KSENJA LAGINJA, “PRATICARE LA NOTTE”

Ksenja Laginja – Praticare la notte – Giuliano Ladolfi Editore

Praticare la notteLa cosa singolare è che scrivo la recensione di questa raccolta poetica, Praticare la notte di Ksenja Laginja, intrisa di ariose oscurità notturne (reali e metaforiche) in un luogo (Visby, sull’isola svedese di Gotland) e in un momento (il solstizio d’estate) in cui è il giorno a farla da padrone, e le tenebre si affacciano appena solo per un’ora o due. Ma è l’atmosfera perfetta, sia per riflettere su un romanzo che ho in gestazione, sia per coltivare queste emozioni, per così dire, “in negativo”, attraverso letture fatte di Ombra e Luce. Durante il viaggio di andata ho letto La lucina di Antonio Moresco (ed. Mondadori), romanzo immerso nel buio ma con un unico – enigmatico – segnale luminoso a fare da guida a un narratore in cerca di risposte sulla vita e sull’Oltre. E anche un poemetto di prossima pubblicazione, del quale scriverò la postfazione, La via lattea di Diego Caiazzo, dove le vicende umane si specchiano nella profondità abissale dell’universo (esterno e interiore).

A suggellare il tutto, la lettura di Ksenja.

Tutta la raccolta può essere visualizzata come una successione di pitture rupestri incastonate in pareti di caverne che sono stanze interiori. La notte, così, diventa territorio metafisico, ma anche profondamente materico, in cui trovano spazio confessioni intime dischiuse in un ordine di condivisione che si espande nel terreno impervio della passione.

Le poesie sono riunite in due parti, “Dell’assedio” e “Dell’attesa”, che costituiscono due poli di tensione, rendendo l’idea di una compressione tra elementi di minaccia, sia pur contaminata – positivamente, intendo –, da una percezione di speranza.

Ho visto un’ombra
scendere in silenzio
innalzarsi senza volto
nella bolla uterina
di uccelli rossi in agonia
seguire il volo
la traiettoria dei liberi
sognando cieli, oltre
lo specchio d’acqua;
che di silenzi non si muore
ci si riempie.

L’approccio di Ksenja Laginja ai percorsi del sentire – in particolare quando riferito alla dimensione amorosa – è quasi mistico. In lei – e su di lei – pare riverberarsi un’immagine della notte che è parente della “notte oscura dell’anima” di San Giovanni della Croce, o della nube della non conoscenza dietro la quale, secondo il noto Anonimo inglese del XIV secolo, si cela un Dio mai chiamato per nome, ma identificato solo con la sua essenza più luminosa (benché a tratti accoglientemente – e mai malevolmente – oscura): È.

Peraltro, la poesia di Ksenja non presuppone un dio. Forse neanche lo immagina. Ma certo è che rimanda a una premessa invisibile – perché racchiusa nelle pieghe di questa polisemantica Notte – collimante con la dimensione del Limite, del τέλος (telos, l’obiettivo del “tendere a”).

Scoprirci nella notte
con mani di petrolio
e piume intrecciate sul molo
come cefali interrati
nell’ingordigia dei gatti
sulle fauci agitate
selvagge di onde
pronte a scaraventarci
sugli scogli aguzzi dove
un giorno torneremo.

La visceralità dell’esperienza amorosa, così, si fa poetica per il tramite di una lingua sempre più protesa verso questo confine, o forse margine, come un essudato animico prossimo a tracimare. È qui che sta la misura, in senso musicale, e la cifra emozionale di Praticare la notte: nel mostrare – e dare – una confidenza mai scontata e mai imposta con la dimensione del buio, inteso non in senso tetro, ma, appunto, intimo, attinente alla radice dell’esistenza, dove si accumulano le incrostazioni che nascono dalle scorie dei giorni. E dove l’Essere, che era prima ed è ancora durante il transito dell’esistenza, sfiora le pareti dei tanti presenti, erodendole con un massaggio di polpastrelli desiderosi di trovare carne a cui aggrapparsi.

Noi che amavamo il vento
ci arrampicavamo sulla cima più alta
a solcare il mare erboso di periferia
e nell’inverno di nebbia ci scagliavamo
l’uno sull’altro, come pirati aggrappati
ai rami, armati di pietre aguzze
a dondolare sulle chiome arrese
con le mani ghiacciate e il vento
dentro, a chiamarci per nome.

5 pensieri su “KSENJA LAGINJA, “PRATICARE LA NOTTE”

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  2. Davvero una boccata d’aria pura le poesie di Ksenja Laginja. I suoi versi raggiungono un equilibrio indispensabile tra intensità e leggerezza che le permettono di esprimere la drammaticità dei temi che affronta fuori dai cliché del già sentito.

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