Gauguin il selvaggio

Gauguin

di Augusto Benemeglio

  1. Un maledetto meticcio

Eugène-Henri-Paul Gauguin, un maledetto meticcio, mezzo parigino e mezzo peruviano(per via di madre e in Perù peraltro visse in un certo periodo della sua vita), che prima di fare il pittore fece il redattore de “Le National”, giornale di tendenza repubblicana, e poi l’agente di cambio; lo si conosce , per fama , come un uomo di pessimo carattere : un omone molto forte fisicamente , violento , ubriacone e puttaniere. Nel film su Van Gogh degli anni cinquanta (protagonista Kirk Douglas) fu interpretato, efficacemente , come sempre, da Antony Quinn , che gli somigliava in modo incredibile ( due gocce d’acqua) , peraltro meticcio come il pittore , un messicano mezzo irlandese e anche lui piuttosto rissoso e donnaiolo.

Nel novembre del 1873, a 25 anni, conosce e sposa Mette Sophie Gad, una giovane danese di buona famiglia, alta e biondissima, una specie di dea del Walalla . Dopo i primi anni di tranquilla vita coniugale, e ben cinque figli,  i rapporti si fanno sempre più difficili, quindi la molla e se ne va a zonzo per il mondo a “pittare” , dato che gli è venuto il pallino di fare l’artista . Dopo il quinto figlio, i rapporti tra i due saranno, tranne qualche breve incontro, esclusivamente epistolari: da Parigi, da Pont-Aven, dal Pouldu, dalla Martinica, da Tahiti, Gauguin scrive montagne di lettere alla moglie e ai figli, trasferitisi a Copenaghen , dichiarando loro tutto il suo affetto , purché se ne stessero ben lungi da Parigi. Ogni tanto manda loro i quadri ( soldi zero ) , che allora non servirono neanche a pagare un pasto caldo, e così moglie e figli danesi fanno la fame più nera , mentre lui continua a fare l’artista, bere e fare sesso, e ciò va avanti fino al 1897, quando gli viene comunicato che è morta la figlia Aline, che amava più di tutti ( si fa per dire, ovviamente)…  Allora cessa del tutto i suoi rapporti epistolari e se ne va su un’isola deserta – o quasi – a morire di sifilide e di altre millanta malattie causate dal suo troppo bere, troppo drogarsi, troppo fottere.  Questa, in breve, la vita del pittore “dilettante” Gauguin, che aveva preso parte alla VI mostra degli impressionisti con otto tele e due sculture e  nessuno si era accorto di lui, tranne Joris-Karl Huysmans, (scrittore decadente da cui D’annunzio trarrà molto materiale per le sue opere ),  che era rimasto molto  favorevolmente impressionato dalla tela “Nudo di donna che cuce”.

  1. Lo scontro con Van Gogh

Incoraggiato dallo scrittore, Paul abbandona gli affari (era impiegato di banca) e si dedica completamente all’arte. Nel novembre 1888 lo troviamo ad Arles con Vincent Van Gogh. “Qui il clima è rigido, – scrive ad un amico – ma in compenso si vedono delle gran belle cose. Ieri sera, per esempio, un tramonto di un pallido  misterioso giallo limone, di straordinaria bellezza… E poi ci sono tante belle ragazze . Starei bene, se non dovessi dividere la stanza con quel mattoide dell’olandese, che non fa altro che rompermi le balle con le sue esaltazioni e i suoi deliri. Roba da manicomio, ti dico”.  

E infatti vi rimane appena due mesi, litigando una sera sì e l’ altra pure con Van Gogh  fino a  quando il povero  Vincent , esasperato,  si taglia un orecchio e Gauguin – spaventato, e forse con un vago senso di colpa – torna precipitosamente a Parigi, dove dipinge paesaggi autunnali dalle lunghe pennellate rosse, rivelando qualche fuggevole influsso proprio della pittura di Van Gogh, cosa che lui ha ovviamente sempre negato.

“Io dipingo con l’immaginazione, mi stacco dal vero”, disse, e fece nascere, in quei mesi , nel giardino dell’ospedale di Arles ( dove sarà poi ricoverato Van Gogh),  un corteo di donne avvolte nel nero, che spiccano dietro uno steccato rosso, con alle spalle i gialli coni di paglia che proteggono gli alberi dal freddo e un azzurro specchio d’acqua: quasi un  fregio antico .

“Le donne del luogo – scrive a Bernard – con la loro acconciatura elegante, una bellezza di tipo greco, gli scialli drappeggiati come nelle opere dei primitivi, ricordano certi fregi greci”.

Dopodiché s’immerge nella lettura di Baudelaire , e nell’oppio , e da queste immersioni nasce una pittura tutta particolare , di un colore puro, uniforme, e con un disegno che dà alla composizione un senso decorativo.  

3. I Caraibi

Va nei Caraibi, dove soggiorna per quattro mesi, e scrive alla disgraziata moglie: “Quello che voglio anzitutto è fuggire da Parigi, un vero deserto per chi è povero. Vado a Panama per vivere da selvaggio. Conosco, a una lega da Panama, un’isoletta (Taboga) nel Pacifico, è quasi disabitata, libera e fertile. Porto colori e pennelli e mi ritemprerò lontano da tutti”.

