SUL TAMBURO n.23: Roberto Arlt, “Un viaggio terribile”

Roberto Arlt, Un viaggio terribileRoberto Arlt, Un viaggio terribile, a cura e con una postfazione (Roberto Arlt, o l’arte di inventare) di Luigi Marfè, Siena, Radio Londra Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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Non è ancora il tempo di una sintesi compiuta riguardo il lavoro intellettuale e la produzione letteraria di Roberto Arlt (Buenos Aires, 1900-1942). Nonostante un nutrito gruppo di benemerite traduzioni (o nuove traduzioni) dei principali romanzi dello scrittore di origine tedesca soprattutto nell’ambito del progetto Sur di collaborazione culturale italo-argentina e nonostante l’interesse per Arlt risalga già agli anni Settanta quando I lanciafiamme, I sette pazzi e Il giocattolo rabbioso furono tradotti per Bompiani e Savelli (io li lessi, infatti, in queste edizioni), un’ampia parte della sua opera è ancora in attesa di essere conosciuta in ambito italiano. Mancano all’appello i testi teatrali e le sceneggiature, ad esempio, molti scritti giornalistici e parte dei racconti1

La trad. it. di questo Un viaggio terribile, di conseguenza, è di notevole utilità per capire meglio lo stile di scrittura di Arlt e le modalità di composizione da lui utilizzate per giungere a risultati spesso straordinari negli effetti che produce sui suoi lettori.

Racconto ironico e tellurico (non a caso si conclude con un megasisma), costruito per aggregazione di situazioni assurde e spesso comicamente assemblate, arricchito da un elenco di personaggi tanto improbabili quanto devastanti, Un viaggio terribile è, nella sua apparente spontaneità di scrittura, un labirinto di citazioni non sempre perfettamente riconoscibili a prima vista.

Il protagonista, un truffatore non eccessivamente capace di evitare le conseguenze dei suoi assegni in bianco, deve andare a Honolulu per prendere parte ai lavori di una commissione americana che si occuperà di sondare, con uno strumento da poco brevettato, le profondità dell’Oceano Pacifico. Ma non è un geologo e il suo viaggio ha soltanto la funzione (escogitata dal padre furibondo nei suoi confronti) di fargli scampare la galera. Lo accompagna il cugino Luciano che ama molto fare lo iettatore e il profeta di sciagure e che, infatti, profetizza una conclusione spaventosa per il loro viaggio (ma anche lui farà una brutta fine). Sulla nave Blue Star che va verso Honolulu, il paesaggio umano è variegato e spiazzante. Si susseguono marinai senza particolare capacità nel settore (c’è un “calzolaio liberato dal tirasuole”), un capitano particolarmente brutale nell’esercizio delle sue funzioni, un pastore protestante danese che si chiama Rosemberg e che viaggia con la moglie, il ricco milionario peruviano señor Gastido, sua moglie e le sue tre cognate (di cui una vistosamente sociopatica), Ab-el-Korda, figlio primogenito di un emiro di Damasco in cerca di donne per il suo harem, miss Mariana, cabarettista in cerca di amore (lo troverà con un bel telegrafista), una vecchia scozzese illibata (“il cui viso pareva un colabrodo di lentiggini e che strascinava da un’amaca all’altra un’enorme Bibbia”), il conte Demetrio de la Espina y Marquesi, “cavaliere di Malta e celeberrimo ladro internazionale”… E soprattutto, Annie che dice di essere un ingegnere chimico che ha fatto una prodigiosa scoperta nel campo delle sostanze impermeabili, che viaggia con la mamma e di cui il protagonista si innamora perdutamente al punto di voler andare con lei a Shangai.

Il racconto oscilla tra una storia di anime perdute alla Conrad ma con accenti scanzonati alla Jack London e gli sprofondamenti negli abissi dell’anima umana con riflessioni alla Dostoevskij. Ma il finale riporta al Maelstrom di Edgar allan Poe e alla sua terribile discesa.

Il tutto con riferimenti neppure tanto cifrati alla tragedia del Titanic e alle sequenze del suo affondamento con tanto di baccanali misti a esibizioni di fede religiosa ritrovata.

Un viaggio terribile è un racconto costruito con leggerezza pur nella sua spaventosa volontà di colpire sotto la cintura il lettore ingenuo (e di stupire, invece, il lettore più abile nella caccia al riferimento letterario.

La sua scrittura spezzata e sanguigna fa il resto per permettere a uno Arlt in stato di grazia di raccontare una vicenda folle e renderla non solo affascinante e sensuale quanto malinconica come una milonga e forsennata come un tango di amore e morte.


NOTE

1 Molto interessante risulta la scelta di Acqueforti di Buenos Aires tradotte da Marino Magliani e Alberto Prunetti e pubblicate nel 2014 dall’editore Del Vecchio di Roma nell’ambito del progetto Sur precedentemente citato.

 

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