SU “FARE DI QUESTO” DI CARLO BORDINI

vulcano

di Giselda Pontesilli

 

  La poesia “Fare di questo” è, primariamente , demistificatrice, poiché   -non a parole-  ci fa coscienti di un fatto che sapevamo già: per sentire, per esperienza; ma solo ora,  solo così tardi,  lo comprendiamo davvero:

non è vero  -ci dice, non a parole-  non è vero che solo alcuni misteriosi uomini (non io, mai io) compiono omicidi; io = omicida : ecce homo.

Non a parole lo dice,  poiché «quando si è capito veramente qualcosa dirlo è un atto puramente narcisistico»1  (di qui, «l’enorme secondarietà della letteratura»2); e dunque, non a parole, non per narcisismo, la poesia mi dice che io = omicida.

  E aggiunge: «Questo è un fatto molto importante» ; ecco, non dice:  «Questo è tremendo, atroce, orrendo», ma solo, “innocuamente”: «Questo è un fatto molto importante»;

e più oltre, narrandoci  del rapporto con S.,  chiama «l’impulso […]di ucciderla» semplicemente, temerariamente, tra parentesi « (puro istinto, vero, grande istinto) ».

In tal modo, la poesia non è solo demistificatrice, ma insieme -se mai possibile- consolatrice (se mai possibile), poiché non ci condanna: constata, accerta, rende testimonianza.

  Il primo omicidio che constata è quello di  Bione, un cane  che portato in campagna, abbandonato, cioè «ucciso interiormente», «impazzì»:

«Quando lo lasciai lì non ci pensai più,

e per me effettivamente, nel mio pensiero, era come se fosse morto.

Io pensavo che lì stesse bene. […]»

 

« […] Ma poi / la cosa strana fu che impazzì. […]

  […] Poi con Picci (un altro cane) / cominciò a sgozzare le pecore,»  e «Naturalmente fu finito a fucilate dai contadini.»

 

«E’ evidente, dato che su ogni pecora

l’assicurazione di mio padre doveva pagare mezzo milione. Però il

                                              [fatto che sia morto veramente in seguito al fatto

che io l’avevo ucciso interiormente, o meglio, semplicemente

                                                                                                                   [abbandonato.»

 

Notare la sospensione, l’incongruenza sintattica negli ultimi due versi (manca un verbo, un punto d’appoggio) che porta a rileggerli meglio, più volte, e a sentire fulminante «il fatto», il fatto sospeso, isolato «che io l’avevo ucciso interiormente». Omicidio non fisico, più che fisico, omicidio-abbandono, omicidio-dell’anima, omicidio.

 Viene in mente Canetti, dove, ne La provincia dell’uomo, ci mostra «quanto sia importante la precisione dell’amore. Solo nella sua precisione questo sentimento trova il proprio senso e salva o conserva la vita dell’essere amato».

Spiega a esempio Canetti:

«Una richiesta di Ananda, al momento giusto, avrebbe potuto prolungare la vita del Buddha. […] Nella narrazione degli ultimi giorni del Buddha nulla mi ha colpito più di questa occasione perduta. La vita del maestro fu nelle mani del discepolo. Se Ananda lo avesse amato ancor meglio, il suo amore sarebbe stato ancora più attento, e il Buddha non sarebbe morto allora.»

 

Il secondo omicidio che “Fare di questo” constata è un aborto:

 

«Anche il rapporto con S. finì con un omicidio. Un aborto.

Quando S. era incinta mi diceva: “Fai piano, c’è bimbo.”

Doveva, ovviamente, finire. Finì così.

Sarebbe finito in un altro modo, ma mi ricordo anche che

uno degli ultimi giorni le misi le mani al collo, con l’impulso

(puro istinto, vero, grande istinto) di ucciderla.»

 

Qui, invero, narrando di questo, la poesia ci mostra, compiutamente, un suo compito, se stessa: essa è  «un atto osceno che non bisogna aver paura di esibire. Perché osceno? […] osceno è ciò che non bisogna dire. Dirlo è parte dei compiti dell’artista.»  -così ci viene detto in “Nota”  a I costruttori di vulcani, di cui “Fare di questo” è parte. E, invero: chi osa, come si osa, dire: “Io ho fatto di questo?” dire, cioè, la verità?  Il come, lo vediamo senz’altro: è  colloquiale, diaristico  il modo, il tono, ma è il silenzio a parlare intorno a queste sillabe3:

perché: «doveva, ovviamente, finire »? Silenzio;

perché: «sarebbe finito in un altro modo»? Silenzio;

rispondiamo noi (curiosi? pettegoli?)  -con più ipotesi, più illazioni, più modi;  ma non è reticenza questo silenzio, se prima, senza alcuna reticenza, ci ha detto ciò che non bisogna dire, l’osceno.

