ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggioESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI in Riccardo Ferrazzi, Noleggio arche, caravelle e scialuppe di salvataggio, Fusta Editore, 2016.

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di Giuseppe Panella

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«Ciò che è stato storicamente, ritorna con la morte nell’ambito della natura, e ciò che è stato naturalmente ricade infine con la morte nell’ambito della storia»

(Walter Benjamin)

Questo importante libro di Riccardo Ferrazzi non si presenta con i caratteri del classico studio accademico e paludato sul mito ma come una ricerca sul campo. L’autore esamina in dettaglio gli aspetti del problema che lo affascinano e che gli competono maggiormente e poi trae le proprie conclusioni da scrittore piuttosto che da antropologo o da etnologo (come accade di solito negli studi dedicati alla natura mitica dell’immaginario collettivo o della società umana).

La sua definizione di mito è chiara e concisa:

«Come ogni altra creazione letteraria, il mito si perfeziona quando il processo della sua creazione non è più ricostruibile e la narrazione finisce per esemplificare un aspetto dell’animo umano come se un ignoto autore l’avesse ideata a questo scopo. Ma per quanto complicata sia la genesi del mito, in una certa misura è possibile intuire come si formarono vicenda e personaggi. Ciò porta a domandare se esista un percorso ricorrente e, per così dire, canonico nella creazione dei miti. Non esiste una risposta certa. Il nucleo del mito va al di là della forma letteraria e persino al di là dei contenuti. Per ricavarne il senso bisogna prendere in considerazione le domande alle quali vuole rispondere».

E’ proprio così e Riccardo Ferrazzi va dritto al punto fin dall’esordio della sua breve narrazione sulla natura e sulla storia del mito. Se effettivamente esiste “un percorso ricorrente” nella logica e nella storia di esso, è perché il Mito come tale non esiste mentre esistono i miti e i loro sviluppi narrativi e poietici. Lo dichiara palesemente anche Furio Jesi in quell’ inquadramento generale delle tematiche relative a mito, mitologia e macchina mitologica che scrisse nel 1973 e che ha fatto scuola:

«La parola “mito” possiede oggi molteplici significati. Accingersi allo studio del mito presuppone che uno o più d’uno o tutti questi significati, separatamente o insieme, siano in rapporto con una verità oggettiva: non foss’altro che in rapporto di negazione. Tale verità oggettiva può essere il puro valore autosignificante della parola “mito”. In questo caso si avrebbero due alternative: la parola “mito”, in uno o in più d’uno o in tutti i suoi significati, separatamente o insieme, potrebbe essere: 1) un puro simbolo riposante in se stesso, che rinvia unicamente a se stesso e trova in sé la propria origine e il proprio compimento; 2) un puro flatus vocis, che non rinvia a nulla, neppure a se stesso, poiché il se stesso cui rinvia è verità in quanto non è. La verità oggettiva con cui la parola “mito” può essere in rapporto, può consistere tuttavia anche in un oggetto che gode di esistenza autonoma da quella della parola “mito”. In questo caso, lo studio “del mito” non potrebbe limitarsi ad essere studio della parola “mito” nei suoi molteplici significati, ma dovrebbe essere anche studio dell’oggetto esistente autonomamente da tale parola e tuttavia in relazione con essa: oggetto che sarebbe il mito»1.

Anche Ferrazzi si pone questo problema e lo risolve allo stesso modo in cui Jesi capovolgerà le premesse che ha esposto prima e sosterrà che non tanto dello studio del mito si tratta quando si parla di esso ma della ricostruzione di una mitologia. Sono i miti nel loro susseguersi e strutturarsi che si possono analizzare e studiare, non tanto la dimensione assoluta del mito stesso.

Per questo, il libro dello scrittore ligure si apre con l’inchiesta sul primo processo mitologico a essere stato costruito dai primi uomini e del perché di esso.

E’ assai probabile – sostiene Ferrazzi – che il primo mito dell’umanità sia stato quello del Diluvio, conseguenza della fine dell’ultima era glaciale e del grande dispiegarsi delle acque che costituiscono gli oceani sull’orbe terracqueo producendo la contemporanea liberazione di un altrettanto grande territorio fecondo e coltivabile da parte del genere umano ivi residente.

