Arrivederci fratello mare. Parole e miti del mare

Mare
di Augusto Benemeglio

  1. Partenza

 

E’ in mare , con l’Odissea, che Omero dà luogo a quella che possiamo definire la madre di tutte le partenze, un viaggio che diventerà per l’uomo il viaggio attorno alla propria prigione. Moltissimi poeti hanno scritto di partenze, ma nessuno come Omero. E tuttavia Cesare Pavese, nei “ Dialoghi con Leucò “, libro-mitologico , libro-pensiero dello scrittore torinese,  un po’ le sue  Operette morali, traccia le linee per un’altra partenza memorabile dell’eroe,  in cui si cerca una spiegazione del  destino ineluttabile e tragico dell’uomo, schiacciato dall’angoscia e dalla disperazione. Pavese, vendicando la sua paura del mare e il suo senso di naufragio, riesce a identificarsi in Odisseo : “Ho voluto essere io ad aggredire il mare  d’improvviso, a scoprirlo, e l’ho fatto in ogni parte…ora posso starlo a guardare e persino tenergli compagnia…in questo dialogo tra Odisseo e Calipso.

ODISSEO:   Sei tu, la  Signora del mare,  che parli?

CALIPSO: Temo il risveglio, come tu temi la morte. Ecco, prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh, non era un patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altra isola in te.

ODISSEO Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare di tacere.

CALIPSO: Eppure voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Dite che il passato non torna. Nulla regge all’andar del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?

ODISSEO: Tu stessa hai detto che porto l’isola in me.

CALIPSO; Oh, mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra gli scogli o un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.

ODISSEO: Saprò almeno che devo fermarmi.

CALIPSO: Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai per sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo…

ODISSEO: Non sono immortale.

CALIPSO: Lo sarai se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare  l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?

ODISSEO. Se lo sapessi avrei già smesso.  Ma tu dimentichi qualcosa.

CALIPSO: Dimmi.

ODISSEO: Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.   

Che cos’è la vita eterna se non accettare l’istante che viene e che va passivamente? Ma Odisseo si ribella, lui vuole costruirselo il destino, non subirlo, e qui sta tutta la sua umanità. Deve partire di nuovo, perché partire, a volte, è un lasciapassare di salvezza, un passaporto di rinascita, come per il poeta inglese  John Mansfield:

Devo tornare  sul  mare, solitario sotto il cielo/…chiedo soltanto un giorno di vento con volanti nuvole bianche ,/pieni di spruzzi  e di spuma  e di stridenti  gabbiani/ Devo tornare sul  mare , alla vita di zingaro vagabondo; alla via / delle balene e degli uccelli marini, dove il vento è una lama tagliente…

2. Gabbiani

 

Si parte anche per raccontare storie di un destino umano che ti accomuna al mare, storie di cupe macchie di nafta che si dilatano portando l’ombra della morte, storie di fari, di carghi e di meduse , di delfini e di  gabbiani azzurri, come nel caso di Raffaello Brignetti  : Si alzarono. Vedevano sopra l’orizzonte, delineato , l’inizio del cielo; lo percorreva una luce, un gabbiano che forse era a poche miglia vi figurava  intento a tracciarvi ore fantasiose …Ora il gabbiano li attraeva . Volava apparendo azzurro, a suo modo cantava , in direzione del sole.

Essere gabbiani è metafora di libertà, ma oggi i gabbiani fuggono dalle coste , perché i nostri mari – per effetto di uno squartamento della storia e una dissennata manipolazione della natura  da parte dell’uomo – sono diventati per loro invivibili; i gabbiani hanno divorziato dal mare e li troviamo a fare la fila ai semafori , a  cercare,  come barboni ,  cibi nei cassonetti dell’immondizia, ma – come sottolinea Giuseppe Quarta – un gabbiano  è sempre un gabbiano e non può che “ morire/volando”:“Non importa /al gabbiano/ di planare/ sullo scoglio /delle ossessioni/né di fare la fila / ai semafori/ o prendere il pane / con la tessera/  Non gli importa /la paura / della solitudine  /che conduce / spesso / gli uomini/  all’ipocrisia , / né di finire oggetto delle  chiacchiere/ dei vili…Lui sa/ che se nasci  con le ali / non puoi che morire/  volando

