Il morto colore del mare – Il buco nell’acqua

di
Roberto Plevano
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§ Il buco nell’acqua

Remy indossa un giubbotto di sicurezza arancione, guanti da lavoro e un casco con lo stemma del Comune. Sotto il sole di giugno, il colore stacca sul verde del prato, è un’anomalia che cattura lo sguardo. Remy usa il decespugliatore con paziente competenza, rifinisce il taglio dell’erba lungo i viottoli, intorno alle aiuole e ai tronchi. È attento a non sollevare troppa polvere, a non scagliare dappertutto pietrisco e cacche di cani. Nessuno sembra fare caso, come se fosse invisibile. Finita una porzione del prato, si prende una pausa. Si stende all’ombra di un cespuglio e alza gli occhi al cielo.

«Sotto sole, un’ora, cinque minuti» dice indicando l’orologio. Fa una breve telefonata e lo vedo sorridere al qualcuno con cui parla. Mette in tasca il telefono e mi saluta, ma con me tiene il viso serio.

«Come stai?» gli chiedo.

«Bene, bene, lavoriamo, quattro ore al giorno…»

Remy ha imparato a parlare un po’ d’italiano in tre mesi con alcuni volontari della cooperativa. Dice che il francese ha aiutato. Appena il Comune ha chiesto disponibilità per piccoli lavori, pulizia strade, raccolta foglie ed erbacce, non ci ha pensato su. Ecco che accarezza il decespugliatore come se l’attrezzo fosse suo da sempre. Remy, a casa, era carpentiere. Mi aspetto che beva un po’ d’acqua, ma no, dice che non ha sete. Alcuni lavoranti intorno osservano il digiuno rituale. Non conosco nulla del credo di Remy, ma mi pare un tipo che comunque non voglia farsi notare.

DECESPUGLIATORE s. m. [der. di cespuglio]. Attrezzo portatile per tagliare erbacce e cespugli, costituita in genere da una lama o da un filo rotanti per mezzo di un piccolo motore elettrico o a scoppio, appesi a un lungo manico con impugnatura.

«Ti manca molto a finire?»

«Un’ora, forse, un poco più…»

«Lo prendi un caffè allora, in cinque minuti?»

Si guarda intorno, con calma. Gli altri con lui sono lontani. Fa cenno di sì con la testa.

Più tardi Remy siede al tavolino del bar. Appoggia, anzi distende la schiena sulla sedia, con l’agio di chi ha finito un lavoro ben fatto e il riposo se lo merita proprio. Succhia con abbandono alla sua sigaretta, mescola tre cucchiaini di zucchero nel caffè e beve lentamente, a piccoli sorsi. Poi alza gli occhi e mi ringrazia, ancora, per aver insegnato, dice, l’italiano.

«Remy, io non insegno niente. È come con i ragazzi della cooperativa, diamo le pale, i rastrelli, gli attrezzi. Ognuno li usa come sa, come crede.»

Poi gli chiedo dei suoi amici.

«Bene, bene. Mi aspettano, sai. Düsseldorf, in Germania. Hanno un ristorante.»

«Appena imparato l’italiano, dovrai cominciare con un’altra lingua.»

«Francese, italiano, inglese, tedesco… impari subito, se devi.»

Remy, ragazzo sveglio. Avrà sì e no vent’anni, difficile dirlo. Davanti al prato appena rasato, i manifesti elettorali delle recenti elezioni, regolarmente affissi negli appositi spazi a ciò destinati. Sul più grande, campeggia la scritta SVEGLIA!!! INDOVINA CHI È L’ULTIMO? CASA LAVORO SANITÀ e l’illustrazione di quattro figure, connotate etnicamente, diciamo, in attesa davanti a una porta, l’ufficio dei servizi sociali: un orientale con i denti in fuori, una donna Rom con orecchini, scialle, sottanona, il pupo in braccio, un nero corpulento, rapato, con i labbroni, occhiali da sole e collane d’oro, una figura con la pelle scura, barba, caffettano e copricapo bianco, il ghigno feroce e una scimitarra sguainata al fianco. La figura mediorientale, chiamiamola così, spinge in fondo alla fila un vecchietto dall’aria mite che si appoggia a un bastone, occhiali spessi, capelli bianchi, che vorrebbe rappresentare un pensionato italiano.

