La confessione

Giuseppe Cinquina con la veste da chierichetto

di Gianni Fumagalli

Veniva preparata molto tempo prima dalle suore che ci facevano catechismo. Per fare la prima comunione bisognava, innanzitutto, pulire la nostra anima che, per ricevere Gesù, doveva essere immacolata. La confessione aveva il compito di rendere bianca l’anima che i nostri peccati avevano macchiato. Solo il sacerdote godeva di questo potere, conferitogli da Gesù Cristo, solo il suo ministro poteva cancellare i peccati. Ma anche per andare di fronte al sacerdote bisognava prepararsi. Il libretto distribuito a tutti i bambini era il catechismo di Pio X, considerato al pari di una Bibbia in miniatura. Venne consegnato all’inizio del corso con un’aura di solenne soddisfazione e una serie di moniti, tra i quali campeggiava quello che vincolava la nostra prima comunione al fatto di imparare a memoria l’intero libretto. Un severo esame, condotto personalmente dalle suore, avrebbe garantito la solida preparazione di ogni singolo aspirante. Alcune parti bisognava impararle alla perfezione, su altre erano concesse attenuanti, ma i capitoletti sulla trinità, sulla confessione e comunione occorreva saperli senza esitazione, dimostrare di non avere incertezze e di conoscerle, quindi, “a mena dito,” come dicevano le suore. La preparazione alla confessione era meticolosa, comprendeva, la formula introduttoria: “perdonatemi padre perché ho peccato”, l’elenco dei peccati, sul quale le suore si esibivano in una serie di esercizi di fantasia al limite dell’equilibrismo, la contrizione, la soluzione e la penitenza. Quali peccati confessare? Si poteva cominciare dai piccoli furti in casa, quando la mamma proibiva di mangiare il cioccolato o la marmellata e furbescamente, approfittavamo della sua assenza per disubbidire.