 

3. Porto.

E magari quello stesso gabbiano torna nel porto dove, secondo Pessoa,  è sempre un amaro stare   : “Al di là del porto/ c’è solo l’ampio mare…/ Mare eterno assorto / nel suo mormorare…/ Come è amaro stare/ qui, amore mio…/ Guardo il mare ondeggiare/ e un leggero timore/ prende in me il colore/ di voler avere/ una cosa migliore/ di quanto sia vivere…

Ma dal porto  si parte ogni giorno perché – scrive Francesco Chirivì, un sottufficiale delle Capitanerie di Porto –   “quello è il nostro mestiere”  , soccorrere e salvare uomini in  pericolo, in mare, o dover raccogliere corpi che seguono inanimati l’altalena dell’onda : il mare è una sorta di presenza medianica, con una capacità suprema di coagulazione della realtà  e della fantasia; un mostro e insieme una vaghissima luce , una chiazza azzurra sulle carte e insieme un abissale liquido tunnel  sotto cui brulicano le più inimmaginabili  esistenze  

E sul porto, vicino al mare, d’autunno,  si compiono i destini , si aprono i sorrisi – ci dice Pablo Neruda: “Toglimi il pane, se vuoi,/ toglimi l’aria, ma/ non togliermi il tuo sorriso./ Vicino al mare, d’autunno,/ il tuo riso deve innalzare/ la sua cascata di spuma,/ e in primavera, amore,/ voglio il tuo riso come/ il fiore che attendevo,/ il fiore azzurro, la rosa/ della mia patria sonora. /Riditela della notte, / del giorno, della luna,/ riditela delle strade/ contorte dell’isola,/ riditela di questo rozzo/ ragazzo che ti ama,/ ma quando apro gli occhi /e quando li richiudo,/ quando i miei passi vanno,/ quando tornano i miei passi,/ negami il pane, l’aria,/ la luce, la primavera,/ ma il tuo sorriso mai,perché io ne morrei.

4. Matapan

 

Si va in mare – ahimè –  ci dice Derek Walcott , anche per fare la guerra,  ”che sgorga in quest’alba assediata d’ombre /, sulla costa spazzata da angeli di  rabbia e di vento, / in questo grigio ferreo porto dischiuso/ su un rugginoso  cardine di gabbiani,/ in questo porto  di nafta , sangue nero,  e di mimose. / Nomi tremano come aghi  di fregate all’ancora /, nomi iscritti in questo giorno di lutto / nel registro della Capitaneria ; i vostri  nomi di battesimo , compagni/,  liquide lettere del mare. / Sempre mi turba  il piangere di un marinaio , /voce che segue ogni  tempesta,/  sudario di  angosce e d’attese /che  disperde figure dentro la bufera del tempo.  / La guerra sta nelle tue  mani / che danno vita alle armi indifferenti/ nascoste nella pancia della nave./ Ma non è  nel tuo  cuore,/ né in quello del mare .

Nel mare, negli abissi del mare , dormono per sempre migliaia e migliaia di marinai come ad esempio i duemilaseicento marinai italiani di Matapan di cui quest’anno ricorre il 75 anniversario: “Ora che il maestrale /risale le correnti/ fino ai crocifissi ardenti / del mare Jonio/ e trasporta onde ferite / ed echi di battaglie,/ lance e spade spezzate, /grida e preghiere, /- il ponte dell’Incrociatore  “Vittorio Veneto”/ è divenuto un altare vivo di generazioni / e generazioni di marinai./ Marinai di Matapan / per voi un coro intimo / e partecipe di fede,/ un’ode commossa / al vostro sacrificio vano…/ Marinai di Matapan, / giovani, ardenti e ignari/ cui la morte agguatata /nelle silenziose tenebre/ colse come frutti acerbi, /con fragore di scoppi/ e cenere di fuoco / sulle navi di ferro dormienti/ o naufraghi nudi / e inesperti nel mare di gelo… /Fratelli di Matapan, / che cadeste nel potere /delle maligne stelle /senza mai più riveder la riva,/ che giacete nel gran sacrario degli abissi marini / insieme alle moltitudini/ di eroi e di umili ignoti pescatori / perchè non rispondete / all’appello dei vostri nomi?

