Lettera da Berlino

berliner bären

di Stefanie Golisch

Il centro di accoglienza di Marienfelde, a sud di Berlino, ha una lunga tradizione.
Creato negli anni ‘50 dello scorso secolo per dare un tetto alle migliaia di tedeschi dell’est in fuga dalla Germania comunista, oggi è popolato da profughi di tutto il mondo.
Con ben 700 posti è una delle strutture più grandi nel territorio, destinata soprattutto alle giovani famiglie.
Infatti, la prima cosa che si nota quando si entra in questa piccola città nella città, è la presenza dei bambini.
Quale luogo migliore per realizzare un progetto fotografico dedicato alle loro storie?
L’idea della mostra Neue Welt (Nuovo mondo) è del gallerista Gunter Haedke, le foto sono di Edith Held.
Nell’arco di quasi un anno, e con l’aiuto degli operatori sociali del centro, sono entrati in contatto con i bambini e le loro famiglie, cercando di conquistare quel minimo di fiducia necessario alla realizzazione del loro progetto. I bellissimi ritratti della mostra, rigorosamente in bianco e nero, non sono quindi degli snapshot, ma il risultato di un lento processo di avvicinamento, un tentativo, si potrebbe dire, di amicizia, che per ogni bambini si concretizza in una foto e una breve intervista, dando spazio alla massima eterogeneità delle vedute.

Ogni storia è a sé.
C’è chi si mette in posa e c’è che si vergogna davanti al teleobiettivo.
C’è chi ha voglia di parlare e c’è chi sembra a disagio, presumibilmente perché non gli è mai capitato di venir chiesto di parlare di se stesso.
Gli autori della mostra non hanno cercato di uniformare i ritratti, ma hanno dato ampio spazio alla diversità, la libera espressione di ognuno dei piccoli protagonisti: c’è la bellissima bambina rom che sogna di fare la cassiera da Lidl e c’è Lea, una ragazza siriana, nata senza braccia che ha raggiunto la Germania insieme alla madre e un fratello con un handicap mentale. Da grande farà il medico.
È decisa.
Non ha alcun dubbio di riuscirci.
Sono traumatizzati questi bambini. Nei loro lunghi viaggi-odissea hanno visto e sperimentato cose terribili, ma con quella forza che la vita saggiamente concede ai più giovani, forse riusciranno a superare i molti ostacoli che li separano dalla realizzazione dei loro progetti di vita che, del resto, non sono poi così diversi da quelli di qualsiasi bambino della loro età.
Molto di più che alla loro condizione specifica di profugo, le differenze che ho notato leggendo le brevi interviste che accompagnano ogni foto, sono legate al sesso e alla provenienza sociale.
Ho visitato questa mostra in un sabato pomeriggio di sole e ho percepito una atmosfera tranquilla e serena, totalmente diversa da quel clima di violenza − latente o aperta − che i media sono soliti a trasmettere per, così si potrebbe sospettare, creare sistematicamente un clima di reciproca diffidenza tra le parti sociali.
E anche lo stesso curatore della mostra mi ha confermato che durante i molti mesi in cui, insieme alla fotografa, ha lavorato a Marienfelde, al di là di conflitti umani inevitabili che si verificano quotidianamente in ogni “normale” condominio, non è mai successo nulla di clamoroso.

L’ultima immagine che colgo prima di uscire è una fotografia dal vivo: due bambini in cima a un vecchio albero, giocando liberamente, senza il controllo ossessivo di adulti iperprotettivi. Subito mi sono ricordata della mia infanzia – libera! – e ho pensato che per certi versi, questi bambini sono anche fortunati. Almeno non devono suonare, spesso senza talento, il pianoforte e/o il violino, non devono danzare, fare scherma, judo, karate, non devono giocare a tennis e non devono partecipare a certe feste di compleanno, organizzati all’insegna della loro acculturazione, sotto la stretta sorveglianza di un animatore con una laurea in storia dell’arte!
Ho pensato anche un’altra cosa: certamente tra questi bambini, ci saranno dei futuri scrittori.
E se è vero, come diceva Ingeborg Bachmann, che il più grande capitale di ogni scrittore sono proprio i primi venti anni di vita, allora possiamo essere davvero curiosi delle storie che tra qualche anno ci racconteranno…

Frase, scritta su un muro, intravista mentre stavo andando in pullman:
Ti devi spezzare per diventare grande.

