Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, di Riccardo Ferrazzi

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È una straordinaria carrellata di avventure questo libro di Riccardo Ferrazzi, che descrive miti e leggende come fossero le ultime vicissitudini del vicino di casa. L’intenzione di fondo si palesa già nel titolo: Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio (Fusta Editore, collana Bassa Stagione).
Una demitizzazione del mito, scelta paradossale che conduce a risultati quasi sempre brillanti, a volte discutibili per me, prete di Santa Romana Chiesa, per quel che riguarda le storie della Bibbia: il peccato originale, per esempio, è tradotto in senso di colpa conseguente a catastrofi come l’era glaciale e le successive inondazioni. In questo senso, il frutto colto dall’albero del bene e del male è assimilato al fuoco rubato da Prometeo: superbia e ybris sono all’origine di quella trasgressione che dà vita al vortice tumultuoso del progresso.
Il mito risponde innanzitutto a domande primordiali: chi siamo, da dove veniamo? La risposta a interrogativi come questi non può essere data a livello razionale, ma deve coinvolgere il mondo ambiguo e variegato dei sentimenti più profondi. A questo fanno appello, per esempio, le grandi narrazioni riguardanti l’Aldilà, che Ferrazzi passa in rassegna col puntiglio instancabile dell’archeologo: il racconto di Platone, le descrizioni che ne danno l’Islam, i Vangeli o le culture ilozoiste, che non conoscono una gerarchia fra destino umano ed animale.
I sacrifici nascono col senso di trasgressione prodotto dal lavoro agricolo, in cui l’uomo ha l’impressione di fare violenza alla natura, mentre, all’altro capo del filo, le storie di Agamennone e di Abramo sanciscono la fine dei sacrifici umani.
Non sempre il mito è drammatico: con una delle sue intuizioni folgoranti, Ferrazzi identifica i racconti di cui Ercole è protagonista come una specie di fumetto, che umanizza definitivamente il mito e relega il ruolo degli dèi nel campo di una nemesi a volte imperscrutabile, come nel caso di Penteo, ucciso per essersi opposto ai baccanali di Dioniso o, per altri versi, della pazzia amorosa e criminale di Medea.
La Roma concreta, così ben rappresenta da Pompeo, che ingaggia di sabato la battaglia con gli ebrei, non può produrre miti, ma solo esempi di valore. Con essa, dunque, la vena sembra esaurirsi. L’Occidente sarà invaso da magie ed esoterismi dell’Oriente, da una parte, e dalla nascente agiografia dei martiri cristiani, dove non conta più l’equilibrio tra le pulsioni umane, ma il peccato e la penitenza come via d’uscita.
Per spiegare la presunta archiviazione del mito, Ferrazzi getta uno sguardo da storico provetto nella barbarie e nell’impoverimento seguiti alla fine dell’Impero.
Ci pensò il Medioevo a far rinascere tutto, coi suoi cicli cavallereschi che avrebbero infiammato le pagine del Tasso, dell’Ariosto e del Boiardo. Artù e la Tavola rotonda s’incrociarono col Graal, dimostrando, con l’abbondanza di versioni, che il mito è un volano di significati e di interpretazioni sempre nuove. La differenza con i miti greci sta nel fatto che mentre in quelli la trasgressione rende possibile il progresso, qui la verità deve emergere dal cumulo di trasgressioni che l’hanno seppellita con stratificazioni successive.
Gli unici due miti dell’epoca moderna sono nati in Spagna: Don Giovanni e Don Chisciotte. Sono archetipi che Riccardo Ferrazzi squaderna in modo magistrale, con un fuoco di fila d’intuizioni che rapiscono il lettore.
L’ultima parte del libro è occupata dal mito dell’Isola felice e dalle esplorazioni: qui l’autore dá il meglio di se stesso, inseguendo le avventure di quello che è un vero cavallo di battaglia: Cristoforo Colombo e la sua ossessiva ricerca di Cipango.
Alla fine del percorso, restano il sapore e l’odore di qualcosa che tutti cerchiamo nelle vie contorte dello spazio e del tempo. Qualcosa che spesso è nascosto in un armadio, o nel giardino di casa.

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