5. L’uomo di mare

 

Sul mare– e sulle sue spiagge – si stende il velo pietoso  di una musica che forse non è “ musica d’angeli” , ma solo di vento. Ma non date  alla terra ciò che è del mare , avverte Federico Garcia Lorca: “Marinai, perché date alla terra quello che non è suo /e lo sottraete al mare?/ Perché lo avete sotterrato , marinai, se era un soldato del mare?/ L’accesa sua fronte , un faro; occhi azzurri, carne di iodio e sale/ morì lassù, sul ponte,/nella sua trincea, come un soldato del mare;/con la rosa dei venti nella mano/sfogliando la stella di pilotaggio/ perché lo avete sotterrato, marinai? / E in una terra senza conchiglie! Sulla spiaggia nera!…/Perché lo avete sotterrato , se è morto come il migliore dei capitani ,/ E la sua anima  – vento spuma maricino –/ Sta lì , tra la notte e il mare?  

Il mare è innanzitutto uno stato d’animo, un’inclinazione emotiva, una vocazione congenita alla propria natura. Si può essere uomini di mare anche restando una vita intera  sulla terra, poiché un anelito interiore , una vita anche solo pensata e immaginata può essere più avventurosa  dell’esperienza reale, pensiamo a Salgari, ad esempio e ai suoi rapporti con la jungla, i fiumi , l’oceano indiano, senza mai essersi mosso dalla sua Verona. Chi sono dunque gli uomini di mare? Oltrechè sui libri ne esistono davvero e se sì come si fa a riconoscerli? “Dobbiamo pensare ad una loro disposizione del vivere, ad un  uomo che abbia in sé l’unione del tumulto e della calma, dell’impulso passionale e della mente, e nel volto la bellezza e il tormento…” Ma soprattutto il senso della sfida e della libertà, come ci ricorda  Baudelaire : “Sempre il mare, uomo libero, amerai!/ perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell’infinito svolgersi dell’onda / l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito/ non meno amaro”.

6. Tempeste e Naufragi

 

Sul mare in tempesta sembra sciogliersi il grido  dell’anima più libero, il più sofferto e forse il più vitale. Ma un marinaio non sceglie mai deliberatamente di andare incontro alla  tempesta ; la fugge se può, l’affronta se vi si trova in mezzo  e la supera solo se mette insieme la forza per guardarla  negli occhi. Di tempeste, ma soprattutto  di  naufragi, reali e  metaforici,  è piena zeppa la letteratura, ma il più celebre dei naufragi lirici è quello del Leopardi, in una delle poesie più belle della storia :…E come il vento/odo stormir tra queste piante, io quello/ Infinito silenzio a questa voce / Vo comparando : e mi sovvien l’eterno/,e le morte stagioni, e la presente  /e viva, e il suon di lei. Così tra questa/immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare.

L’anima di Leopardi si slancia verso l’infinito, ma è uno slancio con i piedi per terra, realistico e disincantato. Cosa rende una lingua così duttile, così esatta, così circostanziata, così espressiva? Solo se c’è qualcosa di grande – una grande passione, un grande dolore, una grande tragedia, una grande speranza – , “solo in questo caso , – afferma Luca Doninelli, – la lingua diventa  docile. Il bozzettismo, il folklorismo non possiedono un grammo di fedeltà. Per fare un ritratto fedele di un uomo, di una città, di un paese, di un oggetto, io devo ritrarre la sua anima. E l’anima che cos’è? L’anima è, semplicemente,  tutto: anima est quodammodo. L’anima è il nesso che una qualunque cosa intrattiene con tutte le altre, con il Tutto. Questa è la vera arte. Se dovesse essere solo una copia, l’arte sarebbe allora solo una curiosità, una simpatica bizzarria.”