I perduti sono ovunque.
Impossibile ignorarli.
Sono giovani, vecchi, uomini e donne, alcuni stranieri, ma perlopiù tedeschi.
Dove si sono perduti, chi li ha perduti, non si sa, forse
non si ricordano nemmeno loro stessi di come sono arrivati nel loro oggi senza speranza.
Sono in tanti.
In nessun’altra grande città che conosco sono talmente
presenti nello spazio pubblico.
Sono il sangue che scorre nelle vene della
metropolitana che circola senza fermarsi quasi mai.
Puzzano.
Hanno le unghie sporche.
Frugano dentro i bidoni della spazzatura.
Mangiano e bevono ciò che gli altri buttano via.
Ti chiedono soldi.
Cercano di venderti un giornale che nessuno vuole leggere.
E tu, come fai a dire di no?
Dicono: guardami.
Ci sono anche io.
Senza di me, il quadro non sarebbe completo.
Sono quello in fondo a destra.
Quello che quasi non si vede, che sembra confondersi con il marrone scuro
dello sfondo.
Sono sporco. Senza scarpe.
Non faccio parte della storia, non sono decorativo.
Non so chi sono.
Sono nessuno.
Ma ci devo essere.
Perché senza di me, il quadro non sarebbe completo.
Mancherebbe qualcosa:
La tua ombra.
Ma non ti preoccupare.
Ci sono.
Non ti lascerò mai.

Altra frase, da scrivere ancora su un muro:
Tu sei il compito. Nessun allievo ovunque ti giri.
Kafka

Il più grande cimitero ebraico in Europa si trova a Weißensee, un quartiere a est di Berlino.
Inaugurato nel 1880, epoca di piena assimilazione ebraica, il cimitero di Weißensee con i suoi eleganti monumenti funebri, può essere letto come l’espressione dell’inarrestabile ascesa sociale degli ebrei che avviene proprio in quegli anni: nell’era di Bismarck, un’epoca di rapido progresso tecnico-industriale e di relativa stabilità politica, economica e sociale.
Doveva, questo cimitero, essere un simbolo della speranza nel futuro, nella crescente integrazione, la pace sociale tra due culture, due popoli, legati uno all’altro per via di una lunga convivenza, conflittuale senz’altro, ma al contempo piena di potenziali.

Infatti, il cimitero di Weißensee è un simbolo.
Ma in senso opposto.
È il simbolo della fine di un sogno o una visione, la distruzione di quel potenziale.
Il simbolo di una sconfitta.
L’ironia della storia è che, a differenza dei vivi, i morti sono sopravvissuti alla guerra.
Infatti, il cimitero di Weißensee non fu distrutto durante la guerra. In mezzo alla devastazione pressoché totale dell’intera città, il cimitero è rimasto intatto: un luogo di quiete, grande tre volte un campo di calcio, dove oggi vivono centinaia di specie di animali.
In mezzo alla morte, il cimitero è rimasto vivo.
Una passeggiata tra le tombe è una passeggiata nella storia tedesca, tra grandi nomi di famiglie che sono intrecciate nella vita, non solo culturale e accademica, ma anche politica ed economica della Germania.
A Weißensee giacciono intellettuali e industriali, scrittori ed artisti e più in generale personaggi della vita pubblica il cui operato ha contribuito allo sviluppo del paese e si interrompe bruscamente nel momento in cui i nazionalsocialisti prendono il potere.
Ma una passeggiata a Weißensee non è soltanto una passeggiata nel passato, bensì nel presente: in un labirinto di verde, di felci e di edere, di animali invisibili che abitano questo luogo come se volessero affermare la vita contro la morte.

Sono venuta da sola a Weißensee.
Senza meta precisa.
Ho tempo.
Sono al sicuro?
Siamo in pericolo?

