Il portacenere

di
Roberto Plevano
0000368
§ Il portacenere

Anna fumava come un camino. Fumava come una ciminiera. In quel mezzo pomeriggio che passò di fronte a lei, Luca fece silenziosamente un conto approssimato di una trentina di sigarette. Per ogni santo giorno, erano quasi due pacchetti, MS o Camel, aperti e consumati in ripetitiva compulsione. Accendere e non far nemmeno caso all’inalazione.

E occorreva aggiungere le sigarette che lei rollava con perizia, da bustine di tabacco marca Samson e Drum. Era un piccolo rito artigianale – estrazione cartina, apertura bustina, presa della dose di tabacco, disposizione della dose sul risvolto della bustina aperta, controllo del giusto grado di umidità dei polpastrelli di indici e pollici, meticolosa confezione di un cilindretto regolare, leccatina sulla striscia adesiva, sigillatura, rifinitura con asportazione del tabacco eccedente alle estremità, breve attesa per l’asciugatura, accensione – che eccedeva il computo delle anonime sigarette industriali e per cui ci voleva almeno una sosta e un ripiano. Un intermezzo quindi di quiete in un’altrimenti incessante movimento interiore di cerebro, e poi di polmoni, labbra, dita. Rollando le sigarette, Anna socchiudeva gli occhi. Solennità e automatismo della cerimonia.

Un’altra cosa che Luca notò fu l’abitudine di lei di conservare le cicche in una vecchia scatola di latta di tè Twinings, col coperchio che serrava a pressione la puzza acre. Non buttava via niente: cenere e mozziconi, teneva tutto lì sul piano della scrivania ingombra di libri e annotazioni, come un memento dei giorni fumati, passati appunto attraverso le braci delle sigarette.

La settimana di una fumatrice. L’urna dei pensieri usati ed estinti. Le mie ceneri, pensò Luca quella prima volta. E silenziosamente, senza rendersene conto, elevò una preghiera a quella dea sconosciuta, che conservasse qualcosa di quel giorno, oltre la conservazione delle cicche e della cenere, oltre l’aria viziata – apri un po’ la finestra, per favore.

Rimarrà qualcosa di me?

Che cosa devo fare perché qualcosa di me rimanga?

Anna, tu sei Anna – implorò Luca tra sé e sé –, che cosa deve dirti questo ragazzo impacciato (lei già se ne accorge che la disinvoltura ostentata a parole manca nei gesti e nella postura, ma un po’ di sbruffonaggine ci può stare a quell’età, e Luca non sembra poi una frode completa), impacciato appunto davanti a te, perché di lui un qualcosa si salvi? Si chiama Luca P., avete cose in comune, alcune non ami rammentarle. Lasciagli qualche spazio di manovra, abbi pazienza con lui, non chiudere la porta. Dagli tempo, che maturi, come una patata nel campo, un due, trecento anni, così che quello che c’è, se c’è, dia frutto. Magari qualcosa di buono verrà fuori anche con lui, una piccola pausa, il tempo di una sigaretta, una fessura nell’oblio definitivo.

Curiosa quella mania di accumulare cicche e cenere, riflettè poi più sobriamente, attento a mostrare di non far caso a quella stravaganza, come se fosse una cosa normale. Aveva visto qualcosa del genere a casa di una coppia di amici che si stavano separando: la convivenza, durata alcuni anni, era divenuta impossibile. Lui sapeva dell’infedeltà dell’amico, di cui la compagna era all’oscuro. Da qui il suo dilemma, discrezione o franchezza: il disagio tra una blanda disapprovazione della condotta dell’uno – Luca aveva l’impressione che avesse sbroccato, a correre dietro a tutte quelle che passavano, ma pensava anche che è pressoché impossibile valutare e giudicare la vita privata delle persone, anche dietro richiesta, più o meno esplicita –, che era però anche complice omertà a danno dell’altra, o il sospendere le frequentazioni fino ai dovuti chiarimenti tra i due. Da amico di entrambi, presto avrebbe dovuto scegliere quale lealtà rinnovare. Alla porta d’ingresso della loro casa, che di lì a breve non sarebbe più stata la loro casa, un ampio posacenere da pavimento era zeppo di cicche, lasciate da lei, che aveva ripreso a fumare parecchio proprio in quel periodo, e pareva esibire a bella posta quel disgustoso deposito, così che lui, ogni volta che entrava e usciva, ricordasse bene che cosa succedeva, quali braci attizzavano, che cosa stava bruciando e diventando cenere, e fumo che si disperde nell’aria e ammorba gli ambienti, insieme al tabacco e alla carta.