7. Inquinamento.  

 

“Se dovessi morire”, ignorato dal mondo, ignorato dai miei , stremato di forze , all’ultimo momento il mare riempirebbe la mia cella , verrebbe a sostenermi al di sopra di me e ad aiutarmi a morire senza odio”

Così scrisse, tanti anni fa, Albert Camus, e non sospettava di certo che anche il mare, un giorno, avrebbe potuto morire. Quarant’anni fa, infatti, dalla mitica “Calipso” del Comandante Jacques Costeau echeggiò un grido, un’invocazione: “L’uomo ha appena scoperto il mare e ne constata la prossima fine. Tutto è inquinato, fin nelle profondità abissali, ovunque l’occhio si gira scorge impurità, un’infezione cosmica, un veleno stellare è caduto nelle nostre vene. Tutto quel che noi tocchiamo s’inquina e muore!”

Un grido che divenne slogan di una campagna ecologica a cui fece seguito un’ emissione di francobolli della flora e fauna marina da parte delle Poste Italiane: ” Il mare deve vivere!” E alcuni grandi uomini della cultura italiana di allora, tra cui Fellini, Fo, Antonioni, Levi, Zavoli, Biagi, Bertolucci e Zavattini, sottoscrissero un appello che recava la stessa scritta , a grandi lettere: “Il mare deve vivere!”, che dodici anni fa divenne un’antologia artistico-letteraria, una raccolta di poesie e immagini di vari autori, da me curata, di cui riportiamo un paio di brani. Sarebbe bello se in ogni immagine (quelle della flora e della fauna marina) e in ogni verso dei vari autori di questa antologia si reiterasse quel grido come un’eco azzurra di dolore e di speranza. Che ogni verso riuscisse a toccare fisicamente l’animo del lettore, come ci tocca la vicinanza del mare, e che noi, tutti insieme, con il cuore gonfio di speranza , potessimo abbracciare il mare e gridare , come fecero i diecimila soldati greci dell’Anabasi di Senofonte: IL MARE!, IL MARE!

8. Fratello mare

 

“Sì, vabbè, ma a che serve ‘sto mare ? . Io sto qui, lui sta lì. Non se damo fastidio er mare  ed io . Ma è acqua che nun serve, tanto che uno si inc.., s’arrabbia per lo spreco de salato , quanno in tera ne scenne e score troppo poca, de acqua bbona. Ma scusate , non è troppo veramente l’acqua in mare? Un mondo d’acqua, un mondo intero. Troppo grande e profondo il mare. Troppa acqua: non ne vedo il senso, io. E Lei? Dice che serve?. Pure Totò diceva che la serva serve. Pe’ me tutta ‘st’acqua che ciò davanti nun è servita a gnente. Mai. Forse quarche vorta pe’  famme compagnia, de  notte , nel silenzio, quanno facevo er pastore. Ma pe’ questo le capre so’ mejo . Visto da qui er mare è una cosa che se perde, se confonne cor cielo , se disperde nell’aria , se riduce a un’idea da mettè su un fojo de carta, ma uno dev’esse bravo a sapello fa, io faccio un artro mestiere. Lei diceva  che er mare serve come idea?  , bè  , er mare delle idee  lo sa a che me fa penzà? Che er mare, per com’è grande e tutto a modo suo , cià pochi segni d’umanità. Me sa che alla fine ce sommergerà! Faremo tutti la fine d’Ulisse alle colonne d’Ercole, dia retta a me!”

Io non sono Odisseo, egregio signore, ma ho abitato per trent’anni sul mare e nel mare, e ci siamo incontrati e scontrati in diverse occasioni. Per me rimane comunque il “Fratello mare” del poeta turco Hikmet:

“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti/ arrivederci fratello mare/ mi porto un po’ della tua ghiaia/ un po’ del tuo sale azzurro/ un po’ della tua infinità/ e un pochino della tua luce/ e della tua infelicità/ Ci hai saputo dire  molte cose/ sul tuo destino di mare/ eccoci con un po’ più di speranza/ eccoci con un po’ più di saggezza/ e ce ne andiamo come siamo venuti,/ arrivederci fratello mare”.
Roma, 23 agosto 2016

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