Roberto Saporito, L’ascensore.

corridoio
“Abbiamo bisogno di sapere cose che gli altri non sanno.
E’ quello che nessuno sa di te che ti permette di conoscerti.”
(Don DeLillo)

Si aprono le porte dell’ascensore cigolando lievemente.
Esci dall’ascensore e le porte dietro di te si chiudono, replicando il lieve cigolio.
Ti ritrovi in uno slargo deserto, in un angolo c’è una sedia di ferro, smaltata di bianco, e bianche sono le pareti e il soffitto.
Prendi a destra per un piccolo corridoio, attraversi un piccolo slargo a sinistra, uno a destra che poi diventa un lungo corridoio senza finestre.
Non c’è nessuno.
Non sai dove sei esattamente, non ti ricordi quello che è successo, ti ricordi solo di esserti svegliato nel letto di questo ospedale, che non sai dove sia, qui ti hanno portato, ovunque sia, ma ti ci hanno portato: prima viaggiavi tranquillo sulla tua Vespa e dopo eri nel letto attaccato ad una flebo e con un gran mal di testa, nel mezzo il nulla.
Alla fine del lungo corridoio bianco e deserto giri a sinistra, “Ma dove cazzo è l’uscita” pensi toccandoti la testa che fa ancora male.
Altro lungo corridoio bianco e silenzioso e illuminato da un neon sfrigolante, che ogni tanto si spegne per un attimo per poi riaccendersi con un rumore metallico.
Devi aver sbagliato piano, devi essere andato troppo in basso con l’ascensore.

“Posso andare” hai chiesto prima di prendere l’ascensore.
“Certo” ha risposto una dottoressa di mezza età, dai capelli biondi tendenti al bianco “l’abbiamo tenuta in osservazione questa notte, ma è tutto a posto, può andare.”

Torni indietro, attraversi il lungo corridoio, ne attraversi uno più corto sulla sinistra, giri a destra, fai quella che a tuo avviso è la stessa strada di prima ma quando arrivi nello slargo di partenza non c’è nessun ascensore.
Hai sbagliato strada, torni indietro, prendi un corridoio sulla sinistra, attraversi un altro slargo dove c’è un ascensore, premi il tasto di chiamata ma non succede nulla, i tasti sono spenti, senza vita, e poi non sembra lo slargo da dove sei arrivato, non c’è la sedia di ferro, non c’è nulla qui, e continui a premere i tasti ma questo ascensore sembra non funzionare.
Sembrano i sotterranei dell’ospedale della serie televisiva “The Kingdom”: i muri sono un po’ scrostati, i neon stanchi, i pavimenti lievemente in pendenza, il rumore dei tuoi passi rimbombano: ed è l’unico rumore.
Sospiri, ti tocchi la testa, sotto i capelli, vicino alla tempia sinistra, e fa un po’ male a toccare.
Riparti nella direzione opposta da dove sei arrivato.
Uno slargo a destra, uno slargo a sinistra l’inizio di un lungo corridoio, lungo bianco e senza finestre.
Lo attraversi fino in fondo, e in fondo partono altri due corridoi, uno a destra e uno a sinistra. In quello di destra, a metà corridoio, c’è una barella abbandonata, e sembra da tanto tempo, non hai incontrato barelle fino ad ora, prendi il corridoio di sinistra. Alla fine del corridoio c’è una barella abbandonata: è ufficiale, ti sei perso.
Non è un ospedale, è un labirinto.
O forse sto solo sognando, e fra un po’ mi sveglierò, pensi.
O forse sono morto cadendo dalla Vespa, e questo è una sorta di purgatorio, o qualcosa del genere, continui a pensare.
Poi pensi che se stai pensando forse non stai né dormendo né sei morto.
Continui a camminare lungo questi corridoi bianchi e non incontri né porte, né ascensori né niente.
Da qualche parte arriverò prima o poi, pensi.
Giri a sinistra e il corridoio di colpo è in pendenza, in discesa.
Il corridoio in discesa non è più dritto ma curva a destra, una curva stretta.
Scende, anche se tu avresti preferito che salisse.
Ma magari la discesa porta ad una qualche porta, o ascensore, o comunque verso un’uscita.
Alla fine della discesa c’è un lungo corridoio bianco in piano, con un neon che sfrigola, e ogni tanto si spegne per un attimo, per riaccendersi con un rumore metallico.
Sospiri.
Al fondo del corridoio c’è uno slargo sulla sinistra, e nello slargo c’è un ascensore, e davanti all’ascensore c’è una sedia di ferro smaltata di bianco.
Sorridi lievemente e premi il tasto di discesa dell’ascensore.
Il tasto si accende e dopo poco le porte si aprono.
Sali sull’ascensore, premi il tasto “T” e l’ascensore riparte.
C’è uno specchio davanti a te. Ti specchi.
Apri la bocca come per dire qualcosa, ma non dici nulla, quello riflesso nello specchio non sei tu.
La persona riflessa nello specchio non l’hai mai vista.

***

Roberto Saporito è nato ad Alba (CN) nel 1962.
Ha studiato giornalismo.
Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti. Tra gli ultimi romanzi pubblicati ricordiamo Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010, nella collana “Corsari” diretta da Luigi Bernardi) e a luglio 2013 il romanzo Il caso editoriale dell’anno (come “Anonimo”) con Edizioni Anordest.
Nel 2015 ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Come un film francese con Del Vecchio Editore di Roma.
Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e innumerevoli Riviste Letterarie.
Collabora con la Rivista Letteraria di Milano “Satisfiction” con una sua personale rubrica.
Nel 2013 il suo primo romanzo Anche i lupi mannari fanno surf [2002] diventa “oggetto di studio” di una delle dieci lezioni del corso di scrittura narrativa Inchiostro rosso sangue, per la precisione la settima intitolata L’hard boiled in salsa italiana: il curioso caso di “Anche i lupi mannari fanno surf”, di Roberto Saporito, organizzato dalla Rivista Letteraria “Inchiostro” a Verona, insieme ai romanzi, oggetto di altre lezioni, di Giorgio Scerbanenco, Carlo Lucarelli, Massimo Carlotto e Gianluca Morozzi.

5 pensieri su “Roberto Saporito, L’ascensore.

  1. Ciao Roberto. Per me come scrivi te in Italia scrivono in pochi. Sempre un piacere (oltre che un imprevedibile viaggio) leggerti.
    Ok, allora. Mi guardo nello specchio e il tizio che vedo non sono io. Poi? Cosa succede poi?

    Liked by 1 persona

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