Se la prima, grande costruzione mitologica è stata la descrizione della grande alluvione cosmica che ha coperto la Terra per poi ritirarsi dopo un ragionevole lasso di tempo, sicuramente la seconda prospezione mitica più importante è quella costituita dalla rivolta contro il volere divino – non solo quella di Zeus contro il padre Crono, ma soprattutto quella di Prometeo contro la proibizione divina ad agire in favore degli uomini facendogli conoscere l’uso e l’utilità del fuoco. Prometeo è colui che ha plasmato gli uomini impastandoli dal fango e, per amore nei loro confronti, gli ha insegnato come ricavare le scintille che gli sono indispensabli per sopravvivere. Punito da Zeus che lo fa incatenare a una rupe del Caucaso (laddove era approdata l’Arca di Noè nelle pagine della Bibbia dedicate al Diluvio) e tormentato da un avvoltoio che gli rode un fegato che sempre ricresce per essere di nuovo ed eternamente mangiato, Prometeo è il primo ribelle ma – secondo Ferrazzi – il suo mito corre parallelo a quello di Adamo, punito insieme a Eva per essersi ribellato all’imperativo divino di non “mangiare il frutto del bene e del male”. Sia Adamo che Prometeo sono i personaggi principali di una rappresentazione mitica di una rivolta originaria fondata sull’illusione dell’uomo di essere autonomo rispetto al principio soprannaturale al quale si oppone e che lo sconfigge (l’altra più significativa forma di ribellione contro il volere divino è quella di Satana e dei suoi “angeli maledetti”)..

Anche il mito dell’Inferno e del Paradiso ha origini antichissime ma per una sua elaborazione più compiuta bisogna aspettare la discesa di Odisseo all’Ade nel poema a lui dedicato. Ma la descrizione più attenta del sistema di premi (per i buoni) e di punizioni (dei malvagi) presenti in un mondo sopra o sottostante a quello terreno è contenuta nel mito di Er, figlio di Arminio, un soldato della Panfilia che è morto combattendo valorosamente in battaglia e che risorge quando già i parenti stavano per dar fuoco alla sua pira funebre; la vicenda viene narrata da Platone nella Repubblica2) è molto significativa riguardo al valore euristico del mito come forma originaria e autonoma del pensiero umano.

Tutti i racconti mitici esaminati criticamente da Ferrazzi riguardano o competono alla sfera del divino (come anche le ricostruzioni riguardanti i sacrifici umani e la loro condanna morale cui l’autore dedica particolare cura e attenzione nell’analisi) ma quelli che hanno a che fare con la dimensione prettamente umana sono ovviamente la maggioranza. Il caso di Oreste che vendica l’uccisione del padre Agamennone e viene perseguitato dalle Erinni finché queste ultime non si trasformano in Eumenidi benevole che presiederanno al governo della città di Atene o quello di Antigone che seppellirà il fratello Eteocle condannato a rimanere senza tomba dal tiranno Creonte suo zio e morirà per aver obbedito a una “legge superiore” e agrammata, non scritta ma voluta per rispetto agli dei, sono significativi di un rapporto tra uomini e divinità che tiene conto dell’esigenza di autonomia degli esseri umani e, contemporaneamente, della difficoltà ad accettarne i limiti e il prezzo da pagare. Il mondo mitico dei Greci, poi traghettati a Roma e divenuti parte integrante del Pantheon delle divinità che regnavano sull’Urbe, muore (apparentemente) con l’avvento nella Città Eterna del culto di Iside e poi con il trionfo del Cristianesimo. La mitologia muore con la fine della Romanità e non viene sostituita per lunghi secoli (non a caso definiti “bui” dalla storiografia ottocentesca). I Romani che avevano integrato il patrimonio mitico della grande cultura greca con un ricco repertorio di simulacri appartenenti al loro passato non lasciano eredità sotto questo profilo. Una dimensione mitica significativa risorgerà solo con la quête del Santo Graal in cui religione cattolica e mitologia della purezza sessuale si fonderanno. Scrive utilmente Ferrazzi a questo riguardo, riassumendo secoli di riflessioni sulla coppa che Gesù usò nell’ultima cena per proclamare il sacramento dell’Eucaristia:

«Il mito del Graal mescola l’ortodossia cattolica, l’ideale cavalleresco e i sensi di colpa connessi alla sessuofobia. L’ossessione della purezza causò la repressione dell’impulso sessuale e lo scontro di Ego e SuperEgo generò addirittura un personaggio denominato con un lapsus freudiano: il roy pecheur, fifgura centrale del mito, può essere tanto un re pescatore (il Papa, successore di San Pietro) quanto un re peccatore, caduto nel peccato di concupiscenza e ferito all’inguine»3.

