All’ombra del campanile

matisse vita

di Gianni Fumagalli

La nostra infanzia è stata dominata da una presenza possente, distaccata ma fiera, dominante ma necessaria: il campanile della nuova chiesa parrocchiale, dedicata a S. Margherita . Alto, elegante, conquistava la simpatia dei parrocchiani con il suono forte e caldo delle sue campane e lo sguardo austero ma rassicurante. Abitavo allora nella curt di Brivi, il cui muro di cinta confinava con il piazzale della chiesa. E’ inutile dire che la prima cosa che vedevo appena alzavo lo sguardo era proprio il campanile, ma occorre dire che la mia fantasia si è esercitata sulla sua ardita altezza e sulla sua forma slanciata. Fu ultimato nel 1933 e per la sua costruzione le maestranze si avvalsero della collaborazione volontaria di molti parrocchiani, tra i quali mio zio Luigi e mio padre. Ho una chiara istantanea della piazza della chiesa, parte erbosa :la famiglia Barachetti quasi al completo, il sacrestano Giuseppe, davanti a tutti col suo passo lesto, un po’ dietro la moglie, sempre sorridente, a seguire Ermanno, con la sua grande e lenta falcata e lo sguardo pensieroso, ultimo Sem, leggero nella camminata e sorridente nel viso.

