56. Servirò

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Don Mario era entrato. E quando entrava lui, la scena cambiava, il vento della fede riportava vita, riaccendeva i colori, ridava respiro alla speranza. Il suo dono, a ben vedere, era sempre lo stesso: un’esistenza aperta, disponibile a Dio. Anche questa volta ci lasciava in dote un’intenzione profonda, in antitesi all’azione demoniaca, ribelle, maledetta: il terribile non serviam, il no di satana al Progetto di Dio, l’odio per l’opera da compiere, allora come ora. In fondo, lo spirito impuro comunica sempre quel rifiuto, la sfida titanica al disegno di bene del Signore. La situazione storica in corso rifletteva questo sentimento, la trasgressione come principio generale, l’ignoranza del limite, l’anarchia dei valori, ridotti a gusto personale. La Chiesa rischiava, a volte, di accrescere la confusione, cancellando i pochi punti fermi di un’etica allo sbando. Tutto questo discendeva dalla presa di posizione del Nemico, formulata nella notte dei tempi: non serviam, non servirò, non voglio piegarmi al volere del Creatore. Ma ecco che don Mario ci veniva in soccorso, a bordo della sedia sferragliante, comunicava il suo intenso desiderio di obbedire al piano divino-umano del Figlio Crocifisso e Risorto. Così sentimmo, nel profondo del cuore, la stessa ispirazione; le stesse parole salivano alle labbra col medesimo slancio: voglio servire te, Signore. I residui di negatività si bruciavano in questo voto di ubbidienza, l’energia buona del cosmo rifluiva nei polmoni e dava ossigeno al nostro ideale appena nato. Servirò, servirò Te solo, Signore, perché la tua bellezza salvi il mondo.

7 pensieri su “56. Servirò

  1. Quanta importanza danno queste parole ad ogni uomo sulla terra, quanta responsabilità alla costruzione del bene comune, quanto amore da ricevere e sopratutto da dare.

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  2. L’utilità di ognuno è legata ad azioni, pensieri, modi di essere. Nell’uomo, diversamente che negli oggetti, l’utilità e’ soggettiva. Finché non si abbraccia o si incrocia un determinato cammino, la sensazione di essere piuttosto inutili non ci abbandona.Malgrado ciò, lo sguardo di Dio ci fa essere l’inutile che serve.Insomma diventare inutile credo sia difficile, bisogna proprio volerlo, eppure tanti ci riescono.

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  3. L’aria che ossigena il mondo e fors’anche la Chiesa è ormai satura di egoismo che mina le forze vitali del progetto di salvezza.
    Per ridare quel “respiro alla speranza” spesso in asfissia, dovremmo stare attaccati a vita al polmone d’acciaio della fede.
    Che l’entrata di Don Mario arrivi a tanto…e nei cieli come nei cuori possa stagliare un profetico.”servies”.

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  4. non ho conosciuto don Mario,non ho avuto la fortuna di “viverlo”,(perche’ chi lo ha conosciuto,frequentato, vissuto e ASCOLTATO,deve ritenersi fortunato!.)
    Ho incontrato,circa un anno e mezzo fa la persona che me lo ha “PRESENTATO”…
    …si, presentato;
    non e’ una follia,ho conosciuto DOMMA,me lo ha presentato Fabrizio…!!?!!..
    …nel “cigolio di una vita compiuta”…il bagliore,OGGI,della sua presenza!!!
    non si puo’ vivere un solo giorno senza essere attraversati ,anche solo per un attimo,
    dalla certezza della sua presenza,nel CREDERE, nell’ AMARE, nello SPERARE…e tutto il resto viene di conseguenza.
    La nostra esistenza oggi si presenta su strade sempre piu’ difficili da percorrere,dove la capacita’ dell’individuo viene sollecitamente messa a dura prova,su percorsi pieni di ostacoli che non sempre si riescono a superare senza l’aiuto di una “guida sicura”;
    Fabrizio ci indica la strada,…e noi seguiamo le “tracce” di chi ha preparato un percorso,
    ..lo Spirito santificato dell’angelo,e lo senti intorno a te, nel perenne “cigolio” della sua sedia a rotelle.
    Caro Domma, continua a illuminare le nostre strade, col bagliore della tua presenza.
    GRAZIE don FABRIZIO,….ti devo un favore…

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  5. Riprendo il concetto di “utilità”, benché sia evidente che non corrisponda al significato principale che in questo post si da al termine “servirò”. A me pare, tuttavia, che prima della decisione folgorante di “servire il Signore” si debba manifestare un’indispensabile presa di coscienza riguardo a ciò che siamo e al ruolo che desideriamo avere nel mondo.
    Certo, nel medioevo il dubbio non si poneva; ci si rendeva conto ben presto cosa si sarebbe stati, se un guerriero, un prelato o uno dei tanti dediti al lavoro e a mantenere sia i primi che i secondi. Indipendentemente se quel destino riflettesse o meno l’indole e l’aspirazione dell’interessato, si trattava tuttavia di un modello di sistema in cui ognuno aveva assolutamente chiaro quale fosse il proprio ruolo nella società. Combattere, pregare o lavorare; al di fuori di questi ruoli, se non eri molto ricco e potente, non rimaneva che diventare lo scemo del villaggio.
    Oggi che poco o nulla può dirsi predefinito, si è liberi di scegliere la nostra strada, ma cresce anche una grande incertezza circa la nostra identità e il nostro scopo. E, infatti, si amplia sempre più la categoria degli scemi, senza più nemmeno un villaggio a proteggerli. Schiere di entità senza identità si aggirano alla ricerca del proprio significato.
    E’ ancora Don Mario a indicare la strada, il metodo; lui che cercava per ognuno dei suoi ragazzi l’abito su misura, la dotazione interiore che consente di capire chi siamo, perché ci siamo e dove vogliamo che ci conducano i nostri piedi.
    Il mio percorso è completamente diverso, ma una cosa credo comunque di averla capita: quanto più è in buona fede il mio “servirò a qualcosa”, tanto più tenderà ad assomigliare, ad avvicinarsi al “servirò il Signore” di questa pagina.

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