Remy non sembra aver notato nulla oltre la sua porzione di prato, e io mi guardo bene dal dire che non è una cosa tanto normale. A prestare attenzione a quello che non quadra mica tanto, ci si può spendere una vita. Piuttosto, cerco di farlo un po’ parlare della gente che incontra, delle sue impressioni.

Dice che nessuno si è fermato a parlare con lui. Però ha udito due uomini su una panchina, due vecchi, ha detto, fare commenti sul suo lavoro.

«I vien a robar el laòro a noantri…»

«E tu, cosa hai detto?»

«Niente.»

Prima dei lavoretti di decoro urbano, si sprecavano i commenti sugli stranieri che vengono qui e non hanno voglia di laòrar. IO avrei ceduto volentieri ai commentatori il decespugliatore: laòrar de manco, laòrar tuti. E poi, a pensare allo stato dei ritagli di verde in città – quelli degli spartitraffico, le aiuole che resistono nelle piazze, o gli angoli dei lavatoi pubblici, in disuso da decenni nei quartieri un tempo periferici e proletari, Cul de Ola, via Durando, strada della Cresolella, via Astichello, via Marsala –, stato di abbandono totale, erbacce, rifiuti, piante appassite, tettoie pericolanti, il Comune se ne ricorda soltanto per le derattizzazioni e tutt’al più transenna, questo invito del sindaco al lavoro volontario dovrebbe essere rivolto a tutti. A tutti, residenti e gente di passaggio. Compenso: sotto sole, cinque minuti di pausa ogni ora.
Remy è fuggito dal Mali. Dice proprio così: fuggito. Viveva con i genitori e un fratello più grande nei pressi di Gao, i suoi avevano pochi campi e una casa. Avevano.

«Sono arrivati con i camion. Hai mai sentito l’AK? Non senti il rumore, sentì i colpi dalla pressione dell’aria, è quello che terrorizza…» Remy scandisce la parola pressione.

AK-47 [nome ufficiale in russo: Avtomat Kalašnikova 1947 goda]. Fucile d’assalto a fuoco selettivo operato a gas, camerato per il proiettile 7,62 × 39 mm, sviluppato a partire dal 1945 in Unione Sovietica da Michail Timofeevič Kalašnikov. il numero totale di AK prodotti supera la produzione di tutti gli altri fucili d’assalto del mondo.

Altre cose sono venute fuori più a fatica. I suoi, sembra, sono ancora vivi, rifugiati presso parenti che Remy non conosce. Sulla sorte di un fratello, Remy è reticente. Ma quando lo conobbi, quando ancora Remy non sapeva nulla delle cose da dire e delle cose da non dire, mi confidò che si era unito a quei soldati. Se non lo avesse fatto, padre, madre, e Remy stesso, sarebbero stati uccisi al momento, nella loro stessa casa, che fu comunque requisita. Per mesi, Remy temette che la sua imprudenza potesse ritorcergli contro, che io insomma parlassi a qualcuno del fratello. Quando tentai di sapere ancora qualcosa, negò risolutamente di aver detto alcunché: il suo italiano era cattivissimo, io avevo capito male, del fratello aveva perso ogni traccia.

Di altre cose, quasi tutto il resto, Remy proprio non parla. Del viaggio nel deserto, che dovette essere lungo e difficile. Della detenzione in Libia. Delle botte, certificate da relazione medica. Della traversata. Remy, era la prima volta che vedevi il mare? Sì. E… ti è piaciuto? Era grigio, era un colore morto, non come il fiume a Gao. Puzzava di nafta e ruggine, di cose marce, di sudore, di lacrime. Ma come hai trovato i soldi per la barca? Quelli della famiglia. Ho lavorato, cantieri, campi, camion. E poi? Mi hanno chiuso nel centro. Anch’io puzzavo di nafta, per giorni e giorni. E dopo? Remy non parla degli altri. E che cosa fanno quelli che erano sulla barca con te? Non so. Remy non parla delle donne. C’erano molte donne con voi? Non so, non ho visto. Non ha visto, dice.

