53. Conversione

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Il primo prete sgozzato provocò un sussulto, ma la falange del politicamente corretto non cambio la propria posizione. Evidentemente non bastava. Ormai era chiaro, a chi aveva gli occhi in fronte, che l’attacco era stato avviato e altre vittime sarebbero arrivate ad avvalorare un’ipotesi scontata. Che l’intreccio – diciamo pure l’intrigo – fosse più complesso di motivazioni semplicemente religiose era noto dall’inizio: le lobby finanziarie volevano accelerare gli incassi assicurati dall’industria della guerra; le grandi potenze si contendevano le risorse naturali a colpi di rivoluzioni e controrivoluzioni, finché la situazione non sarebbe sfuggita di mano ai sedicenti padroni del mondo. Le conseguenze, questa volta, sarebbero state molto più drammatiche, perché spalmate sull’orizzonte di una globalizzazione che non avrebbe risparmiato niente e nessuno. I primi a essere travolti dal disastro sarebbero stati coloro che lo avevano innescato: il male gli si sarebbe rivoltato contro come un cane rabbioso, impaziente di mordere e uccidere. Ancora una volta sorgeva spontanea una domanda: come salvarsi dalla catastrofe imminente? L’unica risposta sensata era il cambiamento sociale e personale, la conversione al bene e ai valori, il riconoscimento di una verità al di là delle scelte di comodo e di tutte le forme più o meno mascherate di egoismo. Era giunto il momento di gettare la maschera: lasciando emergere il non senso, qualcuno si sarebbe ricreduto, orientandosi a una storia rinnovata, all’alba imprevista e imprevedibile di un mondo nuovo.

Te saluto Milano

Milano bis
di Michele Caccamo

Già quando si arriva si cerca di mettere i piedi sull’onda, per poi improvvisare un’andatura possente: come non fossero nulla le spine nostalgiche della memoria.
Già quando si arriva sembra che ogni palazzo sia una rosa, ogni piazza un largo di luce. E i navigli un accesso immediato verso il mare.
Ma già quando si arriva le pupille oscurano il bianco sfavillante delle zagare, per poi dare il passo al grigio di un’aria morta: a volte sembra anche a delle lune nere.
E in mezzo a tanti cuori guasti non si trova nessuno che voglia la libertà di essere infiacchito: come fosse sacra l’accelerazione. Nessuno che, in questo infinito campo di deportati, voglia scattare in piedi. Continua a leggere

Daniele Del Giudice

di Roberto Plevano

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§ Daniele Del Giudice

Lo stadio di Wimbledon uscì nel 1983. Di Italo Calvino la quarta di copertina – una specie di biglietto da visita di un libro, quindi l’unica indicazione di cui disponeva il potenziale acquirente in libreria davanti a quest’opera prima. Scrisse di “un nuovo approccio alla rappresentazione, al racconto, secondo un nuovo sistema di coordinate”, per cui “la «carta di Mercatore» è una delle immagini-chiave”. Non per fare le pulci a Calvino, ma il matematico e cartografo fiammingo Geert De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator secondo l’uso rinascimentale, pubblicò il suo planisfero nel 1569, e quindi si fa un po’ fatica a prenderlo come emblema di novità.
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LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

imageRequiem su un binario

Se è vero che il Mezzogiorno è una “periferia” – come  ha denunciato monsignor Luigi Mansi arcivescovo di Andria nella sua orazione funebre – non è affatto scontato che le periferie debbano essere povere. Come è altrettanto possibile che arretratezza e modernità convivano perfettamente. Il Financial Times scrive che il Sud è “morto” e individua le cause nello “stato delle infrastrutture, nel letargo della burocrazia e nell’arretratezza del Mezzogiorno”. Continua a leggere

52. Le mura del mondo

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Sì, la gente cominciava a interrogarsi. Anche perché nessuno poteva sentirsi più al sicuro: in qualsiasi posto si trovasse – al bar o al ristorante, al teatro o allo stadio -, era difficile scacciare il pensiero delle stragi perpetrate all’improvviso, come richiami a una realtà diversa e opposta a quella quotidiana. Anche tra le grandi firme del nostro giornalismo, c’era chi coglieva i segnali di eventi inquietanti che premevano alle porte. Ogni giorno si apriva la schermata dei notiziari online per capire se ci fosse stato un altro attacco, o se avessero pensato a qualche nuovo sistema di difesa. In realtà, l’unico argine efficace era guardarsi dentro, distogliere lo sguardo dai lustrini ingannevoli, dalle luci psichedeliche di una civiltà al tramonto. Solo una presa di coscienza collettiva avrebbe potuto fermare l’onda del caos, l’incalzare di una violenza cieca e sorda. Ma chi aveva intenzione di cambiare? I governi continuavano a operare con la miopia di sempre, i privati cittadini a ripetere il tran tran di tutti i giorni, nel rifiuto di vie nuove, di visioni inedite dell’uomo e della vita. Queste toccavano a noi, profeti solitari, pecore nere nell’immenso gregge che seguiva chi gridava più forte. Chi erano i pastori? Quali le guide che indicavano la strada senza conoscerla? Sul Titanic dell’Europa si seguitava a ballare e banchettare; il gossip continuava a fare affari, la pubblicità a smerciare prodotti taroccati. Nessuno osava più contrapporsi a una folla compatta e conformista. Voce di uno che grida nel deserto: solo il Vangelo continuava a lanciare il suo messaggio, sentinella inascoltata sulle mura del mondo.

