CRESTOMAZIA (novità): Vincenzo Frungillo, “Le pause della serie evolutiva”

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutivaTrascrivo qui alcune poesie da Le pause della serie evolutiva di Vincenzo Frungillo, da poco uscito per Oèdipus nella nuova collana Croma k a cura di Ivan Schiavone. (f.s.)

***

da Terre straniere

6

Veglio sui campi lasciati a maggese,
c’è chi dice che i frutti verranno dal cielo,
che i semi di tutti, appena dischiusi,
torneranno ad esser distrutti,

che non esiste un solo virgulto,
che non abbandoni il suo velo.
Ma io veglio sui campi lasciati a maggese,
sui corsetti di giovani donne,

sulla magra speranza della notte.
E vedo i cani annusare lungo i bordi,
mi chiedo cosa cerchino le loro bocche,

se siano richiami di forze nascoste.
Mi ritrovo al confine del tempo,
che a volte dimentico, a volte rinnovo.

(p. 24)

10

Ora vivo dove riposano gli elefanti.
Lì, dietro le ciminiere, tra le balle di ferro,
puoi trovare il loro cimitero;
hanno la gabbia toracica ancora gonfia nel fiato.

Ci sono carrelli che salgono piano,
portano carbon fossile al cielo,
dal loro odore si sente quant’è nero.
Un operaio mi viene incontro, mi stringe la mano,

dice che è caduto lavorando–
i fantasmi hanno le dita molli del dubbio
come di chi saluta senza volerlo–

lui di questo posto è il guardiano,
controlla che nessuno tocchi l’avorio,
dice che adesso solo io posso vederlo.

(p.28)

da La sparizione

1

La curva della costa è perfetta solo ora
che si ritira la massa d’acqua,
il vertice naturale della distruzione.
Tu, forse, ne hai avuto notizia,

osservando l’opalescenza dei sassi sulla battigia,
quella rivelazione è stata la prima.
Poi c’è stato il tentativo manierista
di racchiudere la forza nella vasca d’una piscina.

Hai opposto la vita troppo esposta
alla causa sommessa del vuoto,
pressione contro pressione,

o l’idea e la sua dispersione.
Tutto questo dall’infanzia ad ora,
tutto questo come sua forma.

(p. 33)

da Il porto di Baia

2

Qui non serve prendere parola,
non serve lo sguardo frontale,
la postura verticale del primate
devi solo andare tra le pozze,

saltare le buche, fare attenzione,
ragionare con la mente bipolare,
il fremito della corsa o il piglio
delicato della comprensione.

Qui tutto si riduce all’elementare,
il carapace riverso sulla rena,
la carcassa decomposta della bestia,

la vitrea sostanza della retina.
Ciò che conta è la spiaggia

e la lunga, secolare, distesa di terra.

(p.40)

da Lucrezio

[…]

questo tessuto di pergamena
traduce il canto delle cicale
dall’incavo delle loro larve,
quando ai piedi degli ulivi
tutto diventa pace: la morte
è lì presente, ma il frinire
delle loro ali già riprende.
Sapersi mutazione costante
oltre la divisione delle caste,
anche se il mondo,
orfano del sublime,
vede ogni cosa senza la sua fine

[…]

(p.48)

da Epaminonda

Rientro nella faglia animale.
Una mosca che annaspa sul vetro
porta in grembo il frutto del suo parto.
Se ne schiaccio il corpo,
si spandono, strisciando,
come fossero molluschi di scoglio,
senza guscio, cassa, riparo,
le sue larve sul pavimento.

Mi aggrappo a questo e scopro
che è scissa la faglia in cui m’innesco.
Produce larve ciò che tocco,
solo se sto fermo imputridisce il mondo.
Ogni oggetto o animale è una costante
col suo fattore esponenziale.

Questa sedia, ecco questa sedia,
è la sua immagine
ma è anche “la mia sedia”,
che uso quando siedo
per annotare i versi
che ora sto scrivendo,
ma rientra nel suo mistero,
solo se la penso nell’insieme
della sua astrazione
e del suo esser mezzo.
Allora si rinnova la sua funzione,
mentre ringiovanisce la mia morte,
e la mosca che schiaccio
è già in sé tutte le sue larve.

(p.71)

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva, Croma k 2, Oèdipus Edizioni 2016.

[retroguardia@libero.it]

 

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