LA LETTERA SCARLATTA. Rivelazioni, recensioni, recuperi, rigetti, rassegne, rarità, rotture e altro di Pasquale Vitagliano

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Ode all’arte “assenteista”

In un viaggio a New York ho visitato una mostra al museo Guggenheim; Storylines: questo era il titolo.  Il tema era, spero di aver interpretato bene, il rapporto tra opera d’arte e biografia dell’autore. Insomma, l’arte come “narrazione” dei vissuti umani e del vissuto particolare dell’artista. Mi ha colpito un’installazione del vietnamita Danh Vo. In realtà, più che l’opera – l’arte post-moderna ci ha offerto un catalogo inesauribile di stranezze, dal WC al vuoto pneumatico – mi ha fatto riflettere la didascalia a sua presentazione. Danh Vo nasce in Vietnam nel 1975. La sua famiglia cerca di fuggire negli Stati Uniti grazie ad un’imbarcazione costruita a mano. Ma evitano il naufragio grazie ad una nave danese e in Danimarca si rifugiano, ottenendo asilo e successivamente cittadinanza. Das Beste oder Nichts (2010) ovvero Il meglio o niente consiste nel motore della Mercedes Benz appartenuta al padre e “rappresenta la centralità della sua famiglia nel suo lavoro”.

unnamedDove sta la stranezza? La cerebralità delle transavanguardie ci avevano abituato ad astruse e criptiche scalate intellettuali pur di spiegare l’intrinseco e profondissimo significato-messaggio di opere all’apparenza incomprensibili. Un esoterismo artistico che Totò seppe fissare, in questo caso sì con grande genio, quando, prendendo in giro un artista di questo tipo, proclamò che “la mia arte è assenteista: c’è ma non si vede”. Con Storylines siamo andati oltre, forse abbiamo raggiunto l’origine, l’alfa, lo zero. Perché cercare il senso di un opera? E’ sufficiente descriverla nella sua oggettività, con la sobrietà di un bugiardino. Ne trovo conferma nel motto che leggo all’ingresso del pur splendido museo. “Ognuno deve esprimere la propria arte”, firmato Frank Lloyd Wright. In questo con-testo il motore di Danh Vo è in perfetta linea.

Pensate siano le mie altrettante elucubrazioni? Allora, ho provato a confrontare l’esperienza di Storylines con la perfomance fortunatissima di Marina Abramovic al Moma, L’artista è presente. C’è lei, solo lei, seduta per l’intera durata di apertura del museo, immobile, mentre fissa il vuoto ovvero la sedia vuota che, come in una scena del teatro di Ionesco, aspetta che un visitatore si sieda per mirarla senza far poter far nulla (è vietato muoversi o solo rivolgersi all’artista), se non guardare, fissare, sorridere o piangere. Mirare appunto. Non c’è che dire una grande idea. Il pubblico ha fatto code lunghissime per potersi sedere al cospetto dell’artista. Sì, è vero: l’artista è presente. Ma mi viene il dubbio che sia assente l’arte. Come diceva Totò.

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