Il portacenere

di
Roberto Plevano
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§ Il portacenere

Anna G. fumava come un camino, come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò insieme a lei, Luca P. fece mentalmente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, accesi nella nervosa compulsione ripetitiva di una giovane che non faceva poi caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sulla bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che trascendeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna G. socchiudeva gli occhi. Solennità degli automatismi.

Un’altra cosa che Luca P. notò fu l’abitudine di lei di conservare le cicche in una vecchia scatola di latta di tè Twinings, col coperchio che chiudeva a pressione la puzza acre. Non buttava via niente: cenere e mozziconi, teneva tutto lì sul piano della scrivania ingombra di libri e annotazioni, come un memento dei giorni fumati, passati appunto attraverso le braci delle sigarette.

La settimana di una fumatrice. L’urna dei pensieri usati ed estinti. Le mie ceneri, pensò Luca P. quella prima volta. E silenziosamente, senza rendersene conto, elevò una preghiera a quella dea sconosciuta, che conservasse qualcosa di quel giorno, oltre la conservazione delle cicche e della cenere, oltre l’aria viziata – apri un po’ la finestra, per favore.

Rimarrà qualcosa di me?

Che cosa devo fare perché qualcosa di me rimanga?

Anna G. – implorò ancora Luca P. tra sé e sé – che cosa deve dirti questo ragazzo impacciato (lei già se ne accorge che la disinvoltura ostentata a parole manca nei gesti e nella postura, ma un po’ di sbruffonaggine ci può stare a quell’età, e Luca P. non sembra una frode completa), impacciato appunto davanti a te, perché di lui un qualcosa si salvi? Si chiama Luca P., avete cose in comune, alcune non ami rammentarle. Lasciagli qualche spazio di manovra, abbi pazienza con lui, non chiudere la porta. Dagli tempo, che maturi, come una patata nel campo, un due, trecento anni, così che quello che c’è, se c’è, dia frutto. Magari qualcosa di buono verrà fuori anche con Luca P., un piccolo rimedio all’oblio definitivo.

Curiosa quella mania di conservare cicche e cenere, riflettè poi più sobriamente Luca P., mostrando però ad Anna G. di non far caso a quella stravaganza, come se fosse una cosa normale. Aveva visto qualcosa del genere nella casa di una coppia di amici che si stavano separando: la convivenza, durata alcuni anni, era divenuta impossibile. Lui sapeva dell’infedeltà dell’amico, di cui l’amica era all’oscuro. Da qui il suo dilemma, discrezione o franchezza: il disagio tra una blanda disapprovazione della condotta dell’uno – Luca P. aveva l’impressione che avesse sbroccato, a correre dietro a tutte quelle che passavano, ma pensava anche che è pressoché impossibile valutare e giudicare la vita privata delle persone, anche quando richiesti di farlo –, che era però anche complice omertà a danno dell’altra, e il sospendere intanto le frequentazioni, fino ai dovuti chiarimenti tra i due. Da amico di entrambi, presto avrebbe dovuto scegliere quale lealtà rinnovare. Alla porta d’ingresso della loro casa, che avrebbe cessato di essere la loro casa di lì a breve, un ampio posacenere da pavimento era zeppo di cicche, lasciate da lei, che aveva ripreso a fumare parecchio proprio in quel periodo, e pareva esibire a bella posta quel disgustoso deposito, così che lui, ogni volta che entrava e usciva, ricordasse bene che cosa succedeva, quali braci attizzavano, che cosa stava bruciando e diventando cenere, e fumo che si disperde nell’aria e ammorba gli ambienti, insieme al tabacco e alla carta.

CENERE s. f. [dal lat. cĭnis -nĕris]. 1. Residuo minerale, incombustibile, che si ottiene quando si brucia una sostanza organica, vegetale, animale o fossile. Nel linguaggio com., la polvere grigia residuo della combustione di legna, carbone, carta. Fig., ridurre in c., annientare, distruggere; prov., Bacco, tabacco e Venere riducon l’uomo in c. 2. estens. al plur., avanzi mortali, resti del corpo umano nella sepoltura: Alle incolpate ceneri Nessuno insulterà (Manzoni). 3. Come agg. invar., del colore della cenere, cenerino.

Ma Anna G.? Non pareva esserci nessuno con cui lei ce l’avesse O magari sì? Qualcuno del passato? Un lontano rancore, forse con sua madre? Possibile?

Gli pareva – Luca P. non ricordava bene, a ogni rammentare qualcosa cambiava – che Anna G. gli avesse parlato di sua madre, che viveva in una città lontana. Era stata una delle prime cose su cui si erano misurati, quando, da quasi perfetti sconosciuti, si erano fronteggiati dai lati opposti della scrivania di Anna G., nella camera di Anna G., con la latta delle ceneri in mezzo. Luca P. aveva pensato che Anna G., parlando con affetto, ma anche distacco, di sua madre, era una ragazza-donna misericordiosa. Brava e pulita.

