55. Don Mario

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Fare il punto: era per noi un’esigenza prioritaria e propedeutica rispetto a ogni altra scelta. Lo scenario si andava chiarendo sempre più: confusione e ignoranza la facevano ormai da padrone, mentre un panico inconscio s’insinuava nel cuore della gente. Le notizie di basi terroristiche in Italia si moltiplicavano, e non era più logico pensare che tanto avrebbero colpito qualcun altro: volenti o nolenti, si era costretti a vederci nella stessa barca. Teoricamente, ciò avrebbe dovuto favorire la solidarietà e la condivisione; praticamente, accentuava ancor più il ripiegamento su se stessi, il proprio clan, l’interesse personale. Forse proprio tale ostinazione rendeva necessario lo sconvolgimento degli schemi, il rimescolamento di tutti gli elementi della società. Si capiva, anche, come solo da questa prova estrema potesse sorgere un modo nuovo di giudicare la realtà, emancipato dagli oggetti, dagli status symbol, dai trucchi vecchi e nuovi per uscire vincitori nella competizione globale, che l’Occidente aveva assunto come criterio guida. Eravamo coscienti della missione assegnataci in questa giungla inestricabile di pseudo valori: mostrare le chiavi per aprire la porta della vita, tornando a concepire qualcosa di umano e di divino: le virtù teologali di fede, speranza e carità, l’insegnamento inossidabile del nostro don Mario che ci assisteva dall’alto giorno dopo giorno, al punto che sembrava di avvertire ancora lo scricchiolio della sua sedia, il segnale acustico con cui ogni volta ripartiva nelle scorribande dell’ultima dozzina d’anni della sua incredibile esistenza.

9 pensieri su “55. Don Mario

  1. Concepire qualcosa di umano e di divino… l’unico modo per cercare di rendere un’esistenza incredibile. Ognuno può riconoscere il segnale acustico personale, l’avviso improrogabile per l’inizio del proprio cambiamento.

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  2. Quella barca su cui tutti, “nonostante…” ci troviamo a navigare armeggiando col nostro libero arbìtrio è intanto seguita nella sua discesa, da ben altro osservatore che dalla riva vede dove fatalmente si dirige, Solo remando all’unisono c’è speranza che giunga in un porto per la salvezza comune senza sfasciarsi sugli scogli risparmiando forse qualche superstite.

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  3. Perfino sentendoci al sicuro sul Titanic ci infrangeremo su quegli scogli.
    Perfino nell’inabissarsi del Titanic sgomiteremo freneticamente cercando di salire sulla scialuppa di salvataggio.
    E poi, sulla zattera di fortuna, nelle poche ore di vita che il gelo ancora concede, teorizzeremo in un ultimo, inutile post: “la solidarietà e la condivisione salvano la vita, comunque vada”, ma non ci avremo creduto.

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  4. la Storia dovremmo essere noi, parafrasando De Gregori
    ed è subito utopia!
    eppure è la strada obbligata per tentare di non essere complici della storia
    maestra di orrore e dolore
    siamo utili idioti del demonio🙂

    baci e abbracci

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