I gatti di Bukowski

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di Guido Michelone

Linda Lee Bukowski vedova del bizzarro scrittore americano (1920-1994), l’anno scorso dà alle stampe un nuovo libro postumo del marito, On Cats, che raccoglie poesie e frammenti sull’animale da loro più amato, al punto da arrivare a possederne nove esemplari nella piccola villetta californiana. In Italia Sui gatti acquista un valore ancora più nuovo ed emblematico, perché, oltre le liriche veramente inedite, le altre – in origine apparse su riviste sia note sia marginali – non conoscono traduzioni specifiche: il tutto poi viene ritradotto ex novo – e in maniera eccellente – da Simona Viciani, la quale rende ancora più secca, incisiva, realista, la scrittura di un personaggio borderline, in grado di proporre da sempre una singolare mistura della classica narrativa statunitense – tutta dialoghi e azione – e un ironico autobiografismo, sino a lambire, soprattutto in ambito poetico, le forme aperte del surrealismo e della beat generation. Benché diversi critici scrivano che, durante la vecchiaia, Bukoswki sostituisca le prostitute con i gatti nella scelta degli argomenti della propria opera letteraria, occorre però constatare che i felini sono presenti fin dai primi passi mossi dall’autore alla ricerca di un consenso artistico: nel libro infatti i versi più antichi risalgono al 1957, mentre i più recenti datano 1992 (anno della sua scomparsa, ottantaduenne).
A parte il racconto iniziale e qualche breve frammento (ricavato da missive ad amici e conoscenti), il resto del volume è composto da poesie di varia lunghezza, che in tono colloquiale svelano l’amabile rapporto di Bukowski con i gatti, della cui ‘venerazione’ resta, consapevolmente, l’ultimo anello di una catena lunghissima, riguardante soprattutto gli scrittori contemporanei: anche il passato riserva tante sorprese (Petrarca, Tasso, Cervantes, Belli, Beaudealire, Cechov, Balzac, Dumas, Maupassant) ma gli scrittori gattofili, da Perec a Burroghs, da Colette a Huxley, da Hemingway a Neruda, da Borges a Gaiman, da Chandler alla Lessing, risultano in primis novecenteschi. Si può dire, in tal senso, che da un lato il gatto sia un animale prediletto da poeti e romanzieri (e anche da pittori musicisti) molto più del cane o del cavallo (protagonista, suo malgrado, in quanto mezzo di locomozione, di tanta letteratura dall’antichità all’Ottocento); e che dall’altro questa predilizione si riversi in un’attenta disamina del comportamento felino che porta gli autori stessi – in questo caso un tenerissimo Bukowski – a farsi in quattro per il proprio micio o per un randagio salvato da un incidente stradale. Alla fine, aldilà di alcune volute esagerazioni – tipiche, del resto, di uno stile e di un pensiero ormai classicamente ‘bukowskiani’ – il poeta/romanziere dimostra di conoscere molto bene il tema e di esprimersi ‘sui gatti’ attraverso una competenza oggettiva e uno sguardo affettuoso ammirevole.

Charles Bukowski, Sui gatti, Guanda, Parma 2016, pagine 157, € 14.

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