Il morto colore del mare – Il commento

di
Roberto Plevano
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§ Il commento

Lunedì vado finalmente a visitare l’amico che non ci si riesce mai a vedere, quello che ha seguito i passi del padre e si è accomodato, senza mugugni e anzi con qualche compiacimento di sé, nella prassi – nell’identità – di imprenditore. Mi mostra i capannoni – un quaranta anni fa qui c’erano campi a perdita d’occho e sull’orizzonte si stagliavano i campanili dei paesi –, la macchine delle linee di produzione, pile di scatoloni nei magazzini, parla di fatturato, di crescita, di personale soprattutto: snocciola numeri importanti. I suoi capannoni non sono scatole vuote, c’è gente che viene a lavorare ogni mattina, con i turni anche di sera, percepisce un reddito. Ma non è tutto oro quello che luccica, non è soltanto virtù salvifica del sudore e del lavoro, questo lo so da me. Senza addentrarsi in considerazioni generali, so che la sua crescita di fatturato è stato un passo obbligato per minimizzare perdite pesanti di un investimento sbagliato, un errore che gli rode, tanto che ne parla poco, lui che ama parlare. E io non gliene faccio parlare. Con un giorno del suo fatturato ci vivrei comodamente per qualche anno, eppure lui più volte dice tu non hai problemi, la tua vita tranquilla, qui appena ti muovi ti saltano addosso, è un assedio continuo. Escludo a priori che dietro alcune occhiate di sottecchi che mi lancia ci sia un sentimento – vaghissimo, eh? – di invidia, invidia in senso buono si intende. Dalle mie parti c’è poco da invidiare, mi punge il sospetto di essere uno sfigato… discorso lungo, la sfiga è una categoria dello spirito che tocca il genere umano, come il peccato originale, come il fato eschileo, come le idee platoniche. Come l’IO cartesiano. Ci si rispecchia, nello sfigato, lo si teme. Non gli dico niente, annuisco con aria seria, come a dire, eh, ti capisco, comprendo il tuo fardello.

FABBRICA s. f. [dal lat. fabrĭca «mestiere; lavorazione; officina», der. di faber (cf. Fabrizio Centofanti)] 1. L’attività, l’organizzazione tecnica ed economica relativa alla costruzione e alla manutenzione di un edificio. ant.: Prestazione personale obbligatoria per la costruzione di edifici pubblici; e per estens., il tributo in denaro che eventualmente la sostituiva. 2. ant. Composizione; struttura: la f. dell’universo; la f. del mondo; la f. del corpo umano, la sua costituzione anatomica, anche come denominazione generica o come titolo, in passato, di opere che la descrivono o di tavole che la rappresentano graficamente nell’insieme e nelle singole parti (ossa, articolazioni, muscoli, sistema nervoso, circolazione del sangue, apparato respiratorio e digerente, ecc.): famoso soprattutto il trattato De humani corporis fabrica (1543) dell’anatomico belga Andrea Vesalio, in sette libri. 3. Edificio, di qualsiasi genere, in corso di costruzione, o anche già finito, considerato in rapporto alla sua costruzione (sinon. di fabbricato). 4. a. Luogo dove si fabbricano cose determinate; stabilimento in cui si produce qualcosa su scala industriale. b. Usi fig.: f. di delitti, di menzogne, di birbanterie, f. di chiacchiere, centro di initerrotta e copiosa diffusione, con riferimento sia a persona singola, sia a più persone o a un loro luogo di ritrovo.

Mi pare che un po’ si annoi, di quello che fa in fabbrica, di quello che fa fuori, del tempo che trascorre con me, con chiunque. Mi ha detto di passare per fare una chiacchierata e, lamentando sempre di avere i minuti contati, finisce col prendere tempo e dire peste e corna, in tono confidenziale, si capisce, di qualche conoscenza comune, i vecchi compagni di scuola, hai visto che fine hanno fatto? Sono vecchi. Sono noiosi. Non sanno vivere. Sfigati! – eccoci qui, la grande categoria dello spirito – Noi invece, noi… Lo guardo e approvo senz’altro, ancora complice e sodale. Mica siamo finiti come loro, che diamine! Lo guardo un po’ oltre le mie stesse intenzioni. Invecchiato mica male anche lui, dopo i cinquanta vengono fuori quelle macchie sulla pelle – come si chiamano? – sulle tempie, sulla fronte. A proposito, IO mi sono rapato alle prime avvisaglie del peggio, lui si ostina a tenere i capelli lunghetti ai lati e dietro, e secondo me mettono più in evidenza la piazza alla sommità del capo, non inferiore per estensione alla mia, e gli danno una vaga aria clownesca. Ma a che titolo parlo? Il mio cranio è un panorama di devastazione. Mi aggiusto il cappellino da baseball.