 

  Col terzo e ultimo omicidio, quello di G., «sepolta viva», la poesia “Fare di questo” si mette, ancor più pietosamente, nei nostri panni, dalla nostra parte: io -che colpisco, che uccido;  sono io il primo colpito a morte, inorridito, ucciso dall’accadere  di quello che ho fatto:

 

«Quello che  mi colpì di G. fu il fatto di essermi semplicemente

alzato e di essermene andato. La cosa mi colpì così atrocemente

(il fatto di non averle parlato, e, in fondo, anche il fatto che lei non

                                                                                                                     [abbia capito,

e che abbia creduto che io fossi diventato pazzo, e il fatto che io non

                                                             [le abbia mai detto perché, non potevo)

che in fondo io lo assimilai e lo vissi come un omicidio. Lei mi disse:

“mi hai cancellata”. Io le dissi: “No. Ti ho sepolta”. Intendendo

che

lei era ancora lì, lì sotto, ricoperta da uno strato che mi impediva di

                                                                                                                                 [vederla

e di sentirla: in fondo, sepolta viva. La cosa mi traumatizzò per anni.»

   Di G. (Graziella) ci si narra ancora qualcosa in un breve testo teorico, Bontà, che sostiene una precisa tesi:

«la biologia ci condanna ad uccidere per sopravvivere»;

alla universale, perenne catena alimentare è infatti incatenato anche l’uomo, che mangia gli altri (piante, animali, e,  altri uomini),  in un mondo la cui legge naturale non coincide certo, per gli uomini, con la legge morale, come volevano gli stoici, bensì con  l’impulso, lo sforzo meccanico di auto-

conservarsi,  di perseverare  nel proprio essere.

 

  E’ un mondo «venuto male», che non piace nemmeno al suo autore,  Dio

-secondo un’altra poesia de I costruttori di vulcani, “Poesia demente”;   benché Lui stesso, forse,  non abbia alternative, non poté fare di meglio, se a chi gli  rimprovera  « […] che tutti devono mangiarsi /l’uno con l’altro […] »  risponde:

« […] E allora? Tu che avresti fatto? »;

ma in più, c’è nell’uomo un difetto di fabbrica ulteriore, che ne determina, ne marchia la specifica  natura:  

«Gli esseri umani mangiano, come tutti gli altri animali; ma non si limitano a questo. L’avidità umana, a differenza di quella degli animali, è inarrestabile» -ci dice un altro testo teorico, Ma noi mangiamo carne;  e precisa:

«L’unico nome che riesco a trovare a questo difetto di fabbricazione è un termine greco: Hybris, che in italiano viene comunemente tradotto con il termine “superbia”».

   Così, se nella nostra vita,  a un certo punto, il velo si squarcia, il vero appare, i tanti altri che abbiamo ferito, non riconosciuto, cancellato, ucciso ci compaiono davanti,  noi possiamo almeno, teoricamente, tentare di consolarci così:

«Si è buoni col limite della propria sopravvivenza. Sono stato buono [e non superbo!] con Graziella ma quando la mia sopravvivenza è stata messa in causa sono stato costretto a essere cattivo.»

   Eppure: dov’è il sicuro limite, il  discrimine tra naturale, necessaria volontà di vita, di sopravvivenza,  e (naturale anch’essa, del resto)  prevaricazione,  “superbia”, volontà di potenza?

  Viene in mente Canetti, quando,  ne La provincia dell’uomo, dice:

 

«Il suo cruccio: non essersi ancor mai aperto ad ogni minima manifestazione di vita.

Il suo cruccio: decenni di superbia.»

  

  Eppure: non sarà ormai necessario, prossimo, planetariamente, antropo-cosmicamente inevitabile, l’avvento di un altro modo di sopravvivere, che non uccida me per primo, non faccia impazzire gli animali, non devasti le culture, le lingue, le foreste, il mare?

Non siamo già ora costretti, proprio per la nostra  sopravvivenza, a non più uccidere?