MARE s. m. [lat. mare]. 1. Il complesso delle acque salate che circondano i continenti e le isole, suscettibile di determinazini geografiche o di accezioni prevalentemenente climatiche o metereologiche. 2. Fig.: Con riferimento alla grandezza del mare, simbolo di quantità incommensurabile, più spesso ostile che favorevole: un m. di guai; lo gran mare dell’essere, Dante.

Così i silenzi si inframmezzano tra le tazzine da caffè, nel pomeriggio assolato, intervalli tra false partenze della nostra smozzicata conversazione. Non chiedo di cosa ha bisogno, mi pare un tipo con un certo amor proprio e capace di cavarsela, e poi so benissimo che cosa gli serve. Documenti, qualche soldo e un biglietto per la Germania. Aspetterà, ha davanti un anno intero, un po’ meno se è fortunato.

Poi l’occhio, il mio e il suo, cade nello stesso istante sul titolo del giornale. Recuperato il relitto del naufragio del 2015 con 700 morti. Il mio occhio, probabilmente, scorre sulla riga un qualche millesimo di secondo prima. Ma è il suo viso ad accigliarsi, il mio rimane imperterrito.

«L’ho vista…»

«Che cosa, Remy?»

«L’ho vista la barca, in Libia. Quella barca blu.»

«Tu hai visto…?»

«Io guardo le barche. Quella doveva essere la nostra barca, di noi dal Mali. Cancellavano le scritte. Poi ci hanno divisi, ci hanno caricati in un’altra barca, vicino sulla stessa spiaggia. Al centro abbiamo saputo, dopo cinque giorni. Tutti i parenti già sapevano. Se non sentono dopo tre, quattro giorni, sanno che è successo qualcosa.»

«Remy, sai quanti erano a bordo?»

«No. Aspettavamo in tanti. Tanti. Tutte le barche erano piene.»

Guardo le foto sulla pagina. Non mi vengono in mente nient’altro che ovvietà, e il silenzio assoluto e nero degli abissi.

«Ma… ma sapevate che è pericoloso mettersi in mare così?»

Remy mi guarda un momento, come stupito dall’assurdità della domanda. È certo che sapessero, c’è mica bisogno di chiederlo.

«In Mali, tu muori. Nel deserto, muori. In Libia, muori. C’è un mondo solo e nessuno vuole morire. Dove andare? Che cosa fare?»

Lo so IO che cosa farei. Quel braccio di mare è un confine pericolosissimo. Caschi blu. Forza militare d’intervento europea, subito. Corridoi umanitari. Traghetti. Centri di accoglienza, non di detenzione. Gestione dell’emergenza – ché la vita è un’emergenza, affiora sempre qualcosa di nuovo, o di antico –, e questa emergenza era stata prevista già da trenta anni, la demografia non è un’opinione, le guerre non sono un’opinione, e si è fatto poco. Funzionari in grisaglia hanno firmato accordi intergovernativi con governi che non riconoscono la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, hanno dato un po’ di soldi a questi governi, che se la vedessero loro. Poi è stato approntato un programma di pattugliamento e salvataggio in mare, per un anno. Un anno. È mancato un piano generale, una politica sufficientemente chiara e fattibile che mettesse in collegamento l’impegno dei tanti che hanno fatto qualcosa.

Siamo civili? Ci crediamo civili? Bene, dimostriamolo. Hic Rhodus hic salta. E di gente civile questo paese è pieno, non scordiamolo, anche se la civiltà non è messa ogni giorno sotto gli occhi e non fa notizia. C’è qualcuno che ha la faccia di dire che in Europa non c’è posto, spazio, cibo, non ci sono soldi per accogliere, temporaneamente e poi si vedrà, alcune centinaia di migliaia di persone all’anno?

