LA POESIA ITALIANA FRA SALOTTO ED OPEN MIC – tentativo di veduta panoramica

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di Max Ponte

Negli ultimi anni abbiamo perso tantissimo tempo a leggere trafiletti apocalittici che annunciavano regolarmente la morte della poesia. La poesia italiana è vivissima, tutti isolati nei loro piccoli gruppi provinciali i poeti continuano ad ignorarsi, evitando scrupolosamente di leggersi l’un l’altro e badando strettamente al proprio orticello.
Come mai questo miracolo della poesia possa rimanere ancora in piedi è un grande mistero, ma lo stesso mistero è quello che avvolge il successo di molte espressioni del genio italiano. Dalla moda all’artigianato, uno per uno tutti per se stessi. Il genio cantato da Marinetti non si è spento, ma certamente non è un continuo brillare di stoviglie. La poesia italiana sopravvive, anche dove manca il talento e/o la maturità dello scrittore, grazie alla fortuna di una lingua piena di grazia, piovuta dai cieli danteschi e rimasta immobile per secoli, “pura” e altamente musicale, con accenti mobili come tasti d’uno strumento nelle mani e nella voce del poeta.
La poesia italiana, a differenza di quella francese, non è stata derubricata a questione meramente culturale, resiste al consumo colto condannato da Zygmunt Bauman, e varia tra la condizione del salotto-élite all’apertura orizzontale rivolta a tutti i poeti di buona volontà. Per cui potrete trovare la lista dei poeti “laureati” emanata da Pordenonelegge oppure la lista dei poeti sconosciuti di una città italiana che partecipano ad un poetry slam o un open mic (cioè una lettura aperta a tutti dove basta presentarsi davanti al microfono). Il tutto in un magma di blog letterari piuttosto seguiti, profili FB poetanti, riviste del tempo che fu, case editrici di poesia a pagamento e non, poeti performativi anche promettenti (ma non si capisce cosa), cabarettisti dell’ultim’ora, premi letterari, nani da giardino, ballerine e quaquaraquà.
Scomparsi i maestri la poesia italiana resiste e cerca ogni giorno la sua identità. I libri di poesia non si vendono nell’immediato e son schifati dalle librerie, tuttavia hanno un piccolo mercato che passa attraverso le presentazioni, gli spettacoli e la rete. Un libro di poesie poi, a differenza di un romanzo, può restare sul mercato per anni. Così la poesia fa del margine la sua condizione di esistenza.
L’assenza di scambi di denaro degni di nota non deve però farci pensare ad un piccolo paradiso dell’anti-utilitarismo. La lotta per gli spazi, le pubblicazioni, le partecipazioni, la “visibilità”, i rimborsi, gli incarichi, i festival, tutto questo può essere motivo di confronti, anche aspri, senza pietà.
Sempre più importante, oltre alla dimensione del libro, diventa la capacità del poeta di saper dire e performare i propri versi animando la scena. Una piccola rivincita degli estremi: i cantori in rima regionali da un lato, e gli sperimentatori di avanguardie e neoavanguardie dall’altro. La poesia ritorna così alla sua vera natura che è quella orale e quella “totale” di cui parlava Adriano Spatola. Paul Zumthor nel 1983 con il suo testo “Introduction à la poésie orale” lo ribadisce, ricordandoci che la scrittura più che evoluzione è decadenza della natura vocale e corporea del poetare. Per cui i poeti che oggi si muovono da un locale all’altro e da una città all’altra per declamare e performare le loro poesie o partecipare a gare, non son novità ma antichità. Si narra infatti dell’Agone fra Esiodo e Omero svoltosi a Calcide nell’Eubea nell’VIII secolo a. c. Non sappiamo se si tratti di una vicenda realmente accaduta, in ogni caso migliaia di anni fa i poeti si muovevano sul territorio e si sfidavano.
La poesia di oggi sembra seguire un moto circolare, sfuggendo a dinamiche proprie della contemporaneità e dell’era post-umana. La rete è certamente importante per la diffusione della poesia, ma il fine ultimo è il contatto diretto con l’autore, la presenza del poeta hic et nunc e la mano del lettore su un libro in pura cellulosa.

