Lettera da Berlino

berliner fenster

di Stefanie Golisch

In questa città di laghi e alberi, di morbido terreno sabbioso non può succedere
nulla di male.
Il bosco protegge gli uomini che credono in esso: la sua antica sapienza,
la sua forza di sopportare tutti i mali.
Il bosco come teatro di guerra, teatro d’amore, luogo intimo di maghi e
di ibridi che vivono nella logica incontestabile di miti e fiabe.
Forse un tempo erano loro i padroni del mondo,
forse sono morti, forse il loro tempo presente non può finire.
Vado per il bosco con passo leggero, fiduciosa.
La luce respira lentamente, respiro lentamente anche io, silenziosa nel silenzio,
eppure sempre io, pesante di vita, condannata ad essere tante cose, tutte
contemporaneamente.
Mai come gli alberi, destinati ad essere sempre e solo se stessi.
Loro non hanno bisogno di me.
Loro sono, io vedo, mi vedo, faccio, mi vedo fare, penso, mi vedo pensare.
Una passeggiata mattutina carica di sogni notturni e realtà luminosa,
leggera che mi vuole altrettanto leggera.
So distinguere.
So troppe cose.

Cammino e mi vedo camminare tra gli alberi.
È facile dire: vorrei essere albero anche io.
Ma non è vero.
Essere albero – in verità questo pensiero ci piace solo come idea
capace di abbellire il nostro paesaggio
interiore.
Ma la verità – come quasi sempre − sta altrove: nella contraddizione e nell’essere
esageratamente orgogliosi di essa.
Non occorre chi mi spezzino, dice Kafka, mi spezzo da solo.

Voglio fare da me.
Ma non riesco.
Invidio gli alberi e
provo pietà con loro perché non possono scappare.
Non riesco a decidermi.
Non devo decidermi.
Il bosco è. Mi attende, pazientemente
com’è nella sua natura che non conta il
tempo.
La cosa più grande: aver consapevolezza di sé.
La cosa più grande: non aver consapevolezza di sé.

Kafka a Berlino.
L’inverno del 1923/24, suo ultimo inverno.
Sarebbe morto all’inizio dell’estate seguente.
L’inverno dell’inflazione.
Non c’è più pane.
Non c’è più né carbone, né legno da bruciare.
La città ha fame e freddo.
Nell’arco di una sola giornata i prezzi raggiungono dimensioni astronomiche.
Alla mattina Kafka esce con il contenitore del latte e si mette in fila.
Sempre in giacca e cravatta. Non per vanità, ma semplicemente
per correttezza o forse per mantenere la giusta distanza.
Sempre la giusta distanza.
Crolli il mondo, egli non ha alcuna intenzione di arrendersi.
È gravemente ammalato, ma non pretende privilegi. Attende il
proprio turno senza lamentarsi e porta a casa quel poco di latte che gli spetta.
A casa.
A casa nella Grunewaldstr. 13, tra Dahlem e Steglitz.
Una zona tranquilla nel verde, una bella casa borghese
dove ha trovato una stanza in affitto.
Qui ogni giorno Dora Diamant viene a trovarlo.
Per la prima volta egli lascia che una donna
entri nella sua sfera più intima, inconfessabile:
la battaglia al contempo per e contro la vita
Leggono insieme, passeggiano insieme nel piccolo parchetto davanti
al municipio di Steglitz.
Poi Dora cucina per lui e mangiano insieme.
Poco. Cibi leggeri.
Vita domestica mai conosciuto prima di questo inverno terribile che a
Kafka regala qualcosa come una felicità.
Scrive, come sempre. Ancora due racconti, Una piccola donna e La tana.
Ma non solo. Si parla di ben venti quaderni di notizie che si sono persi – non si sa bene come.
Davanti all’amico Max Brod, Dora Diamant afferma di averli bruciati secondo
la volontà di Franz, ma secondo Reiner Stach, il biografo di Kafka,
è più probabile che furono confiscati dalla Gestapo durante una
razzia in casa di Dora Diamant nel 1933.
(Ma forse, in questi ultimi mesi di vita erano più importanti le parole
che diceva a Dora mentre tentavano di inventarsi una vita insieme
al margine della grande città.)
Inutile immaginare come le cose sarebbero andate se Kafka non fosse
morto.
È morto, poco dopo.
Mentre Dora è vissuta. Si è sposata, è emigrata in Inghilterra dove è morta,
ancora assai giovane, nel 1952.

Sono andata a fare una passeggiata nel piccolo parchetto di Steglitz,
dove loro erano soliti a passeggiare di pomeriggio.
Mi sono seduta su una panchina e ho fumato una sigaretta.
Ma non ci siamo visti.

Nella massa che affolla la metropolitana c’è sempre chi lascia un segno.
Un uomo vecchissimo, vestito con vestiti vecchissimi,
un baschetto di colore indefinibile sul capo, con due borse pesantissime. Chi è? Dove sta andando? Chi lo attende a casa?
In un’altra fermata della metropolitana un violinista che suona le Quattro stagioni. Ogni giorno,
dalla mattina alla sera.
Suona molto bene.
È un professionista.
Una donna, non giovane e non vecchia, che mendica in metropolitana.
C’è un frammento di Kafka che parla di un branco di soldati che entra in città per uccidere.
In una casa trovano un vecchio uomo con le ali e uno di loro gli chiede perché non è scappato, perché non è volato via, visto che ha le ali.
Anche questa donna ha le ali.
Anche lei non è volata via.