MADRE s. f. [dal lat. mater]. 1. Donna che ha concepito e partorito, in rapporto alla prole; genitrice; simbolo di dedizione e di affetto incondizionato; m. di famiglia, donna considerata nei suoi rapporti personali con i figli e il marito, e con la casa di cui ha cura. M. di Dio, Vergine m., la Madonna, invocata anche come m. dei peccatori, m. di misericordia, di grazia, di carità, ecc. Gran Madre, epiteto (traduz. del gr. megale meter e lat. Magna Mater) con cui nella letteratura storico-religiosa sono designate le grandi divinità femminili che si presentano come madri originarie degli dèi, e in partic. la dea Cìbele; analoghe figure sono assai diffuse in culture extraeuropee come simbolizzazione della Terra quale elemento femminile contrapposto al Cielo, come divinità fecondatrice e, talora, come divinità creatrice dell’universo. Estens.: parola usata anche con riferimento ad animali. 2. Titolo reverenziale attribuito alle suore professe o che rivestono un grado o esercitano una carica nei conventi. 3. In usi fig. e per analogia, per mettere in rilievo un rapporto affettivo, o un rapporto di origine, di discendenza, materiale o ideale, di una fatto: a. Donna che adempie alle funzioni di madre senza essere tale: è stata una m. per lui. b. Attributo riferito, per analogia, alla Terra: la terra m. o la m. terra, la m. di tutti, la gran m. antica, la nostra m. antica (l’antica m. è anche espressione talvolta riferita a Eva, intesa come la progenitrice del genere umano); o alla natura: quella [natura] Che veramente è rea, che de’ mortali Madre è di parto e di voler matrigna (Leopardi); anche, più esplicitamente, m. natura, spesso scherz.: come m. natura l’ha fatto, nudo, o con le caratteristiche fisiche che ha dalla nascita; alla Chiesa: m. dei santi; m. dei fedeli; (la) santa m. Chiesa; alla patria: Non è questa la patria in ch’io mi fido, M. benigna e pia, Che copre l’un e l’altro mio parente? (Petrarca). c. Causa, origine (soltanto con riferimento a sost. femminili): l’esperienza è m. di scienza; Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, Non la tua conversion, ma quella dote Che da te prese il primo ricco patre! (Dante).

Brava a districarsi come poteva nelle complicazioni della sua vita complicata. Non c’è bisogno di dire che la vita a vent’anni, in quella città, in quel periodo, in quella casa, era complicata; a cui bisogna aggiungere una madre distante, e una madre non può non esserci.

E pulita, Anna G., perché non pareva che avesse altri fini nel mondo, oltre a quelli, comprensibili e legittimi, che ci si aspetta da una ragazza di vent’anni, né, a quanto era dato a vedere, trattava gli altri esseri umani come mezzi per conseguire qualche fine personale. Non manipolava.

E allora, tutto quel fumare, contro cosa, se era contro qualcosa? Contro certi aspetti della sua vita accaduta fino allora, non proprio coincidente con il destino che aveva immaginato per sé? Ma quale vita poi lo è? Vivere, in fondo, è patteggiare continuamente le condizioni di questa discordanza. I desideri sono messi da parte, ma il carico si appesantisce. Con il peso delle sue cicche, della sua cenere, Anna G. si prendeva la responsabilità di affidare alle sue proprie decisioni, a esse sole, le sorti della sua vita, costasse quel che costasse. Se soltanto Luca P. avesse visto, in quella latta di tè Twinings, l’avvertimento, che era in bella vista, di fronte a lui, che le decisioni di Anna G. sarebbero comunque venute per prime; se, invece di pensare alle sue ceneri, a chi le avrebbe raccolte, avesse pensato a qualcosa di bello da costruire, qualcosa che prendesse il posto di quelle ceneri, l’ingenuità gli sarebbe stata, forse, perdonata.

Ma per Luca P. quel pomeriggio fumoso, trascorso di fronte ad Anna G. che sedeva e un po’ teneva le braccia conserte, un po’ faceva viaggiare le mani dalle labbra al posacenere e viceversa, e un po’ parlava di sua madre, fu come un momento luminoso nel vuoto oscuro di cui d’un tratto vide la paurosa estensione, indietro nel passato dei primi anni e avanti, avanti, nell’estrema solitudine dell’ultima vecchiaia. Il vuoto oscuro che avvolge tutti, e peggio è per chi non se ne avvede. E si disse che no, davvero non avrebbe voluto altro che passare la giornata da quel lato della scrivania, osservare Anna G. fumare una sigaretta dopo l’altra e parlare di sé, cioè anche, necessariamente, di sua madre. E poi Anna G. avrebbe aperto il coperchio della scatola di latta, avrebbe sepolto l’ultima cicca, avrebbe richiuso il coperchio. E poi, forse, avrebbero avvicinato le mani.

E si disse che non avrebbe dissipato quella fortuna, di guardare Anna G. dritto negli occhi. No, non ci avrebbe rinunciato, costasse quel che costasse. E anche lontano da lei, come l’ombra incupiva al calar della sera – ma erano giornate lunghe – e cresceva un presentimento di separazione, seppe che ci sarebbe comunque riuscito (qui l’avverbio ‘comunque’ gronda sangue, bile nera, e tormenti). Volle dirlo, ma gli mancò l’occasione: dirle che non sarebbe stata sola.

E c’era dell’altro. Luca P. seppe che lui, da quel pomeriggio, se pure irrimediabilmente solo, non sarebbe mai stato solo, ma avrebbe sempre vissuto sotto gli occhi di lei. Più che l’occasione, mancò la lucidità di esprimere questa cosa un po’ contradditoria. Le cose importanti sono contraddizioni indicibili.

Ci sono tanti modi di rovinarsi la vita, ma generalmente lasciano tutti aperta una qualche via di scampo. A Luca P. capitò la catastrofe perfetta, ci si ficcò dentro con tutto l’ardore della vita che avrebbe voluto vivere. Nessuna via di scampo.



(capitoli precedenti qui:
Giorgio Agamben,
IO,
Il terreno morale,
Il commento.
Tra un po’:
Il buco nell’acqua,
Daniele Del Giudice,
Un tipo da montagna,
Attendere,
L’intesa è un fatto palpabile,
Il merlo ammazzato)

Un pensiero su “Il portacenere

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