CENERE s. f. [dal lat. cĭnis -nĕris]. 1. Residuo minerale, incombustibile, che si ottiene quando si brucia una sostanza organica, vegetale, animale o fossile. Nel linguaggio com., la polvere grigia residuo della combustione di legna, carbone, carta. Fig., ridurre in c., annientare, distruggere; prov., Bacco, tabacco e Venere riducon l’uomo in c. 2. estens. al plur., avanzi mortali, resti del corpo umano nella sepoltura: Alle incolpate ceneri Nessuno insulterà (Manzoni). 3. Come agg. invar., del colore della cenere, cenerino.

Ma Anna? Ce l’aveva con qualcosa, con qualcuno? Un lontano rancore? Possibile?

Gli pareva – Luca non ricordava bene, a ogni rammentare qualcosa cambiava – che Anna gli avesse parlato di sua madre, che viveva in una città lontana. Era stata una delle prime cose su cui si erano misurati, quando, da quasi perfetti sconosciuti, si erano fronteggiati dai lati opposti della scrivania di Anna, nella camera di Anna, con la latta delle ceneri in mezzo.

E fu un pomeriggio di piccole scoperte e di prime volte. A Luca accadde una cosa appunto mai successa. Provò un’inattesa, incontenibile curiosità, un desiderio di conoscere il più possibile sul conto della madre di Anna, la cui esistenza gli era stata innanzi del tutto sconosciuta, e che non avrebbe mai visto. Dove era nata, quale il suo aspetto, di cosa si era occupata, come aveva incontrato il padre di Anna, come aveva concepito e portato al mondo la figlia, e via così. E fu quasi sopraffatto dalla sorpresa. Essere un ficcanaso su quella materia era sconveniente, ma intanto faticò parecchio a non gettare domande indiscrete e indagatrici, non riuscendo a spiegarsi l’origine del suo interesse – non intuendo insomma il potere dell’origine –, che lo teneva avvinto alla scrivania davanti ad Anna, che lo spingeva a scrutare e valutare e interpretare ogni piccola mossa e pausa di Anna. Tentò di occultare quella divorante ansia di sapere e di impazienza con un silenzio che fingeva distacco, e intanto pensava.

Pensava che Anna, parlando con affetto, ma anche equanimità, e forse ironia, di sua madre, era una ragazza-donna misericordiosa. Brava e pulita.

MADRE s. f. [dal lat. mater]. 1. Donna che ha concepito e partorito, in rapporto alla prole; genitrice; simbolo di dedizione e di affetto incondizionato; m. di famiglia, donna considerata nei suoi rapporti personali con i figli e il marito, e con la casa di cui ha cura. M. di Dio, Vergine m., la Madonna, invocata anche come m. dei peccatori, m. di misericordia, di grazia, di carità, ecc. Gran Madre, epiteto (traduz. del gr. megale meter e lat. Magna Mater) con cui nella letteratura storico-religiosa sono designate le grandi divinità femminili che si presentano come madri originarie degli dèi, e in partic. la dea Cìbele; analoghe figure sono assai diffuse in culture extraeuropee come simbolizzazione della Terra quale elemento femminile contrapposto al Cielo, come divinità fecondatrice e, talora, come divinità creatrice dell’universo. Estens.: parola usata anche con riferimento ad animali. 2. Titolo reverenziale attribuito alle suore professe o che rivestono un grado o esercitano una carica nei conventi. 3. In usi fig. e per analogia, per mettere in rilievo un rapporto affettivo, o un rapporto di origine, di discendenza, materiale o ideale, di una fatto: a. Donna che adempie alle funzioni di madre senza essere tale: è stata una m. per lui. b. Attributo riferito, per analogia, alla Terra: la terra m. o la m. terra, la m. di tutti, la gran m. antica, la nostra m. antica (l’antica m. è anche espressione talvolta riferita a Eva, intesa come la progenitrice del genere umano); o alla natura: quella [natura] Che veramente è rea, che de’ mortali Madre è di parto e di voler matrigna (Leopardi); anche, più esplicitamente, m. natura, spesso scherz.: come m. natura l’ha fatto, nudo, o con le caratteristiche fisiche che ha dalla nascita; alla Chiesa: m. dei santi; m. dei fedeli; (la) santa m. Chiesa; alla patria: Non è questa la patria in ch’io mi fido, M. benigna e pia, Che copre l’un e l’altro mio parente? (Petrarca). c. Causa, origine (soltanto con riferimento a sost. femminili): l’esperienza è m. di scienza; Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, Non la tua conversion, ma quella dote Che da te prese il primo ricco patre! (Dante).

