Giacomo Sartori, Sono Dio

di
Roberto Plevano
Cover_Sartori_web

Sono citazioni impegnative, quelle che Giacomo Sartori pone in esergo al suo ultimo romanzo, Sono Dio (Enne Enne Editore, Milano, 2016). Leopardi, Carl G. Jung e due filosofi francesi contemporanei, non notissimi in Italia, Marcel Gauchet e Frédéric Lenoir, danno un compendio per cenni del discorso della modernità su Dio: l’eclisse del sacro, la secolarizzazione, il disincanto.

Temi spinosi, dal punto di vista limitato e parziale del genere umano. Dal punto di vista però dell’eterno e dell’infinito, cioè Dio, il Dio della rivelazione monoteista semitica, che è totalità delle totalità, e creatore onnipotente, sono quisquilie, trascurabili rognette di una porzione minuscola del creato, che non pare nemmeno proprio ben riuscita, e sarà presto annichilita, così informa il narratore, che, superfluo dirlo, è un narratore onnisciente – come potrebbe essere altrimenti?

Si apre così un racconto di insolita e contagiosa verve comica, in cui Giacomo Sartori esplora con leggerezza le assurdità e i paradossi della vita umana, vista dalla prospettiva dell’infinita eternità di Dio, che, si premura di informarci, è sempre, mica come noi umani che, anche quando siamo, siamo parecchio inconsistenti, e poco intelligenti. Capita però che l’esistenza dell’essere onnipotente, una volta posta sul piano del concetto e della parola, sia occasione di assurdità ancora maggiori.

Devo confessare di essere anch’io rimasto vittima di un gioco di Sartori, che ha annunciato l’uscita di Sono Dio protestando di non esserne l’autore. Essendo umano, sono poco intelligente, ma avevo l’impressione che Sartori riservasse l’ironia perlopiù ai brevi Autismi, quando i suoi romanzi hanno invece altri registri. Ci sono cascato.

Credo che in questo modo Sartori abbia voluto dire due cose. Parlare di Dio, dare a Dio la parola, discendere dalla pienezza del primo trascendentale all’infinita molteplicità del creato, è possibile, sì, ma soltanto tangenzialmente, attraverso appunto l’eirōneía, la dissimulazione comica che è “straniamento apparente” rispetto al suo oggetto, il più alto – e mi piace immaginare una sapienza rabbinica che arrivi a cogliere la sublime ironia del libro di Giobbe. La seconda cosa, naturalmente, riguarda lo scrittore Sartori: amici, sembra dire, non pigliatemi troppo sul serio. E va bene così, lo scrittore rende al meglio quando si diverte, e lui si deve essere divertito parecchio a scrivere Sono Dio.

Sia come sia, e com’è sempre stato, nei secoli dei secoli, Sono Dio è un lavoro godibilissimo e spassoso, forse la cosa più divertente da leggere in questo triste 2016. Dio solo sa, appunto (perché di Dio ce n’è soltanto uno), se ne abbiamo bisogno, noi che siamo poco intelligenti (ma con questo libro non peggioreremo).

Dalla scena iniziale della “motociclista sodomitica”, una ragazza un po’ emo un po’ punk che “in una stalla supertecnologica” insemina artificialmente una mucca penetrandola con uno strumento “che ricorda per certi versi una siringa e per altri una pistola” (sintetico e non bucolico quadretto che illustra quello che è stato fatto dall’uomo alla natura), alla imprevedibile conclusione (per il narratore onnisciente, che si scopre paradossalmente poco onnisciente) del romanzo d’amore della ragazza, il racconto procede per svolte inattese, equivoci e farsesca ispirazione.