  La poesia “Spiegazione di me stesso”, «messa  alla fine [de I costruttori di vulcani]  come una sorta di conclusione» – si precisa in “Nota”, ci dice:

 

«Certo

mio padre

cercò

di fare di me un uomo

vale a dire

uno

capace di disprezzare gli altri

sei un poeta! — (mi diceva)…

 

io però

non sono mai diventato un uomo

e quindi sogno

quanto segue:

verrà

l’età della donna e del bambino

l’umanità femminile-infantile

 

questo non è il sogno di un poeta

state sicuri»

 

  Questa poesia è esplicativa, importante:

il padre,  al di là del padre biografico, è lo sguardo storico-culturale, epocale nel quale il mio “io” si è identificato, è la visione dell’uomo che mi ha formato: era l’ io irrelato, ego-centrato, bellico, astratto; e ho creduto, ho dovuto credere fosse l’ io vero, da difendere, da auto-conservare; certo, c’erano, una immensa, umana nonna, una umile, silenziosa  madre, ma loro erano ritenute superate, ignoranti, erano disprezzate: solo ora, solo così tardi, dopo averle -uccise, le ho comprese; e prevedo che verrà, necessariamente, a salvare l’uomo concreto,

 

l’età della donna e del bambino

l’umanità femminile-infantile

 

  Se ne scorgono, a ben guardare, le realtà sommerse, la bontà, le vestigia, le memorie, le tracce: in Colombia, per esempio, della quale, nel piccolo libro Non è un gioco Appunti di viaggio sulla poesia in America latina, ci si racconta, tra l’altro, «l’umanità della gente. Una gentilezza piena di dignità in cui c’è anche qualcosa di aristocratico, e che si esprime anche nei settori più bassi del popolo. Anche tra i mendicanti c’è questa dignità […]».

E, «in questo piccolo libro ci sono anche delle testimonianze che riguardano l’Argentina, il Messico, e anche la Spagna, una realtà così vicina e oggi tanto lontana tra noi».

   Anche  in Italia, l’Italia di «quell’italiano televisivo pronunciato da quella gente composta, indifferente, (diffidente) e senza sorriso», l’Italia della «freddezza dei rapporti tra le persone, la mancanza di un sentimento di solidarietà e di interesse», c’è, a ben guardare -ci viene detto con Paolo Rumiz- un’altra Italia, «vitale e segreta… la montagna […] le periferie più vitali».

  

  Sembrerebbe, leggendo Non è un gioco, che d’un tratto io stesso sia  viva traccia di tale età, se posso riconoscerla così prontamente, candidamente intorno a me;  sembrerebbe che io sia uscito dal tunnel del mio passato omicida, se posso accudire così semplicemente  emarginate forme di  vita.

  Ma, innanzi tutto: come è possibile l’epoca storica mite, diversa, l’epoca  che

-e «questo non è il sogno di un poeta»- verrà,   se la natura umana è, per difetto di fabbrica,  sempre superba, orgogliosa, prevaricante, sempre, in ogni età,  la stessa?

  Il poemetto “Polvere” ( ancora ne I costruttori di vulcani)   e   Ma noi mangiamo carne ci configurano più esaurientemente questa prospettiva.

 

«La polvere [cioè io stesso, devastato, ridotto in polvere dalle ferite date alla vita] può essere recuperata»:

 

«questo. Tutto ciò che è devastato può divenire rotondo,

ancora rotondo. Come un vaso. E’ ancora possibile.

La polvere può essere recuperata. La polvere era una volta

detriti. Ora la polvere non è detriti,

è lenta friabile. La polvere

è un po’ meno, ma può essere

tenuta insieme. Le ferite

possono diventare polvere, raccolta

e conchiusa.»

 

E dalla mia polvere, non «dispersa dal vento», ma appunto «conchiusa», «in stato di quiete», «straordinariamente compatta», può rinascere una «illusione di pietra»,  di vita, «una seconda vita artificiale».

A questo punto, c’è un’alta, altissima commozione a sostenere i precisi, puntigliosi versi su tale vita nuova artificiale, a sostenere con il suo alto canto il lettore:

al lettore, non a parole si dice che non  può consegnarsi alla morte, non  può rinunciare a «ciò che avrebbe potuto essere» la vita «nella sua giovinezza, nel suo stato naturale»;

anche se:

 

«Ciò che si perde è irrecuperabile, e se lo si recupera esso

è ormai disperso, non rientra più nell’ordine prestabilito

delle cose. […]»

 

anche se:  «Tu […] hai tagliato i tuoi figli»;

anche se: «E’ troppo tardi / per / riprendere»;

anche se:  «l’idea di non aver saputo proteggerla / non averla potuta salvare»,

«non aver potuto (saputo) salvarla»,

«non aver saputo salvarla»4 non mi darà mai pace;

e dunque, anche se tutto questo -in ogni preciso istante- rimane, al lettore si dice:

 

«Adunque, andò così:

Così da l’immagine di una primitiva unità

si fecero detriti, e questa unità non nacque,

e i detriti si fecero polvere. E da quella polvere rinacque

la vita, una seconda vita artificiale, come sono artificiali

le case, i vestiti, le belle donne, i tacchi a spillo, i collants,

la brillantina per uomini. Vita che nacque dalla

fragilità. Come una possessione. I sensi erano morti.