A proposito di Altra Musica. Dialogo fra Gianluca Barbera e Guido Michelone

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‘Jazz forever. La straordinaria storia del Jazz dalle origini ai nostri giorni’, ‘Blasco Story. Tutto quello che c’è da sapere su Vasco Rossi’, ‘Bob Dylan. Tu sei quel che sogni’ e ‘Canzone dopo canzone. Fabrizio De André una discografia commentata’: a inizio 2016, la neonata editrice Melville vara una collana dal titolo Altra Musica a cura di Guido Michelone che, per conto del direttore editoriale Gianluca Barbera, cerca di trovare nuovi libri che stimolino interessanti riflessioni sul mondo delle sette note, oltre a cimentarsi, come di consueto, nella scrittura di saggi e biografie dal taglio pedagogico e divulgativo. La Poesia e lo Spirito registra e propone un dialogo fra i due, direttore e curatore/scrittore, che raccontano e spiegano le caratteristiche di una collana che può già vantare a luglio quattro titoli in catalogo, cui se ne aggiungeranno altri tre entro dicembre. Continua a leggere

Vita da Paz. Storia e storie di Andrea Pazienza

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di Guido Michelone

Un nuovo libro di Franco Giubilei intitolato Vita da Paz. Storia e storie di Andrea Pazienza, edito da Odoya, con premessa di Sergio Rossi e introduzione di Luca Raffaelli, torna a occuparsi di un artista ‘sui generis’ nato il 23 maggio di sessant’anni fa a San Benedetto del Tronto: Andrea, figlio di Enrico Pazienza, insegnante di educazione artistica, e di Giuliana Di Cretico, casalinga. Continua a leggere

SUL TAMBURO n.22: Mariagrazia Carraroli, “Paesaggio condominiale”

Mariagrazia Carraroli, Paesaggio condominialeMariagrazia Carraroli, Paesaggio condominiale. Poesie, illustrazioni di Luciano Ricci, Firenze, Florence Art Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Ciascuno di noi vive insieme agli altri, in circostanze che sono sempre diverse ma, in fondo, restano sempre le stesse, ripetute e rinnovate giorno dopo giorno, ora dopo ora. I condominii sono parte integrante del nostro paesaggio mentale, del nostro modo di vivere associato. Convivenza non sempre agevole (talvolta spiacevole, talvolta turbolenta ma anche fonte di sorprese), quella condominiale è un’esperienza comune a tutti che merita, proprio per questo, di essere trasformata in emozioni e in situazioni liriche. Mariagrazia Carraroli ne è ben consapevole nel suo libro che nasce da esperienze quotidiane e personali rivissute e trasformate in parole di consapevolezza raggiunta:

«PAESAGGIO CONDOMINIALE. Oltre il balcone / il pino marittimo in burrasca / lancia segnali. // Travolto legno / in mare sconvolgente / per folle nocchiero / ha il fiato di Monte Morello. // Il telo del quarto piano / e la selva degli aghi / ricuciono lesti la quiete. // Dipana l’azzurro / appena sbiancato / da orme fuggitive di tempesta» (p. 12).

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Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo

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ANOMALIE

Si è sempre al proprio interno smisurati, nessuna prospettiva lineare
definisce i confini dove stare, non lo diresti mai che si è deformi
nel rumore della testa che rimugina, nello sguardo che sequenza il contesto
tutto si fa gigantesco o minuscolo, ed il guaio è capire che non è un sogno
che ci si ferma davanti ai burroni, non si svegliano i morti con un bacio.

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CRESTOMAZIA 24: Callimaco, “Davanti a una porta chiusa”

Davanti a una porta chiusa

Conopio, vorrei che tu dormissi come costringi me /
a dormire, sotto questo portico gelato. /
Donna insensibile, vorrei che tu dormissi come fai /
dormire il tuo innamorato, senza un’ombra di compassione. /
I vicini hanno un po’ di pietà, tu neanche un’ombra. Ma presto /
i capelli bianchi ti rinfrescheranno la memoria, su tutto.