Questo, dicevano sempre le suore, era un peccato grave perché, primo infrangeva il quarto comandamento che esorta a onorare il padre e la madre, secondo perché oggi è la marmellata ma domani “chi mi dice che non è una trasgressione più grave, che offendeva dolorosamente Gesù?” Poi venivano i peccati commessi col pensiero, e qui la gamma era variegata. Si cominciava con gli amici, ai quali potevamo fare del male ignorando i loro bisogni e desideri o le aspettative che avevano su di noi. Tradire le speranze di un amico era grave perché Gesù si poneva come nostro amico e, come tale, non meritava di essere tradito. “Il pensiero è libero di andare dove vuole ma noi dobbiamo educarlo a posarsi sulle cose pulite perché se dovesse posarsi sulla sporcizia macchierebbe anche la nostra anima”. Io non capivo come potevano esserci cose sporche: le cose pensate erano cose immaginate, non c’erano immagini sporche o pulite ma semplicemente immagini. Non mi entrava nella testa l’idea che potessi sporcarmi pensando a qualcosa, anche perché l’ottanta per cento della mia attività da desto era il fantasticare. Passavo interi pomeriggi a perdermi nei pensieri e non ho mai avvertito, dopo un esercizio così intenso, la sensazione di sentirmi sporco. Ma per quanto mi sforzassi non mi sono minimamente avvicinato all’intento delle suore: loro alludevano al sesso, per cui tutto ciò che si riferiva al sesso era sinonimo di sporcizia, io ero anni luce lontano, il mio mondo ruotava interamente attorno al pallone, alla pesca, al gioco in tutte le sue forme, figurine, biglie, bussolotti . Non potevamo capirci, troppa la distanza che ci separava. “Se si vuole scongiurare questo peccato un trucco c’è: bisogna tenere il meno possibile le mani in tasca”. Ecco un altro elemento di confusione, invece di semplificare, le suore complicavano le cose, ma cosa c’entrano le mani in tasca col peccato? Si avvicinava il giorno dell’esame e non avevo ancora imparato una formula a memoria. Sapevo le più semplici come: Chi ci ha creato? Ci ha creato Dio. Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo Creatore e Signore del cielo e della terra. Queste le ho imparate subito perché le ripetevamo come un gioco. Ma da quando affrontammo il peccato, sono cominciati i miei guai. Faticavo a memorizzare le due formule sul peccato: Che cos’è il peccato mortale? Il peccato mortale è una disobbedienza alla legge di Dio, in cosa grave, fatta con piena avvertenza e deliberato consenso. In quanti modi si commette il peccato attuale? Il peccato attuale si commette in quattro modi, cioè, in pensieri, in parole, in opere e in omissioni. C’erano delle espressioni che non volevano saperne di entrarmi in testa. Nella prima formula del peccato ad esempio non riuscivo a memorizzare: “deliberato consenso”, nella seconda, “omissioni”. Non conoscevo il significato di questi termini e ero tanto sprovveduto da non pensare che si potessero cercare su un dizionario. Inoltre, in quella occasione, scoprii di avere più difficoltà, rispetto ai miei compagni, faticavo a trattenere a memoria per metodo e rigore. Non conoscevo alcuna tecnica di memorizzazione e ero troppo distratto per concentrarmi sulla ripetizione. Leggevo senza riuscire ad arrivare in fondo alla frase incolume, mi perdevo a fantasticare e, al primo appiglio, partivo per la tangente. Oltretutto non avevo la consapevolezza di quanto non sapevo. Avvolto nella mia nuvola d’incoscienza mi sono presentato due volte davanti alle suore e in entrambi i casi mi sono impappinato di fronte a “deliberato consenso” e “omissioni”. Fui ricacciato al posto a studiare ancora invece che lasciato libero, come premio, di tornare a casa, rimasi nei banchi con soli due compagni: Giuanela e Bertu, coi quali dividevo l’umiliazione del fallimento. Il venerdì prima della domenica della comunione, al terzo tentativo, superai la prova, potevo fare la confessione e quindi la comunione come tutti i miei compagni.
La confessione era prevista il sabato pomeriggio prima della domenica della comunione. La funzione era orchestrata dalle suore che dirigevano con rigore flusso e ordine. Io capitai nel confessionale vicino alla sacrestia dove confessava un padre Comboniano. Un piccolo incidente bloccò le confessioni proprio tre bambini davanti a me. La ragazzina inginocchiata nel confessionale, per l’emozione si bagnò lasciando un piccolo laghetto sotto le ginocchia. Seguì un momento di trambusto gestito magistralmente dalle suore che ripararono all’incidente con tempestività, senza che gran parte dei presenti si accorgesse di nulla. Venne il mio turno: ”perdonatemi padre perché ho peccato”. “dì tutto ragazzo”. Cominciai col raccontare un piccolo furto di marmellata che infastidì il padre, forse perché era la cinquantesima volta che lo sentiva. Si mostrò più interessato quando gli dissi di un furto orchestrato ai danni del borsellino della mamma. Raccontai con precisione di particolari come la raggirai, sottraendole due monete da 50 lire e, questa volta, la cosa sembrava più credibile. Dopo un intervallo che mi sembrò interminabile e misterioso, il padre ruppe il silenzio con una richiesta precisa e perentoria: “tieni spesso le mani in tasca?” Ebbi un attimo di esitazione poi balbettai un “sssii” molto incerto. Ma come si faceva a non tenere le mani in tasca d’inverno con il gelo che ti spaccava le nocche delle dita causando profondi e dolorosi tagli? E dopo ancora una pausa di silenzio, andò dritto al problema: “ti tocchi?” E quasi senza attendere il mio stentato “sssii,” passò a chiedere: “e quante volte l’hai fatto?” Non sapevo cosa volesse da me questo signore barbuto dallo sguardo austero. Cercai un numero che potesse piacergli e risultasse oltretutto credibile, il 10 mi sembrava giusto, non troppo grande né esiguo, il numero che non ho mai visto stampigliato su un mio compito ma su quelli di alcuni miei compagni: “10” dissi questa volta con decisione. “Guarda che Gesù vede tutto quello che fai!” Sentenziò il padre come severo monito. Pensai perché mai Gesù, che tutto vede e tutto sa, si dovrebbe servire di un personaggio così mediocre e che, per giunta, fa domande incomprensibili ai bambini? Aveva ai piedi un paio di sandali enormi che mettevano in mostra una scarsa pulizia di lunga data, questo me lo rese inviso definitivamente. Ascoltai con staccata rassegnazione la penitenza che mi assegnò: “cinque Pater, Ave, Gloria e una Salve Regina”. Dopo l’assoluzione lasciai il confessionale in uno stato di stordimento e delusione, nessun lavaggio, nessun senso di purificazione era sopraggiunto a liberare la mia anima dalla costrizione del male, al suo posto un arido e silente vuoto. Scoprii che la regola sulla buona confessione che le suore volevano a memoria non aveva funzionato: Quanti e quali cose si richiedono per fare una buona Confessione? Per fare una buona confessione occorrono cinque cose: 1° L’esame di coscienza; 2° Il dolore dei peccati; 3° Il proponimento di non commetterne più; 4° l’accusa dei peccati; 5° soddisfazione o penitenza. Troppe sospensioni, troppi dubbi e poi il senso del peccato è una cosa complessa che richiede una maturità responsabile che a fatica si raggiunge nella vita e a volte non in modo stabile. E poi, è giusto annacquare problemi così complessi, come il peccato, a misura di bambino, col rischio di percorrere scorciatoie poco edificanti? Non sarebbe meglio attendere un’età più consapevole? Ero profondamente deluso, anche se non feci cenno a nessuno, nemmeno a casa, del mio disagio, e per la giornata della comunione non facevo grande affidamento, ad aggravare il tutto ci fu la scoperta di aver avuto la penitenza più pesante.

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