Tutte queste cose – l’amico annoiato, i capannoni dell’azienda, i macchinari, gli impiegati, i campi che non ci sono più – le ho viste, per così dire, con uno sguardo ad altezza d’uomo, secondo una prospettiva orizzontale. Invece è stato con la vista verticale, topografica, che ho immaginato l’uomo – precisamente, un corpo senza vita – ritrovato nella mattinata di ieri accanto al quadro elettrico di un altro capannone, scheletro di una realtà produttiva da tempo dismessa e trasferita altrove. Qui la cosa davvero inspiegabile non è tanto una morte clandestina, inaspettata dal diretto interessato come lo sono quasi tutte le morti, ma il fatto che l’impianto elettrico di un capannone svuotato e chiuso fosse ancora attivo, con spese conseguenti. Su questo l’articolo di cronaca del quotidiano locale, assai breve, non spreca nemmeno un punto interrogativo – a dirla tutta, Il Giornale di Vicenza fa assai parco uso di punti interrogativi –, anche se il morto non può più avere curiosità per lo strano, e per lui imprevedibile, fatto. I dettagli sono quelli che ci si aspetta: il custode dell’impianto in sopralluogo con l’elettricista, dopo segnalazione di interruzione della tensione elettrica. Ci si aspetta la porta forzata, i cavi elettrici tagliati e sparsi sul pavimento, i rivestimenti di pareti e pavimento rimossi. Il corpo: capelli corti, lampadina frontale, tuta blu, scarpe da ginnastica, giaccone, guanti da lavoro (evidentemente inadatti). Così come ci si aspetta la descrizione degli oggetti ritrovati vicino al corpo: matasse di filo di rame sbobinato, circa un quintale di roba, zaini, borse, attrezzi, un telefonino acceso. Con ogni evidenza, la morte è venuta per folgorazione, mentre l’uomo era intento a staccare un cavo dal quadro elettrico, e non si è accorto della corrente. Poi, lontano dalle cronache, all’uomo sarà dato un nome, una sepoltura, una pietra, e non se ne parlerà più. Se fosse uscito con il materiale raccolto, con la refurtiva, avrebbe ottenuto un centinaio di euro, forse meno.

Così, in questa zona d’Italia (quella che per ora è Italia), si incrociano ordini di grandezza incommensurabili, si assiste alla conflazione di mondi, di vite, irriducibili a un qualsiasi comune denominatore: chi programma investimenti, chi stringe i denti, chi insomma mantiene una prospettiva temporale che include un po’ di futuro, e chi al mattino non sa e non si cura di come sarà il tramonto, e muore la notte per un filo di rame. Tutti calpestano il medesimo suolo.

COMMENTOs. m. [dal lat. commentum ‘invenzione’] 1. Serie di note illustrative o di giudizi critici apposta a un testo o illustrazione: Averoìs, che ’l gran comento feo (Dante, con riferimento ai commenti di Averroè ad Aristotele). 2. Esposizione riassuntiva e ragionata di uno o più avvenimenti, spec. politici e sportivi. 3. Interpretazione soggettiva di un fatto o del comportamento o delle parole altrui.

Passo dall’articolo sulla carta al sito web del giornale. La medesima notizia riceve i commenti dei lettori, in realtà alcuni dei lettori. Paginate e paginate di commenti. Ora, la comunicazione con la, e nella, comunità dei lettori passa attraverso il dialogo con i giornalisti. Ma ciò che prolifera in calce agli articoli, su cui la redazione non pare intervenire e moderare, non sembra un dialogo. Piuttosto pare qualcosa simile a un branco di cani selvatici, rabbiosi e affamati a cui si gettano pezzi di carne sanguinolenta.

Inizia giampi (mai che ci sia un autentico nome e cognome; è come se ci sia un pudore residuo a dichiarare le generalità sotto a ciò che si scrive e rimarrà indefinitamente aperto all’altrui scrutinio): «Se si potessero proteggere anche le case con la corrente, ci sarebbero parecchi “incidenti sul lavoro” in più e parecchi ladri in giro di meno».

Rispondono viba, beppaccio, giorgio64, bastonatore, outsider e molti altri.

«incidenti sul lavoro … e adesso magari i titolari vanno anche in mezzo a grane…»

«-1»

«dispiace molto, per le eventuali rogne del proprietario e/o del conduttore del capannone»

«se rimaneva a casa sua non gli succedeva nienta»

«Rubare fà parte dei 10 Comandamenti e il bello o il brutto “eterno” comincia adesso. Speriamo che prima o durante la scossa abbia chiesto perdono.e abbia rimesso tutto al Misericordioso.»