(trad. Marina Cavalli)

Callimaco, Epigrammi, Mondadori, 2008, p.37


“Dell’altra moltitudine che abbiamo di versi, quasi infinita, ha scelto ciò che gli è riuscito o più elegante, o più poetico, o anche più filosofico, e infine, più bello […]” (Tratto dalla Prefazione alla crestomazia italiana de’ poeti di Giacomo Leopardi)

51. Tutto pronto

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Tutto sembrava condurci in una terra ignota, dove il Signore era il Signore, e noi creature da iniziare a tutto, anche a ciò che in genere è dato per scontato. Il nostro rapporto procedeva per sussulti: alti e bassi, in sintonia con i sentieri impossibili su cui il Progetto puntava sempre più, come se solo in vicoli ciechi, davanti a porte chiuse potessimo trovare la nostra dimensione. La dinamica risultava comprensibile alla luce di uno scenario in movimento, in cui le forze del bene e del male si affrontavano in una guerra di trincea, costringendo le persone più coscienti a schierarsi da una parte o dall’altra. Intanto si moltiplicavano gli atti di violenza, gli attentati, i colpi di scena perfino sospetti, come il golpe da cui Erdoğan era uscito rafforzato, a capo di una democrazia nominale, svuotata dal di dentro. L’America sembrava indebolirsi, lasciando Israele sempre più sola in un Medio Oriente trasformato in polveriera; la Russia, paradossalmente, pareva ergersi a difesa dei valori cristiani, mentre colossi come l’India e la Cina crescevano fra tensioni di ogni tipo. Il Santuario del Divino Amore era una tessera invisibile in un mosaico mondiale di difficile decifrazione, ma anche lì s’intrecciavano visioni spirituali e materiali, flussi di luce e forze oscure interessate al potere e alla finanza. Tutto sembrava pronto per l’avverarsi delle profezie, lo scioglimento drammatico dei nodi, la morte e risurrezione del mondo, immensa Pasqua di sangue e di vita rinata dai brandelli della storia.

Luigi Maria Corsanico legge Federico Garcia Lorca. 13

da qui

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Federico García Lorca
POETA EN NUEVA YORK
(1929-1930)
A BEBÉ Y CARLOS MORLA
Los poemas de este libro están escritos en la ciudad de Nueva York el año 1929-1930, en que el poeta vivió como estudiante en Columbia University.
F. G. L.
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Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
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§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.
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Giacomo Sartori, Sono Dio

di
Roberto Plevano
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Sono citazioni impegnative, quelle che Giacomo Sartori pone in esergo al suo ultimo romanzo, Sono Dio (Enne Enne Editore, Milano, 2016). Leopardi, Carl G. Jung e due filosofi francesi contemporanei, non notissimi in Italia, Marcel Gauchet e Frédéric Lenoir, danno un compendio per cenni del discorso della modernità su Dio: l’eclisse del sacro, la secolarizzazione, il disincanto.

Temi spinosi, dal punto di vista limitato e parziale del genere umano. Dal punto di vista però dell’eterno e dell’infinito, cioè Dio, il Dio della rivelazione monoteista semitica, che è totalità delle totalità, e creatore onnipotente, sono quisquilie, trascurabili rognette di una porzione minuscola del creato, che non pare nemmeno proprio ben riuscita, e sarà presto annichilita, così informa il narratore, che, superfluo dirlo, è un narratore onnisciente – come potrebbe essere altrimenti?
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50. Il responso

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Ci colpì molto l’attentato a Nizza, il camion lanciato sulla folla come “leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare”, citando dalla Prima Lettera di Pietro. Un’immagine archetipica del male, un punto di tenebra assoluto sullo sfondo di una storia che ormai si dipanava con chiarezza. Di fronte a tale epifania diabolica la gente si sarebbe svegliata? Sarebbe emersa la coscienza del momento, l’esigenza della conversione, del sincero pentimento che, stranamente, neanche la Chiesa indicava come urgente? Speravamo di sì: quei corpi straziati sulla Promenade des Anglais gridavano giustizia, ma anche uno sguardo ulteriore, un intuito profetico della lotta tra il bene e il male, un appello senza ambiguità a cercare in se stessi i segni vitali di una verità sociale, storica e teologica. Leggendo le analisi degli opinionisti, si trovavano i soliti parametri di razionalità astratta che non portavano a nulla: la ragione illuministica tradiva, in questi eventi, la sua incapacità congenita di trovare non solo soluzioni, ma anche chiavi adeguate per una prima comprensione del problema. Le previsioni di cui tanto s’era parlato, fino ad ora, entravano in una fase drammatica di realizzazione, tra lo sgomento della gente e l’impotenza dei capi: l’Europa del benessere, della perdita costante e progressiva dei valori mostrava il suo lato vulnerabile, come fosse impietrita nell’attesa di un responso decisivo.

Rosa

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Ti ripenso da qui, come un naufragio
riemerso da un passato ormai remoto:
non hai occhi né orecchi per capire
che cosa ha funzionato, e cosa no.
Ti perdi dentro il rosa condensato
del fragile orizzonte di Sirolo.
Il male ti ha plasmato, come ruggine
lasciata imputridire. Solo quando
sarà venuto l’Angelo vedremo
il tuo volto brillare, come l’oro.