L’attore di origine cilena Adolfo Assor è venuto in Germania nel 1986 come ospite di un festival di teatro, organizzato dal Goethe Institut.
Ha lavorato con molte compagnie teatrali prima di fondare, negli anni’ 90 del secolo scorso il Garn Theater, un teatro minuscolo al margine del main stream della capitale tedesca.
Il Garn Theater si trova a Kreuzberg, ma non nella parte chic, quella dei locali popolati da turisti di tutto il mondo e guarnito di quel certo tipo di giovane berlinese impegnato a recitare il ruolo del promettente creativo.
Il Garn Theater si trova in una via di case vecchie, non ancora trasformate in abitazioni di lusso.
Qui non si capita per caso, ma perché si cerca il teatro di Assor.
Quel teatro.
Per lui – regista, attore, tecnico de suono e delle luci nonché venditore dei biglietti – non ha importanza quante persone vengano. Nel passato gli è capitato di recitare per due spettatori. Una volta anche per uno solo.
Non importa.
Adolfo Assor è un uomo di teatro.
Per lui, i numeri non contano.
Scendendo una scala molto ripida si raggiunge una vecchia cantina, non ristrutturata, con la tipica puzza delle vecchie cantine.
Qui, in una minuscola entrée Assor in persona, un uomo sulla settantina, minuto e grazioso nei movimenti,
ogni sera attende il suo pubblico. Prima dello spettacolo si può comprare qualcosa da bere, si può guardarsi attorno in quei lunghi corridori dove egli ha dato libero sfogo alla sua fantasia.
Vi si trovano sculture, quadri, vecchi divani, oggetti, apparentemente senza scopo preciso, la luce è bassa, l’atmosfera cupa, remota (o senza tempo!),
in ogni caso lontano dal mondo odierno, ben temperato, ben illuminato, tutto comme il faut.
Questo è il luogo di un uomo che non vuole piacere per forza.
E certamente non a tutti.
Luogo di vita, di passione, forse di ossessione.
Un luogo inconfondibile di dolore e sogno, melanconia e speranza dove Assor ha dato vita ad una visione:
il suo teatro.
Radicalmente suo: voluttà di non scendere ad alcun compromesso.
Il programma di monologhi teatrali che egli propone al pubblico è altrettanto radicale. Sono i grandi testi della letteratura moderna. Il grande inquisitore di Dostoevskij, Beckett, Ionesco, Pessoa e – Kafka.
Questa sera recita la Lettera al padre di Kafka.
Ma in verità non recita.
Questa sera Adolfo Assor è Kafka. E anche il padre di Kafka. E, in qualche modo, tutti noi: tutti i membri delle nostre famiglie, tutti infelici, ognuno a modo suo.
Gli bastano pochi requisiti – una vecchia valigia, qualche libro, qualche foglia autunnale – per portare lo spettatore lontano e al contempo vicinissimo: direttamente nelle viscere del proprio vissuto, nel cuore dell’oscurità dei propri intrecci famigliari, tra aspettative e delusioni, compassione e disprezzo, amore e odio. Nell’arco di forse un’ora – ho perso la concezione del tempo durante la recita – Assor vive, soffre e spera insieme ai suoi spettatori.
Siamo in otto questa sera ad ascoltare le parole di Kafka dalla bocca di questo grande attore di rare sensibilità che ci fa sentire sulla propria pelle il dolore dell’eterno figlio che non riesce mai a raggiungere il tanto temuto e amato padre. Che vorrebbe essere altrettanto amato e che si odia per la sua debolezza e che, ovunque si giri, ritorna sempre alla domanda cruciale: come si fa a vivere, come si fa a sostenere questa vita, se non si è stati amati da bambino?
Per gran parte dello spettacolo Assor recita rannicchiato davanti ad una vecchia valigia,
piccolissimo in questo piccolissimo spazio di grande teatro, fatto non di materia,
non di effetti speciali, non di soldi, ma di spirito, cuore e parola:
di parole-pietre che, anche se non potranno mai raggiungere l’ultima essenza di quello che vorremmo dire (Spricht die Seele, so spricht, ach! Schon die Seele nicht mehr.) sono la nostra unica arma nella battaglia
tra l’io e il mondo, l’unico modo di sfiorare l’altro in quella sfera molto profonda in cui noi esseri umani siamo tutti collegati uno coll’altro.
In questo terribile anno 2016 in cui l’aria, su tutti i fronti, si è fatto pesante di voglia di guerra, il modo in cui Adolfo Assor celebra la parola mi sembra anche una presa di posizione etica.
Siamo dotati della parola.
Usiamola.
Almeno proviamoci.
Anche con quasi più nessuna speranza di riuscirci.
Esattamente come fece Kafka che scrive al contempo per e contro il mondo, per e contro se stesso.
È la nostra sfida.
La bellezza e il pericolo dell’avventura di essere vivi.
(O come scriveva Walter Benjamin: Solo per coloro che non sperano più ci è data la speranza.)

Il lungo silenzio dopo lo spettacolo.
L’attore che sparisce dietro la tenda nera.
Oscurità totale.
Silenzio totale.
(Anche a rischio di suonare patetica, confesso di aver pensato:
l’arte c’è.
(Scusate)

2 pensieri su “Lettera da Berlino

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