Vita minorata. Ridotta.

Come un incubo quieto. Si specchia

in un lago.

[…]

[…] La mia vita artificiale non è, forse —

sbiadita — ciò che avrebbe potuto essere? Non è forse quieta,

informe, ciò che avrebbe potuto essere nella sua

giovinezza, nel suo stato naturale? Non è forse stato tutto

recuperato? L’essenziale, non ne è

forse rimasto? Non posso fare forse, di gesso,

ciò che non ho fatto prima?

Non è forse bello tutto ciò? C’è qualcosa

di non legittimo? Il gesso non è,

forse,

umana creazione?

Umile, gesso, fatto di polvere compatta. Siamo forse

monumento di noi stessi?

Fragile monumento, nei giardini pubblici, che qualcuno

può andare a vedere. Non è forse questa la vita? Nella sua umiltà,

non è forse magniloquente? […]»

 

E poi, a questo punto, c’è un’alta, altissima analogia tra l’uomo singolo, me stesso, e le epoche storiche, tra la mia polvere, la mia seconda vita artificiale, e i detriti, la polvere di un’epoca ferita, sfinita, come l’attuale:

 

«così

Prendere dallo sperpero

delle costruzioni romane, così immense,

che hanno lasciato pezzi,  detriti dapertutto,

come i rifiuti della nostra civiltà tecnologica,

e con questi detriti costruire le chiese romaniche.

Come effettivamente è successo. Con tutta la loro umiltà.»

 

Ecco,  non ci avevamo ancora mai ben pensato: pensavamo, in fondo, che l’età romanica fiorisse d’un tratto, venisse su come per miracolo… e invece no, effettivamente,  no: aveva raccolto, compattato in tutta umiltà i detriti, i pezzi di quand’era diversa: resti di colonne, capitelli, stele funerarie, mattoni, architravi;

in tutta umiltà, in tutta coscienza degli omicidi, delle ferite a causa dei quali  si era sgretolata, perduta,  dispersa; e con questi rifiuti, con questa memoria (memoria di se stessa, coscienza),  aveva formato un’altra civiltà.

  Effettivamente, la chiesa romanica non potrebbe essere così luminosa e quieta, così posata sulla terra e tesa al cielo, così com’è,  per candore, per innocenza; lo è perché soffre (non dimentica) che cos’è l’uomo, il suo uccidere, la sua superbia, ma confida, spera,   (disperatamente)  la vita nuova, la rinascita.

 

«e tutto può RIVIVERE! Tutto può RINASCERE!»

invoca, grida, con un altro verso,  “Polvere”.

 

Come la palingenesi possa accadere, nell’uomo, nel mondo, nel cosmo si può esprimere -“più facilmente forse”, in modo più preciso -“se possibile” ricapitolando, con un quadro grandioso, la mobile, abissale unità della natura,  la continuità-discontinuità tra l’inorganico e l’organico, i mutamenti analoghi  dell’uomo e del cosmo, microcosmo e macrocosmo, in una sorta di Grande Anno, di ricominciamento dell’universo:

 

«Quando dalla tempesta gli idrocarburi giunsero nella

palude, che comunicava colla tempesta, ma ne era separata,

nella palude calda ed  assolata,

allora lì nacque la vita come polvere immersa nell’acqua,

come qualcosa di infinitamente piccolo e debole, che

trovava le condizioni favorevoli per fiorire e faceva

della sua debolezza la condizione della sua essenza.

Se non fosse stato debole non sarebbe potuto nascere,

né farsi penetrare dal sole. Se la tempesta

non l’avesse sbattuto non si sarebbe frantumato e non avrebbe

raggiunto piano piano la palude, coi suoi simili frantumati,

per farsi penetrare dal sole.

Così nacque la vita. Dalla polvere, dalla

catastrofe. Dal frantumarsi e dai detriti

frantumati. Così nacque la forza. Dalla

debolezza, dall’argomentare della

debolezza. Dal suo accettare di farsi

penetrare dal sole.»

 

  Ecco,  anche l’età romanica nacque infine  «dal suo accettare [infine, per discontinuità] di farsi penetrare dal sole».

 

  “Polvere” si conclude  (riassumendo molto)  così;  mentre,  lo scritto teorico Ma noi mangiamo carne, verso la fine ci dice: «Ma io credo che il genere umano può essere salvato solo da una nuova religione. […]  Quello che è scomparso è il senso del sacro. […] […] Sentire che in fondo la propria sopravvivenza è una colpa. Gli esseri umani non chiedono scusa alla natura. La hybris è esattamente il contrario di tutto questo».

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