L’esotico gli fa arricchire il colore dei suoi dipinti che diviene più intenso e più puro, amplia la sua visione e gli suggerisce una linea più sottile e decisa. E le scopate con le indigene non si contano più, vanno bene tutte le donne, dai nove anni e mezzo ( inizio della pubertà) fino ai trenta, che per loro è quasi la senilità. Gauguin è finalmente soddisfatto dei suoi quadri, della Martinica e della “potta” locale, ma i collezionisti e i critici la pensano diversamente . E quando le opere vengono esposte a Parigi nel 1888 sono sconcertati dalla novità dell’opera di Gauguin; si lamentano con lui. “Ma che cazzo hai fatto, Paul, – gli dice l’amico Bernard, – come t’è venuto in mente di fare queste boiate pazzesche “.

Era forse un’arte troppo innovativa.  Ma ecco che il divo Mallarmé, il padre del simbolismo, della poesia pura,  rimette le cose a posto. Gli va incontro e gli dice : bravo! , bravo! , Gauguin, come te non ci sta “nisciuno”, tu sei avanti anni luce rispetto agli altri. Bravo! Bravo! E da quel momento si sviluppò una stima reciproca fra i due artisti: “È straordinario che si possa mettere tanto mistero in tanto fulgore in una tela!”, affermò Stéphane Mallarmé a proposito dei quadri tahitiani di Gauguin. Questi, a sua volta, grato e ammirato, donò al poeta un’acquaforte: è lo splendido “Ritratto di Mallarmé”, che si staglia su un fondo di tenebre da cui emerge un inquietante corvo, allusione alla magnifica traduzione che il poeta francese aveva fatto del celebre testo di Poe.

 

  1. Tahiti

Nel 1891 si imbarca un’altra volta per Tahiti, anche se ufficialmente parte come incaricato del Ministero dell’Educazione e delle Belle Arti; in realtà egli va alla ricerca del “paradiso perduto” dove impiantare l'”atelier dei Tropici”, sogno e ossessione che lo incalza da anni.  “Parto per starmene tranquillo, libero dalla civiltà. Voglio fare dell’arte semplice, molto semplice; per questo ho bisogno di ritrovare le mie forze a contatto con la natura ancora vergine, di vedere solo selvaggi e vivere la loro vita, senz’altra preoccupazione che tradurre con la semplicità di un bambino le fantasie della mente con gli unici mezzi veri ed efficaci: quelli dell’arte primitiva”.

Ma a Tahiti – more solito – è assillato da problemi economici tanto che scrive agli amici in Francia chiedendo “piccioli” , e,  al limite,  il biglietto per essere rimpatriato. Glielo procurano,  e nel giugno 1893 ritorna a Parigi con una serie di dipinti e alcune sculture che lui stesso definisce “ultraselvagge”.

Nel 1895 ritorna a Tahiti per morire. E’ malatissimo. C’ha l’ulcera alle gambe, la sifilide, la debolezza cardiaca e un’infezione agli occhi; l’abuso di alcool e di morfina lo costringono a lunghe e ripetute degenze all’ospedale di Papeete. Il suo stato fisico e mentale si degrada rapidamente; la notizia della morte della figlia Aline, che lo raggiunge nel pieno di una crisi depressiva, lo spinge nel 1898 a tentare il suicidio.  Dal 1900 l’ispirazione sembra essersi esaurita. Perciò decide di abbandonare Tahiti per Hiva Oa, nelle Isole Marchesi: “Credo che lì l’elemento completamente selvaggio, la totale solitudine, mi daranno prima di morire un ultimo fuoco d’entusiasmo che ringiovanirà la mia immaginazione e che rappresenterà la conclusione del mio talento. E veramente, nei due anni che ancora visse, Gauguin dipinse a Hiva Oa i suoi ultimi capolavori.

Muore l’8 maggio 1903, probabilmente di crisi cardiaca; il suo amico indigeno Tioko fece circondare il suo corpo di fiori e lo cosparse di olio profumato. Mentre il vescovo Martin ordinò di distruggere tutte le tele che riteneva oscene o profane, e ordinò funerali religiosi.

“Nei dipinti realizzati a Tahiti, carnale e spirituale si fondono dando vita a un erotismo unico nel suo genere, discreto e onirico, distante eppure contagiato da alcuni elementi europei. Lo spettatore, insieme all’artista, ha modo di immergersi in un paradiso lontano e, per un istante, dimenticare almeno in apparenza le regole e i canoni di bellezza occidentali per ammirare una sensualità primitiva e assolutamente perfetta nella sua fusione con il contesto naturale”.

 

Ma in realtà chi è Gauguin?, chiesero alcuni giornalisti al gallerista parigino, amico suo, mentre illustrava le sue opere.

“È il selvaggio che odia una civiltà fastidiosa, una specie di Titano che, geloso del Creatore, nei momenti di ozio forgia una piccola creatura tutta sua, il bimbo che smonta i giocattoli per ricostruirsene altri, colui che rinnega e sfida, preferendo vedere il cielo rosso piuttosto che blu come tutti gli altri”.

 

Roma, 23 agosto 2016

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