Erano tutti diretti al campanile per il suono a festa delle campane, seguiti da uno stuolo di chierichetti e bambini. Suonare le campane era un privilegio non facile da conquistare, primo perché, escluso il campanone , le campane accessibili erano solo sette, secondo, ammesso si riuscisse a raggiungerne una, a noi bambini erano permesse solo le prime tre, dalla quarta in su potevano maneggiarle solo i più grandi o gli adulti. Una volta raggiunta una corda la si teneva ben stretta in mano e, al segnale del sacrestano: “in pé” , si cominciava a tirare con tutte le forze. La campana lentamente si alzava e, quando raggiungeva il punto verticale, bastava dare un piccolo strappo, sempre al segnale del sacrestano, per scatenare il suono, poi tutto diventava più semplice, la carda si ammorbidiva e il movimento si faceva più armonico. Il massimo divertimento consisteva nel rimanere aggrappati alla corda quando risaliva, si riceveva così una fortissima spinta verso l’alto che dava la sensazione di volare. C’era però un grave pericolo sempre in agguato: se si tardava a rilasciare la corda, la spinta era tale che non si riusciva a controllare, in un lampo ci si trovava con la testa contro il soffitto dove c’erano i buchi per il passaggio delle corde. Mi successe una volta e presi un grande spavento, nonostante la botta non fu rovinosa. Anche noi bambini imparavamo a conoscere il suono delle campane, a festa, per la messa, per un’agonia, a martello. La prima agonia di cui ho memoria fu in occasione della morte improvvisa del proprietario delle case dove eravamo in affitto.
“E’ mort Gulielmo” si sussurravano le donne in cortile. Fu portata una carriola con sopra un materasso per trasportare a casa il corpo oramai privo di vita del padre del mio amico Giancarlo. Qualche istante dopo il lugubre suono delle campane annunciava a tutta la comunità che una persona ci aveva lasciati. Aveva cinquant’anni e fu trovato cadavere nel cascinotto in prossimità del suo orto: “infarto”, dicevano sempre le donne: “Gesu Maria per l’anima sua, l’era in sce mai giuvin, pà de du bagai in sce piscinen”. Io fui spedito da Assunta, una meravigliosa vicina di casa, mentre la mamma aiutava i familiari della vittima per la preparazione della salma. Andavano così le cose allora, per una nascita, una malattia o una morte, scattava una spontanea e sincera solidarietà mai più ritrovata negli anni successivi.
Le campane erano là, in alto, irraggiungibili. Una volta sola le ho sentite suonare a martello, era bruciata una cascina e il loro suono insistente continuò per molto tempo a richiamare in aiuto braccia; molte volte le ho sentite a festa, nei giorni speciali il loro gioioso scampanio accompagnava ogni momento della giornata. Quando invece suonava un’agonia, noi chierichetti sapevamo che dopo due giorni ci sarebbe stato il funerale. C’era sempre da portare l’aspersorio per benedire la salma prima della tumulazione e il crocefisso che precedeva il corteo fino al cimitero. Alla fine della cerimonia, dopo che il parroco don Alborghetti aveva preso commiato dai parenti della vittima, c’era tra noi una simpatica e bonaria corsa a dileguarsi. Escluso di diritto chi portava il crocefisso, qualche volta era graziato anche chi aveva l’aspersorio. Il “rischio” che si correva, a non essere lesti a svignarsela, era di essere improvvisamente afferrati al collo dalle ossute e forti mani del parroco e usati come bastone d’appoggio per l’intero tragitto di ritorno dal cimitero. La presa era come una morsa che ti irrigidiva paralizzandoti tutta la parte superiore del corpo e parte del respiro. Il guaio era che il rientro durava molto, il parroco si prendeva spesso delle pause fermandosi a scambiare un saluto o due chiacchere coi parrocchiani che incontrava, non mollando mai la presa. Si arrivava alla canonica provati.
Una mattina d’estate arrivò Pierino con un tira sassi a sua detta micidiale: “varda ca la furcela che, a ta suni i campan cun questi che,” mostrando una manciata di biglie di ferro del diametro di un centimetro e mezzo. Seguì un’accesa discussione fatta di: “ta ga la faret mai, trop alt; scumetum! Ta veuret vedè”. Pierino caricò la fionda, tirò con tutte le forze gli elastici afferrandoli per la linguetta finale che conteneva la biglia, tese allo spasimo i muscoli della faccia, poi lasciò di colpo la presa. La biglia scattò come un proiettile, tutti rimanemmo in attesa guardando all’insù, dopo qualche secondo di silenzio si sentì la biglia rimbalzare sulle tegole del tetto della chiesa. Qualcuno fece notare che era pericoloso: “se la ga va in co a un quei veun ta peudet anca masal – rump minga i bal ,- rispose Pierino, che caricò nuovamente la fionda. Ripeté più volte il lancio e, al quarto tentativo, la campana gli restituì un rintocco. Lo sguardo sodisfatto dell’amico passò in rassegna i visi allibiti di tutti come a riscuotere una vincita. – “saran quaranta meter”- disse qualcuno – “anca pusè ”- fu la pronta risposta di Pierino.
La parte erbosa del piazzale era il nostro luogo d’incontri, campo di giochi, campo di calcio, rifugio per i nostri segreti. Ci si trovava per giocare a calcio e qualche volta la palla finiva oltre il muro di cinta, era l’occasione di mettere alla prova la nostra agilità. Fu in una di quelle occasioni che scoprii di soffrire tremendamente di vertigini; mentre i mie amici correvano noncuranti sul cordolo del muro, io mi aggrappavo con le mani e procedevo a stento in ginocchio. Lì ho dato i primi calci al pallone sotto la guida di Peppino che mi insegnava a palleggiare spostando sempre in avanti il limite: prima dieci, poi venti, trenta, arrivando fino a cento. Le partite a calcio si protraevano all’infinito, d’inverno anche al buio, la piazza era illuminata dalla debole luce dei lampioni della strada, appena sufficiente per vedere la palla. Prima di cena venivano mio fratello o una delle sorelle a sollecitare il rientro a casa, rientro che era sempre procrastinato da un ultimo goal da realizzare, da un rigore da tirare o da un ultimo scampolo di partita da finire.
In un caldo pomeriggio estivo il sacrestano annunciò ai chierichetti che erano in sacrestia alla fine della messa: “chi veur vignè seul campanen, a do ur seu la piasa de la gesa”. Alle due eravamo una decina di bambini ad attendere il sacrestano; avevo otto anni e era la prima volta che salivo sul campanile. Quando entrammo nella torre campanaria rimasi schiacciato dall’altezza, dalla verticalità, dalle corde delle campane che sembravano salire senza fine, dalle esigue scale che s’inerpicavano lungo le pareti del campanile con una protezione che giudicai insufficiente, ero senza fiato. Il monito del sacrestano fu deciso e perentorio: “bagai se scherza no!” Cominciammo a salire, tutti in fila, ultimo, a sorvegliare, il sacrestano, nessuno parlava. Procedevo lentamente tenendomi il più vicino possibile attaccato al muro, il senso di vertigine m’impediva di guardare oltre il gradino successivo. Arrivammo a fatica in cima dove ad attenderci c’era una vista suggestiva e impagabile. Vedevo la mia casa così piccola e le persone minuscole da non sembrare vere. Lo sguardo abbracciava tutto il paese e in lontananza l’inconfondibile profilo del Resegone e delle Grigne a ingentilire il tutto. Il rintocco delle ore ci destò dal sogno: due tocchi secchi che colpirono i timpani e uno meno forte a segnare la mezza. Per la prima volta il mondo mi appariva sotto un’altra luce, m’inquietava e attirava al tempo stesso la sua vastità. Si, la vita, si la bellezza, si la vastità. Si.

3 pensieri su “All’ombra del campanile

  1. Sono stata una bambina di “città” e non ho in comune con te questa sorta di ricordi, ma una cosa sì, le porte aperte, l’atmosfera di solidarietà e confidenza con i vicini di casa, e la disponibilità a comunicarsi reciprocamente ogni accaduto, ecco questo mi ha fatto rivivere il tuo bellissimo racconto, come sempre denso di umanità.
    Ti abbraccio con affetto,
    mimma

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