Sì, c’è qualcuno. Anzi, un sacco di gente, come sembra. Sempre di più, la maggioranza degli europei, forse, e tutti si pensano civili. Un profeta annuncerebbe gravemente che chi non salva un altro non salverà se stesso, ma qui pochissimi hanno l’autorità di dire alcunché. Di avere un’opinione su un fattibile e ragionevole corso di azioni.

Tantissimi intanto parlano. Mettono in guardia dagli effetti politici che, dicono, seguirebbero gli effetti sociali, secondo cui i cittadini europei, di per sé moderati e ragionevoli – e si intendono sempre i “veri” cittadini europei, non gli avventizi, le teste calde e i sognatori –, che per indole e abitudine eleggerebbero rappresentanti moderati, ragionevoli e perbene, si volgerebbero invece a rappresentanti cattivi, intolleranti, maleducati, veri e propri avanzi da galera, al solo vedere un immigrato in più.

Remy ha vissuto per mesi in un metro quadrato fatto di cartone, una vecchia coperta sudicia e sacchetti di plastica. Lui sì, lui potrebbe dire qualcosa, lui conosce il suolo duro di questa città, di questo paese, ma tace e parla del prato appena rasato.

«Hai visto? Bel lavoro.»

«Remy, la barca – stavo per dire ‘la bara’ – l’hanno tirata su…»

«Guarda che i nomi… i nomi li hanno detti. Amici e famiglie hanno mandato le foto, i documenti, si è saputo subito chi è arrivato e chi no. La Croce Rossa ha i nomi di quelli che non sono arrivati.»

«Immagino che sia una lista lunga…»

Remy fissa silenziosamente un punto vago davanti a sé.

«Ma adesso padri, madri, fratelli, amici, hanno… pazienza. È passato un altro anno.»

«Pazienza? Vuoi dire che sono rassegnati?»

«Ecco, sì. Rassegnati.»

Mi rimane la speranza che non si vedano mai foto e filmati dell’apertura dei boccaporti, della stiva, che tutto sia sottratto alla contaminante curiosità della cronaca – domani ci saranno altri casi –, segretato. Non c’è bisogno di vedere ancora, le braccia avvinghiate, protese, i corpi aggrappati gli uni agli altri, colti nella sorpresa di morire, le bocche aperte, a cercare l’aria che non c’è. Lo sappiamo bene, questo non è un altro caso, è lo stesso caso di sempre. Vorrei che tutti siano composti e rivestiti, che ognuno di loro abbia una parola e una pietra con un nome inciso, e una foto, perché qualcuno ricordi un volto. È appena qualcosa, ma molti non avranno nemmeno questo. A certe morti non ci si può rassegnare. Se non si capisce, è inutile spiegare.

NOI siamo quelli che onoriamo i morti, l’abbiamo fatto dall’alba dei tempi, è la pena della colpa di non aver onorato i vivi.

NOI siamo quelli che combattono contro gli spregiatori dei morti.

«Hanno mandato i nomi, i documenti, le foto. Sono i loro morti» dice Remy, che non ha più l’aria distesa con cui si era accomodato al tavolino. Non dice i nostri morti, intende le famiglie degli annegati. Io penso invece: i nostri morti. I morti aiutano, nelle difficoltà possono indicare una qualche strada.

E penso… alla quiete, alla definitività delle vite passate, ai campisanti della campagna lombarda dove stanno i miei morti, col nome, con la foto. Nei momenti duri ci parlo ai miei morti, come a piccole divinità che abbiano occhi su di me, che mi aspettino tra loro. Se questo è il destino di tutti, allora tutti davvero siamo uguali. Chi non lo capisce, è da compiangere: gli manca un pezzo importante dell’esperienza umana.