«Se il ladro era rumeno, zingaro o africano sicuramente è stata la corrente razzista»

«Sono contento.»

«Vedete? Non solo brutte notizie sul giornale!»

«ADESSO I FAMIGLIARI FARANNO CAUSA ALL’AZIENDA, PER LA MANCANZA DI ADEGUATE PROTEZIONI A PROVA DI “LADRO”…»

Si omettono le osservazioni più accese. Vita quotidiana all’Inferno: con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa.

Non so se sia stata una decisione formalizzata, non ho evidenze per sostenerlo, ma, ai tempi della creazione delle prime pagine web dei quotidiani, ci deve essere stato una sorta di accordo generale, o una tacita convenzione, di consentire libertà di commento senza prevedere filtri o controlli particolari, una zona franca di raccolta e sedimentazione e coltivazione degli umori. A ME non pare che sia una cosa normale, è come se uno sconosciuto entrasse in un bar a sbraitare e insultare, o defecare davanti a tutti. Ma evidentemente commenti di questo tipo, anche e soprattutto i più beceri, sono ritenuti permissibili; e tollerabili, anzi desiderabili, questi mezzi di costruire un senso comune, una comunità, perché la piccola comunità dei commentatori, e dei molti che leggono e non commentano, ha una precisa identità assertiva, che bandisce il dubbio. Insomma, nessuno pone punti interrogativi (che sono l’inizio del pensiero, così i filosofi): sul fatto del capannone vuoto e silenzioso, salvo che per l’inoperoso ronzio di elettricità, nella ex campagna ai piedi di colline dove si pianta il filare di vigna, nella fabbrica che non c’è più, nella quale l’impianto elettrico è rimasto inopinatamente allacciato alla rete; sul fatto che si muoia per un centinaio di euro, o anche meno, dal momento che la fabbrica non produce più alcuna ricchezza, e quindi parrebbe perlomeno comprensibile che, in questo abbandono, qualcuno cerchi di raschiare il fondo del barile. Nessuno pone punti interrogativi su qualsiasi altro fatto.

Fossi il direttore di un giornale, non permetterei alcun commento non moderato. È facile prevedere le conseguenze della pubblicazione di cronache di un certo taglio, e non sono sicuro che molte siano desiderabili in un contesto civile. Forse questo è il punto. Aizzare i cani.

MODERARE v. tr. Contenere nei limiti imposti dalla convenienza, dall’oppportunità, dalla sicurezza. Calmare, controllare.

Gli esseri umani non sembrano molto bravi a prevedere le conseguenze a medio e lungo termine delle loro azioni. Riguardo a quelle a breve termine, gli umani se la cavano abbastanza – non sempre. Hanno anche elaborato uno schema interpretativo dei fatti, detto principio di causa. Ma altre implicazioni più a lungo termine di un corso di azioni sembrano sfuggire al rilevamento cognitivo, individuale e collettivo, con poche eccezioni. Il caso del cadavere accanto al quadro elettrico di un capannone vuoto è spiegabile solo in parte con l’ignoranza delle conseguenze a breve termine di mettere le mani su un impianto elettrico; bisognerebbe considerare le conseguenze a medio termine di lasciare aperto l’allacciamento con la rete elettrica di una fabbrica dismessa. Qualcuno obbietterà che non è ragionevole prevedere che qualcuno metta abusivamente le mani sul quadro elettrico. Davvero? E se al posto di ‘abusivamente’ mettiamo ‘con imperizia’, ‘con incompetenza’? Altri casi, giusto a titolo di esempio, di incapacità si figurarsi conseguenze a medio e lungo termine: l’invasione di un paese del Medio Oriente senza la presenza massiccia per una cinquantina d’anni di truppe di occupazione; gli strumenti finanziari derivati basati su crediti inesigibili; la pesca incontrollata del merluzzo al largo dell’isola di Terranova; l’uso generale di combustibili fossili; e così via, di catastrofe in catastrofe, in un mondo troppo complicato per presumere di averne un qualche controllo. Alla base di ogni corso di azioni dovrebbe esserci una nozione realistica della natura umana, e della natura in generale.

Si dovrebbe considerare queste cose, vale a dire, volerle davvero conoscere, ma non si è fatto, e, plausibilmente, non lo si farà nemmeno nel futuro, in casi come questo, e sono tutti casi come questo. E poi, non ci sono i soldi per conoscere. C’è la crisi, c’è la crisi. E che? Vi prendete una pausa? Per pensare? Via, via, andare di corsa, chi si ferma è perduto.



(capitoli precedenti qui:
Giorgio Agamben,
IO,
Il terreno morale)

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