Brava a districarsi come poteva nelle complicazioni della sua vita complicata. Non c’è bisogno di dire che la vita attorno ai vent’anni, in quella città, in quel periodo, in quella casa, era complicata; a cui bisogna aggiungere una madre distante, e una madre non può non esserci.

E pulita, Anna, perché non pareva che avesse altri fini nel mondo, oltre a quelli, comprensibili e legittimi, che ci si aspetta da una ragazza sui vent’anni, né, a quanto era dato a vedere, trattava gli altri esseri umani come mezzi per conseguire qualche fine inconfessato. Non manipolava.

E allora, tutto quel fumare, contro cosa, se era contro qualcosa? Contro certi aspetti della sua vita accaduta fino allora, non proprio coincidente con il destino che aveva immaginato per sé? Ma quale vita poi lo è? Vivere, in fondo, è patteggiare continuamente le condizioni di questa discordanza. I desideri sono messi da parte, ma il carico si appesantisce.

Con il peso delle sue cicche, della sua cenere, Anna si prendeva la responsabilità di affidare alle sue proprie decisioni, a esse sole, le sorti della sua vita, costasse quel che costasse. Se soltanto Luca avesse visto, in quella latta di tè Twinings, l’avvertimento, che era in bella vista, di fronte a lui, che le decisioni di Anna sarebbero comunque venute per prime; se, invece di pensare alle sue ceneri, a chi le avrebbe raccolte, avesse pensato a qualcosa di bello da costruire, qualcosa che prendesse il posto di quelle ceneri, l’ingenuità gli sarebbe stata, forse, perdonata.

Ma per Luca quel pomeriggio fumoso, trascorso di fronte ad Anna che sedeva, e un po’ teneva le braccia conserte, un po’ faceva viaggiare le mani dalle labbra al posacenere e viceversa, e un po’ parlava di sua madre, fu come un momento luminoso nel vuoto oscuro di cui d’un tratto vide la paurosa estensione, indietro nel passato dei primi anni e avanti, avanti, nell’estrema solitudine dell’ultima vecchiaia. Il vuoto oscuro che avvolge tutti, e peggio è per chi non se ne avvede. Che avvolge Anna, ma Luca scorse anche la bellezza e le felicità che Anna avrebbe incontrato – secondo merito e secondo giustizia, lui pensò, anche se in queste cose la giustizia non deve essere chiamata in causa –, non c’era alcun possibile dubbio, e gliele augurò con tutto il cuore, e seppe che lui – e nemmeno, completamente, nessun altro – di queste gioie non sarebbe stato né causa né parte. E fu sul punto di parlare ma non ci riuscì. Non riuscì a dirle dell’acutissimo desiderio di essere causa e parte delle sue gioie.

Ma intanto disse a se stesso che no, davvero non avrebbe fatto altro che passare la giornata da quel lato della scrivania, osservare Anna fumare una sigaretta dopo l’altra e parlare di sé, cioè anche, necessariamente, di sua madre. E poi Anna avrebbe aperto il coperchio della scatola di latta, avrebbe sepolto l’ultima cicca, avrebbe richiuso il coperchio. E poi, forse, avrebbero avvicinato le mani.

E si disse che non avrebbe dissipato quella fortuna, di guardare Anna dritto negli occhi. No, non ci avrebbe rinunciato, costasse quel che costasse. E anche lontano da lei, come l’ombra incupiva al calar della sera – ma erano giornate lunghe – e cresceva un presentimento di separazione, seppe che in qualche modo (a dirla in modo reticente) avrebbe sempre avuto davanti gli occhi di lei. Volle dirlo, ma gli mancò l’occasione.

E c’era dell’altro. Luca seppe che lui stesso, da quel pomeriggio, se pure irrimediabilmente solo, non sarebbe mai stato solo. Più che l’occasione, mancò in questo caso la lucidità di esprimere una cosa un po’ contradditoria. Le cose importanti sono contraddizioni indicibili.

Ci sono tanti modi di rovinarsi la vita, ma generalmente lasciano tutti aperta una qualche via di scampo. Luca non cercò una via di scampo, si gettò dentro la catastrofe con tutto l’ardore di un convertito.




Giorgio Agamben,
IO,
Il terreno morale,
Il commento.

Un pensiero su “Il portacenere

  1. Pingback: Ubbie umanitarie (II) | La poesia e lo spirito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...