Esperienza in cui magari si include il farsi i conti in tasca, ma anche quelli richiedono un imprevedibile, e ormai irreperibile, esprit de finesse. Il recupero della barca naufragata ha avuto dei costi, e su quello si è obiettato. Certo che dare un prezzo ai corpi umani, cosa a volte comoda, a volte inevitabile, spinge su una china pericolosa. Chi obietta, non ha colto forse il pieno significato del termine onoranze, e infatti dice soltanto, lasciateli là. Già, lasciateli là, ovunque siano morti, sui campi insanguinati, nei passi di montagna, sotto le macerie, lunghe le strade, dentro i container, serrati in una stiva, scalzi. Lasciateli là, la sepoltura in mare è perfettamente accettabile, anzi è una cosa romantica: intanto stanno al fresco, carezzati dalle correnti nel blu turchino.

Qui ci abbiamo altro a cui pensare che a fare un buco nell’acqua. Non c’è posto, spazio, cibo, non ci sono soldi.

In questo mare è morta la poesia, che qui era nata.

E intanto, siamo noi quelli lasciati qui.

Lasciati qui con questa gente che ci vive accanto e dice di lasciarli là, contro cui combattiamo.

l nostro premier si è detto fiero di essere italiano, occorreva “dare una sepoltura a quei nostri fratelli, a quelle nostre sorelle che altrimenti sarebbero rimasti per sempre in fondo al mare”. Per una volta, concordo con il boy scout – detto con rispetto, senza ironia –, e non sono il solo, mi sa, tanto che non faccio nemmeno le pulci al calcolo politico, che riguarda in realtà gli altri stati europei, che diano più risorse a noi che siamo sul pericolosissimo confine. E magari il premier ha ragione, l’operazione alla fine vedrà complessivamente un attivo di bilancio, anzi, c’è da esserne sicuri.

Al suo posto, IO avrei celebrato soltanto l’eccellenza tecnologica dell’impresa: Marina Militare e aziende italiane, l’Italia del fare da mettere in vetrina, come un’estensione dell’Expo, le commesse internazionali ottimisticamente seguiranno. IO avrei lasciato da parte le poco duttili questioni di principio umanitario, o etico: sono discussioni residuali, su cui l’accordo è difficile, e in politica portano male.

I passanti sfilano accanto ai tavolini del bar. Capita che una rapida occhiata venga lanciata nella nostra direzione, chissà quali pensieri dietro. Ogni tanto rispondo, fisso l’incauto guardante, e allora lui abbassa lo sguardo e allunga il passo; capisco un poco allora dei suoi pensieri. Dio mio, anche i cani si guardano prima di azzuffarsi.

Ma sì, ma sì, state tranquilli. Ci siete anche voi, che mi guardate prendere un caffè in compagnia anomala, in questa sonnecchiosa, silenziosa, conformista città di provincia, dove si sanno i fatti di tutti, dove l’unico peccato è la povertà, tutto il resto è condonabile, tanto anche a Dio non gliene importava molto e se n’è andato. È sempre la stessa città, che di fatto è un’isola lacustre, e i suoi abitanti in realtà degli isolani che hanno dentro il sentimento di vivere in un’isola, terrorizzati dai sassi caduti nello stagno, incapaci di vera cattiveria, dove gli odi, dilettanteschi, lasciano il tempo che trovano. State tranquilli, non ci sarà diga capace di arrestare questa alluvione, il mondo è uno solo, ha ragione Remy, tutto è connesso. Impareremo a essere un poco anfibi, e a evitare le acque morte.

Ma ce n’è tanta di gente, in mezzo a voi, in mezzo a NOI, che vuole capire, che ha capito, e non ha paura, perché chi fa la cosa giusta, quella che bisogna fare, non si coprirà gli occhi con le mani.



(capitoli precedenti qui:
MITOLOGIA: Giorgio Agamben,
SCHOLIA: IO,
SCHOLIA: Il terreno morale,
SCHOLIA: Il commento,
MITOLOGIA: Il portacenere.
Tra un po’:
SCHOLIA: Daniele Del Giudice,
MITOLOGIA: Un tipo da montagna,
SCHOLIA: Attendere,
MITOLOGIA: L’intesa è un fatto palpabile,
MITOLOGIA: Il merlo ammazzato)

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