6 pensieri su “LA POESIA ITALIANA FRA SALOTTO ED OPEN MIC – tentativo di veduta panoramica

  1. Mi pare a dir poco grossolano suddividere le “liste” (neanche fossimo in campagna elettorale) di poeti tra il laureato di Pordenonelegge e il pop-punk-underground mitizzato dei Poetry Slam, con una malcelata predilezione per quest’ultima frangia. Tralasciando l’indicibile verità che non servono luoghi istituzionalizzati alla manifestazione dell’undeground per trovare effettivamente elementi undeground non allineati con la cultura dominante, per cui non è vero che le “liste di poeti sconosciuti” si scovano unicamente nei poetry slam (esattamente come non serve andare in un garage dismesso per trovare una band punk), Pordenonelegge, come molte altre realtà, offre un ottimo servizio alla poesia contemporanea under 40, offrendo spazio e visibilità a molti autori che altrimenti rimarrebbero sconosciuti di fronte alla mole di coloro che qui vengono chiamati “i maestri”. Il discorso del laureato non regge, sotto ogni punto di vista. Laureati da chi? E per quale motivo? E come?
    Oltre a ciò, mi pare anche un po’ naif l’affermazione finale. Perché il fine ultimo (e dunque l’espressione del miglior rapporto possibile tra poeta e lettore) dovrebbe essere nella cellulosa? Cosa dà la carta di tanto esclusivo e qualitativamente maggiore alla fruizione della poesia?

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  2. Temo di non aver afferrato l’ultimo commento firmato “ipeoti…” ma usare un nome attendibile? C’è molta baruffa nell’aria. Le liste esistono eccome, emanate o autoproclamate, proprio come in politica. il termine “laureati” era relativo alla patente di “poeta” data dal pessimo censimento di Pordenonelegge. Per il resto lungi da me lodar l’underground. Anche lo slam va superato. Infine il discorso della carta come supporto ultimo è indiscutibile: c’è qualcuno che riesce a vender ebook di poesia?

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  3. Perché il nostro nome (identificativo dell’omonimo blog – basta cercare -) non sarebbe attendibile?
    In ogni caso, continuo a non vedere queste liste. Se intendi (possiamo darci del tu?) il censimento di poeti under 40, non vedo proprio cosa ci sia di male: in fondo non è per nulla diverso dal talent scouting che mette in atto da anni Guglielmin su Blanc. Sul “pessimo” ci sarebbe da discutere: non sempre i poeti presentati sono all’altezza, ma sfido a definire “pessimo” un censimento in cui figurano poeti come (molti dei quali finiti anche su questo blog) Agrati, Rosco, Bernini, Sinicco, Frungillo, Corsi, Di Dio, Bertini, Galimberti, Cupani, Nacci, Bini, Carlucci, Bernasconi, Fratus…
    Per il discorso del supporto: se confondiamo la qualità della poesia e la fruizione della stessa con la sua rendita commerciale, allora non c’è veramente speranza. Io ho parlato di fruizione della poesia, non di vendita; ho chiesto cosa la carta possa aggiungere al rapporto lettore-opera, rispetto a un altro supporto. Se si rimane nel discorso editoriale è ovvio che per ora la carta venda più di ogni altro supporto, perché la maniera culturale è ancora quella. Tra qualche decennio magari la tendenza sarà invertita, come dimostrano gli studi sui media: vende molto di più l’informazione online che quella cartacea, in termini numerici.
    Tutt’altro che indiscutibile.

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  4. Pingback: Le gare poetiche che vengono dall’antichità – L'Angelico Certame

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