitezza”, La Vita Felice, Milano, 2009. Inoltre Guglielmin si occupa ancora di Beppe Salvia nel Volume 2 di blanc de ta nuque, antologia su varie voci della poesia contemporanea, (Edizioni Dot.com Press, 2016)
Nel dicembre 2013 sulla rivista on line “poesia 2.0” esce una importante monografia che comprende ‘illuminanti’ recensioni sulla poesia di Beppe Salvia, a cura di Francesco Dalessandro e Luigi Bosco. Si sono occupati di Salvia (oltre ai poeti già citati), con articoli sulle pagine culturali di quotidiani e di riviste cartacee e in saggi critici, scrittori e poeti quali Marco Lodoli, Fabio Sargentini, Raffaele Manica, Tommaso Di Francesco, Enzo Siciliano, Gianfranco Palmery, Giancarlo Alfano, Eraldo Affinati, Alberto Toni, Amelia Rosselli, Antonio Debenedetti, Paolo Lagazzi e Stefano Lecchini, Plinio Perilli, Stefano Crespi, Paolo Di Stefano, Stefano Petrocchi, Alfonso Berardinelli, Franco Loi e Davide Rondoni, Marco Merlin, Maurizio Casagrande, Guido Conti, Nicola Crocetti, Roberto Varese ed altri di cui non sono a conoscenza e me ne scuso.
Di prossima uscita il saggio di Claudio Damiani “La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia”, Edizioni Lantana, Roma, 2016 in cui il lettore potrà trovare nuovi e incisivi spunti di lettura e di analisi sul lavoro poetico di alcuni importanti poeti a partire da Pascoli, fra cui naturalmente Beppe Salvia.

Questo mio saggino sarà nell’ Antologia “Passione Poesia” a cura di Sebastiano Aglieco, Luigi Cannillo e Nino Iacovella, per le Edizioni CFR/Gianmario Lucini. “Passione Poesia” nasce con lo scopo di proporre note di lettura da parte di autori e critici che hanno aderito all’iniziativa su alcune delle voci più significative del panorama poetico contemporaneo. La selezione degli autori recensiti è stata fatta in base al criterio del maggior numero di richieste.

5 pensieri su “Beppe Salvia, Il colore del dire. Nota di lettura di Rosa Salvia

  1. E’ davvero necessario oggi, direi indispensabile, riproporre un poeta altissimo come Beppe Salvia, per togliere ogni dubbio sulla supposta “deriva poetica” della poesia del secondo novecento. E questo saggio così completo e partecipato di sua cugina Rosa Salvia, poeta anch’essa, invita a rileggere l suoi testi intensi e struggenti, unici.
    Una poesia che ho amato e che continuo ad amare, che sento a me particolarmente vicina e che incarna sorprendentemente il nostro malessere, la ricerca mai appagata di senso.
    Grazie, Rosa

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  2. Ringrazio di cuore Annamaria Ferramosca e Lucetta Frisa, due notevolissime importanti voci della poesia contemporanea, per la così sensibile e partecipata attenzione a un poeta come Beppe Salvia. Aver avuto in famiglia un poeta alto come Beppe, da una parte mi riempie di grande orgoglio, dall’altro mi sprona a lavorare sempre con maggior tenacia al ‘mistero’ della poesia, ancor più perché mi sono avvicinata ad essa piuttosto tardi, intorno ai quarant’anni…

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