Probabilmente tutti e due.
In ogni caso,
In ogni attimo.

Heute ist dein Widerspruch.
Oggi è la tua contraddizione.
È l’ultimo verso di una poesia che ho scritto per mia figlia
molti anni fa.

Tornando da Weißensee, passo per Alexanderplatz dove, andando verso la metropolitana, avrei voluto scattare una foto.
La descrivo: davanti all’enorme filiale di Primark, una fila di gente, giovani e meno giovani, seduti sui gradini con davanti a sé degli enormi sacchetti, strapieni di roba, vestiti superflui, brutti e di scadente qualità, che forse non saranno nemmeno mai indossati.
Una totale orgia di shopping.

Lentamente si sta preparando l’autunno.
Comincia l’ippocastano, ma è solo questione di tempo e gli altri seguiranno,
pian piano, senza fretta finché non si sarà creato quel vuoto, premessa necessaria per la
grande ripresa.
L’estate è stanca.
In tedesco c’è una parola per la fine dell’estate che in Germania comincia in agosto:
Altweibersommer.
L’estate delle vecchie donne.
Sono quei tempi sulla soglia che nel passato hanno ispirato poeti, più o meno dotati, a quelle tipiche poesie melanconiche sulla caducità della vita.
Ma in verità, le vecchie donne sorridono.
In verità, tutto è molto diverso.

C’è una logica degli alberi e una degli uomini.
Una per ogni albero e una per ogni uomo.
Le loro storie e la loro logica interiore sono inesauribili.
Una voce dice: spiegale.
Un’altra dice: lascia stare, non spiegare nulla.
Gli uomini non si spiegano.
Lasciali vivere!

G. ha 83 anni.
E vorrebbe vivere altri 83.
Nonostante i dolori da tutte le parti, lei vuole vivere.
È sopravvissuta a un figlio, un nipote e due mariti.
In occasione di una festa appare in un vestito
bianchissimo, e una giacca gialla
e due grossi orecchini.
G. è nata per vivere.

S. vive nel suo mondo nel mondo nel mondo.
Bisogna lasciarlo stare, dormire fino tardi e
scrivere a mano su dei vecchi fogli, trovati da
qualche parte, le sue poesie criptiche.
Bisogna lasciarlo stare e volergli bene così com’è:
impacciato in questo mondo così efficace
da toglierci quasi il diritto umano di
fallire.

W. è un avvocato di successo che
a un certo punto della vita ha
scoperto di non aver saputo
chi fosse suo padre: un altro uomo,
con una storia inconfessabile.
Da allora è alla ricerca di questo
padre, morto suicida molto tempo
fa.
Ora, ha 55 anni, diventa lui stesso
padre.

H. è un uomo con una brillante
carriera universitaria. Lo incontro
una volta all’anno e ogni volta mi racconta
di una nuova donna meravigliosa. È sempre
di ottimo umore e pieno di piani futuri che
si realizzano sempre. H. gioca e vince.
È facile essere generoso per un uomo come
lui. E, infatti lo è. Volentieri invita i meno
fortunati di lui al ristorante, guarnendo lo squisito
menu di vivissimi racconti della sua vita
da film.