Amfortas, con una perenne ferita al basso ventre, può guarire soltanto se vi sarà applicata la santa reliquia della Lancia di Longino, il centurione che lo colpì al costato per accertarne la morte. Ma solo chi possiede la coppa del Graal considerata sacra e perfetta perché utilizzata da Gesù, potrà farlo. Anche Don Giovanni verrà punito per la esuberanza sessuale e le sue azioni blasfeme che lo porranno in contrapposizione frontale con l’ordine sociale considerato inamovibile e mai superabile dalle pulsioni degli individui singoli (è il senso profondo del Convitato di Pietra che lo condurrà con sé al fondo della voragine infernale). Lo stesso avverrà a Faust, creatura venuta dal Medioevo alto-tedesco ma compiutamente moderna nelle sue straordinarie metamorfosi tra Marlowe e Goethe.

Ma i miti che pur si susseguono nella Modernità dispiegata (studiati, ad esempio, da Ian Watt in un suo saggio molto bello4) non sono tanto mitizzazioni del mondo nell’ottica arcaica e primordiale con cui si presentano nelle età più antiche dell’umanità quanto costruzioni che ad essi si appoggiano e si attengono. E’ quanto Jesi, sulla scia dell’ eredità della ricerca di Karól Kerényi, enuncia nel suo già citato saggio sul mito e che denomina macchina mitologica:

«A questo punto, la scelta del sì o del no circa l’esistenza della sostanza-mito entro le pareti della macchina mitologica, nel caso migliore (cioè nell’unico caso in cui le tesi avverse siano da prendere seriamente in considerazione come elaborati d’una qualche dignità intellettuale: là dove, insomma, non si tratti di pure giustificazioni triviali di manipolazioni del mito) finisce per configurarsi in antagonismo fra neo-kantiani e neo-hegeliani, intorno alla razionalità dell’essere e del reale. Porre in questi termini il nostro problema, significa di fatto eluderne i tratti peculiari e subire con scarse difese la vera e propria ipnosi che la macchina mitologica esercita intorno a sé»5.

Sfuggire e sottoporre a critica le “manipolazioni del mito”, dunque è il compito di chi vuole decostruire la “macchina mitologica” che è emersa nella Modernità.

Nell’esaminare le ultime epifanie del suo libro, Ferrazzi abbandona la decrittazione dei miti come sostanza arcaica del pensiero umano e ne costruisce di propri lanciandosi in un’analisi molto affascinante del personaggio-Cristoforo Colombo e in altre meno lunghe ma altrettanto pertinenti di figure storiche come Napoleone Bonaparte, Giacomo Girolamo Casanova o Giuseppe Balsamo, meglio noto come conte di Cagliostro, il Gran Cofto dell’ultimo Settecento non più illuminista.

Il che vuol dire che se i miti sono duri a morire per effetto della critica razionalistica esercitata nei loro confronti, è pur vero che essi cambiano e sono soggetti a metamorfosi che li cambiano in profondità a seconda delle necessità del tempo e della storia.

Di conseguenza, ciò che è e deve risultare aión e cioè senza tempo in assoluto ha bisogno del tempo per dispiegarsi, vivere e moltiplicare la sua forza produttiva, la sua mitopoiesi.

Per questo motivo, “il Tempo si deve fermare” (Shakespeare, Enrico IV) a riflettere su se stesso e sulla sua natura di componente assoluta e transitoria insieme della vita degli uomini.

Il Mito vive delle contraddizioni presenti nel Tempo e illumina, con il fascio di luce radente della sua pienezza e bellezza, il mondo in cui è nato per spiegare ciò di cui gli uomini non riuscivano a trovare la ragione ultima e profonda: la verità sulla loro natura di esseri destinati a morire, eppure desiderosi di una prepotente eternità.


NOTE

1 Furio Jesi, Il mito, Milano, ISEDI, 1973, p. 12.

2 Su questo tema, cfr. il bel libro di Geneviève Droz, I miti platonici, trad. it. di P. Bollini, Bari, Dedalo, 1994.

3 Qui Ferrazzi segue l’interpretazione di tipo psicoanalitico cara alla Weston cui si ispirerà Thomas Stearns Eliot per il suo capolavoro, The Waste Land. Cfr. Jessie L. Weston, Indagine sul Santo Graal, trad. it. di L. Forconi Ferri, introduzione di A. Brilli, Palermo, Sellerio, 2005 (ma il titolo originale dell’opera è From Ritual to Romance).

4 Cfr. Ian Watt, Miti dell’individualismo moderno. Faust, don Chisciotte, Don Giovanni, Robinson Crusoe, trad. it. di M. Baiocchi e M. Gnoli, Roma, Donzelli, 1998.

5 Furio Jesi, Il mito cit. , p. 108.

2 pensieri su “ESTETICA DEL MITO E SCRITTURA MITOPOIETICA IN RICCARDO FERRAZZI

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