Il delta di Kurt Lanthaler

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di Giovanni Accardo

Chi è Fedele Conte Mamai? Perché è ritornato a Maierlengo, immaginario paese nel delta del Po, dopo quarant’anni di assenza? Cosa ci fa con una valigia contenente baccalà e babà, bresaola e bottarga, insieme a pochissima biancheria? La valigia viene subito notata da qualcuno che avvisa i carabinieri, viene allora fermato e sottoposto ad un interrogatorio perché sospettato di terrorismo. Scopriamo così che Fedele è un trovatello, “recuperato dalla sabbia alluvionale del Po, da qualche parte nella terra di nessuno tra fiume e argine e laguna e mare” da un tale di nome Bombolo, “un barcaiolo piccolo e grasso al quale il Po dà regolarmente tempo e occasione di ubriacarsi”. Nella sua lunga assenza ha girato attraverso l’Italia, facendo i lavori più diversi e curiosi: muratore, giostraio, cameriere nelle navi da crociera, operaio in un laminatoio, contrabbandiere e molto altro. Ha lavorato anche in una fabbrica di birra in Svizzera e poi in Germania, con uno strano macchinario per separare il tuorlo dall’albume nell’uovo sodo, insieme ad un cuoco ed un ingegnere, talmente apprezzati in tale arte della separazione da essere richiesti in Francia per estrarre l’acqua dal vino. In un paesaggio felliniano, onirico e vagamente mostruoso, popolato da personaggi che potrebbero sembrare lontani parenti dei “lunatici” raccontati da Ermanno Cavazzoni (si pensi al Vaccarin, che di mestiere fa il bosgato, cioè il macellatore di maiali, in cambio del loro sangue), scritto con un impasto di registri linguistici – linguaggi tecnici, dialetti, lingue gergali e persino qualche frase in cinese – Il delta si caratterizza per il continuo alternarsi di voce narrante, passando dalla terza alla prima persona anche all’interno della stessa frase, e per l’avvicendarsi di passato e presente. Non un romanzo ad intreccio con uno scioglimento finale, ma il succedersi di avvenimenti che sono anche eventi linguistici e che imparenta il romanzo di Kurt Lanthaler (altoatesino che vive tra Berlino e Zurigo, per la prima volta tradotto in italiano da un bravissimo Stefano Zangrando) alla tradizione degli sperimentatori e sovvertitori linguistici che hanno in Céline un punto di partenza: come un novello Bardamu anche Fedele è alle prese col suo viaggio notturno e visionario. Al lettore non resta che seguirlo senza chiedersi dove lo porterà, lasciandosi trascinare dalle parole e dal ritmo delle frasi, andando avanti e indietro nel tempo.

Kurt Lanthaler, Il delta, traduzione dal tedesco di Stefano Zangrando, edizioni alpha beta Verlag, Merano 2015, pag. 166.

(Una versione più breve di questa recensione è apparsa sull’Indice dei Libri di giugno 2016)

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