Verklungene Melodie è il nome di un film tedesco del 1938 che ho visto
nel cinema più antico di Berlino, l’Eva Lichtspiele, aperto nel 1913. Ogni
mercoledì pomeriggio qui danno un vecchio film: non un classico della
cinematografia, ma una di quelle pellicole fatte per il grande pubblico: film d’amore
o di avventura, prodotti commerciali in senso moderno, mirati alla distrazione, alla dimenticanza della realtà, al sogno femminile.
Per esempio un uomo come il protagonista di Verklungene Melodie, l’attore
Willy Birgel: un bel uomo con cappelli scuri, baffetti accuratamente tagliati, vestito
con discreta eleganza, sempre un fiore fresco nell’occhiello.
La trama è la sempre stessa storia di un amore tragicamente irrisolto: prima non vuole
lui, poi non può lei. Alla fine, l’addio definitivo, l’ultimo lungo bacio sotto il velo dell’elegante capello di lei − e la nave parte. Lui, l’eterno scapolo, se ne va, lei, ormai sposata con un altro e madre di un figlio, rimane.
Il grande amore, si sa, non può essere.
Nulla di nuovo sotto lo sempre stesso sole.
1938.
Leggo che questo film è stato girato nei luoghi originali: in Algeria, dove i due protagonisti s’incontrano decorativamente in una tempesta nel deserto, a Berlino, dove lui, un ricco industriale, ospita lei, una misteriosa donne senza storia, nella sua raffinatissima villa nel Grunewald, e, finalmente, a New York, dove la vita scorre senza fiato: tra grattacieli, strade affollate e gli immancabili shoeshine boys di colore, sempre ridenti tra grandi denti bianchissimi.
1938.
L’anno della Reichsprogromnacht, la cosiddetta notte dei cristalli.
Questa non-contemporaneità.
Questa insopportabile contraddizione.
È significativo che l’incontro finale dei due protagonisti non è ambientato in Germania, ma a New York.
La Germania di quegli anni non faceva più sognare, ma faceva sul serio.

Mi immagino il pubblico di questo film.
Mi immagino mia nonna, donna semplice, nata e cresciuta in un mondo minuscolo, senza via d’uscita: un paese di poveri contadini, poi una piccola città dove, all’età di 14 anni, era stata mandata a servizio.
Nel 1938, aveva 33 anni.
Era madre di tre figlie, moglie di un operario meccanico che pochi anni dopo, nel 1943, sarebbe caduto sul fronte russo.
Ha visto questo film, mia nonna che amava i bei vestiti e le canzoni d’operetta?
C’era un cinema a Lemgo?
Organizzavano proiezioni cinematografiche?
Non lo so.
Non importa.
È possibile.

Posso immaginare che l’abbia visto e che abbia sognato esattamente quel che il film suggeriva: una vita all’insegna della spensieratezza, condotta in posti eleganti dove si parlava e ci si divertiva in un certo modo.
Un mondo senza lo sporco sotto le unghie.
Senza la puzza del cavolo cotto troppo.
Senza la continua preoccupazione di come si sarebbe mai arrivati alla fine del mese.
Immagino mia nonna, grande divoratrice di romanzi harmony, seduta al cinema davanti a quelle immagini così lontane da non sembrare nemmeno vere.
La immagino sognare un poco, giusto per la durata del film, e la immagino alzarsi e tornare, senza troppi rimpianti, alla sua vita: casa, bambini, orto.
Era una donna realistica, mia nonna, che nella vita così com’è, in qualche modo,
se l’è cavata sempre.

Quella forza vitale di tutti coloro che non pensano troppo.

Quest’anno, il mio vicino di casa, un uomo grande e grosso,
rigorosamente vestito con un paio di calzonci corti e
una canottiera giallastra, ha trasformato il suo balcone
in una vera e propria piantagione di pomodori
che sotto il sole quasi mediterraneo di
questa estate 2016 sono meravigliosamente maturati.
Il loro rosso è alquanto invitante e, infatti, mi sarebbe
piaciuto assaggiarne uno, ma Herr Meister, con
la disarmante franchezza del berlinese doc mi ha fatto capire
chiaramente che non ne avrebbe ceduto nemmeno uno,
ma che li avrebbe mangiati tutti lui!

5 pensieri su “Lettera da Berlino

  1. *Potrei avere l’indirizzo postale della Redazione per inviarvi copia della mia raccolta poetica?*

    *Pasko Simone, E’ SOLO QUESTIONE DI TEMPO, Edizioni Diabasis, Parma 2016.*

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  2. Bellissima questa narrazione, essenziale ma al tempo stesso così evocativa. La sua lettura innesca l’immaginazione e apre un grande spazio non scritto in cui il lettore si sente trascinare e coinvolgere, quasi fosse chiamato a continuare la riflessione o a scrivere la propria, all’insegna della inesauribilità della scrittura.

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