Già Calvino aveva provato nelle Cosmicomiche a mettere in scena un narratore superumano, ma qui Sartori elabora quello che in Calvino era rimasto confinato al racconto breve. Lo sostiene una consapevolezza linguistica e, direi, filosofica, che attinge dalla vena di Schopenhauer, Heidegger e Cioran. Dio parla a proposito della sua stessa, irrecuperabile, creazione, spesso paragonata sfavorevolmente con microbi e batteri:

Solo un pezzo di pane come me poteva confidare che la razza umana col tempo sarebbe migliorata. In verità è stata una catastrofe fin dall’inizio, e lo sarà fino al suo ultimo giorno. Il primo pensiero dell’uomo è stato rubare una mela, il secondo rubarne un’altra lavorando il meno possibile, il terzo usare la mela rubata per circuire sessualmente un’innocente, e via così fino ai tempi presenti.

Il problema, comune a Dio e agli umani, ma gli umani ormai ci hanno fatto il callo – e qui si passa dall’umorismo alla riflessione –, è il pensiero e l’espressione del pensiero, la parola,

Fino a questo momento non ho mai pensato, e non mi è mancato in alcun modo. L’umanità è messa così male perché pensa: il pensiero è per definizione lacunoso e imperfetto, e fuorviante. A un pensiero se ne può opporre un altro di segno opposto, a quest’ultimo un altro ancora, e avanti così: questo inane cicaleccio mentale è quanto di meno divino si possa immaginare. Qualsiasi pensiero è destinato a morire, come la mente che lo ha formulato. Un dio non pensa, ci mancherebbe altro.

Ma Dio onnipotente e onnisciente, che osserva e limita i suoi interventi nel togliere di torno qualche personaggio secondario, l’arrivo conveniente di un autobus, e far ritrovare una moto rubata, per la ragazza un po’ punk inizia a nutrire un sentimento che, in mancanza di parole adatte, che non esistono, si puo’ descrivere come una nostalgia, un bisogno di contatto fisico, in breve un amore, perché Dio, pur non avendo un corpo, parla di sé nel genere maschile, e tutto il resto ne consegue necessariamente. Situazione paradossale, equivoca, e un tantino imbarazzante per il divino artefice, che dell’amore conosce l’esito più prevedibile, anche se non previsto: la delusione. Ed essendo Dio, l’esperienza generalizza: Gli umani mi hanno deluso, tutto qui.

Non che la lettura di Sono Dio richieda corredi intellettualoidi, tutt’altro. Questo libro dovrebbe essere messo nelle mani di chiunque desideri una lettura divertente senza vedere umiliata la propria intelligenza. Detto questo, a voler filosofeggiare, inframmezzate in un racconto che fila bene per padronanza stilistica, ci sono riflessioni che testimoniano il rovello dello scrittore Sartori sul mezzo linguistico. Heidegger: Il pensiero porta a compimento il riferimento (Bezug) dell’essere all’essenza dell’uomo. Non che esso produca o provochi questo riferimento. Il pensiero lo offre all’essere soltanto come ciò che gli è stato consegnato dall’essere. Questa offerta consiste nel fatto che nel pensiero l’essere viene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. (M. Heidegger, Segnavia, Milano, 1987, 267). Sartori incrocia la storia della creazione con l’antropocene: in questa intersezione scoppia la crisi (sentimentale, esistenziale, teologica) di Dio, la cui persona coincide, ne siamo ormai persuasi, con l’autore. Sono io, la narrazione definitiva.

Ho toccato il fondo. È la lingua che mi ha ridotto in questo stato, la lingua sobillata e aizzata dalle frasi scritte e dai nugoli di emozioni incontrollate da esse sprigionate, come un fuoco inferocito via via da secchiate di benzina. Una qualsiasi lingua contiene tutte le idiozie e le follie che gli uomini continuano imperterriti a vomitare, te le strappa di bocca. Non le importa che si tratti della cavità orale dell’ultimo immigrato clandestino o di un dio: l’importante per lei è infangare, fomentare, devastare.

Un pensiero su “Giacomo Sartori, Sono Dio

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