Massimo Paperini, Le cene inutili

di
Roberto Plevano
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È una nascita modesta quella che avviene “il 2 luglio 1881 nella sala piccola del ristorante”. L’evento nel locale quel giorno fu il piatto della matelote de la Marna (zuppa di anguille e luccio in vino rosso), e il venire al mondo di Guglielmo Testa, protagonista del primo romanzo di Massimo Paperini, Le cene inutili, Neri Pozza, ricevette appena un frettoloso bacio del padre, chef del ristorante, e soltanto dopo la portata finale.

Bisogna subito dire che Le cene inutili non è un libro che segua la facile moda degli argomenti culinari, imbastiti magari con il filo di un’esile narrazione. No: è un libro capace di stimolare una meditazione sulla maledetta storia del Novecento, dal particolare punto di vista di un cuoco pieno di talento votato alla sua arte.

È una storia di sradicamenti, di speranze, di tenace resistenza alla sorte avversa, infine di rovina. Ma proprio nella sconfitta si misura quella indefinibile dote che è l’umanità, la capacità di stare al mondo. E la sconfitta di Guglielmo, comprendiamo, è il suicidio dell’Europa stessa. L’Europa, frutto di contrasti, terre fertili e lavoro sapiente, è presente nei prodotti che Guglielmo lavora in cucina. Con la varia provenienza geografica dei generi alimentari, Paperini ci dice che l’Europa è un panorama fragile di ambienti e popoli, che sarebbe stato meglio affidare a uomini umili e laboriosi, non a tronfi generali e cinici e criminali distruttori spacciati per uomini di stato.

Il romanzo segue il protagonista dalla nascita: il suo diventare uomo nell’Italia di fine secolo, i riscontri del suo lavoro straordinario e le prime contrarietà, fino alla beffa con cui la grande storia entra nella sua vita, l’assassinio di Umberto I e l’occasione mancata di farsi notare al banchetto regale. Anche l’amore dispensa presto le sue delusioni. Così Guglielmo emigra a Liegi, dove riesce a farsi un nome, e a ricostruire un affetto, quando l’agosto 1914 getta la sua vita, e tutte le nazioni, nel conflitto: “sarebbero dovuti passare i primi ardori prima che la verità si presentasse in tutto il suo orrore”, “la bella morte, la morte pulita sarebbe scomparsa ben presto dall’immaginario collettivo, per lasciare spazio a quella laida, scomposta, assurda, vera”. Il ristorante, tirato su con tanti sacrifici, distrutto dalle prime bombe della guerra: “Rimasero lì a lavorare fino a notte inoltrata nel tentativo di disseppellire i morti, per poi seppellirli di nuovo, ma con ordine e regola, come all’uomo piace. Poi, sfiniti, videro arrivare i responsabili di tanto disastro, i nuovi padroni.”

Dal centro d’Europa, Berlino, Guglielmo assisterà agli avvenimenti e alle tragedie che hanno toccato tutti, tra sgomenti e rare pause di serenità: la fine della Germania guglielmina, l’armistizio, Weimar, l’avvento del regime nazista, fino alla catastrofe della resa tedesca del 1945, quando non rimase più niente da distruggere.

Paperini dipinge il succedersi di fatti militari e politici senza allontanarsi da dispense e cucine. Così, i primi pasti preparati da un Guglielmo prigioniero per i tedeschi invasori del Belgio impiegano prodotti di requisizioni e ruberie: suini, buoi, selvaggina, pesce arrivati alle mense ufficiali valgono più di lunghe descrizioni della sistematica spoliazione del paese aggredito. Guglielmo si rassegna a servire gli aggressori, senza venire meno alla sua arte: “viaggiavo tra zuppe fredde al pomodoro, risi ai tre modi e piccole insalate di astice e ostriche; e i vini, rigorosamente raffinati, si centellinavano. Nessuno della famiglia faceva più la pennichella, dopo pranzo, le figlie del generale avevavano riacquistato l’appetito e le riflessioni dei tre militari intorno al tavolo sotto il pergolato risultavano meno dispersive e più razionali, fatto questo di cui mi rammaricavo non poco.”

I poveri pasti degli anni del dopoguerra tedesco riflettono invece la penuria e la fame. Paperini ha costruito il suo romanzo partendo da una solida documentazione sulla storia sociale, sulla storia del costume e dei modi di vita nell’Europa tra le due guerre. Quello che passa nelle cucine ha l’immenso valore emblematico del particolare da cui si ricostruisce, e si può finalmente comprendere, uno scenario storico.

A Berlino la prigionia di Guglielmo continua, in un certo senso, in forma di servizio presso la famiglia di un generale, incarnazione del militarismo prussiano. Costui, frustrato e depresso nella Germania del primo dopoguerra, vive nel rimpianto di un impossibile riscatto, mentre intorno a lui le vestigia dell’autorità crollano e cresce la nuda violenza nelle strade. La dialettica dei personaggi procede fino a un paradossale inversione di ruoli, per cui al collasso familiare e pubblico resiste soltanto il cuoco, colui che ha la responsabilità diretta delle necessità materiali dell’esistenza.

Guglielmo non è un eroe, come (quasi) tutti viene a patti con un principio di realtà che richiede compromessi, servilismi, omertà, connivenze. È un anti-eroe che deve sopravvivere in un mondo di dilemmi morali, che non gli mette davanti esseri umani migliori di lui. Vissuto nel secolo maledetto, nemmeno la sua arte offre una redenzione: il titolo del romanzo, Le cene inutili, riflette la sconfortante presa d’atto che nella bufera della storia tutti siamo destinati al cumulo di macerie, non importa quanta dedizione, abilità, passione abbiamo dedicato alle cose che amiamo. Soltanto qualcosa si salva, una traccia rimane: è, dice Guglielmo, “il quaderno di pelle d’agnello di mio padre”, un cimelio gelosamente custodito che contiene il lascito di ricette paterne, da cui dipende la sua salvezza.

Paperini non sfrutta la facile trovata di un finale agrodolce. Tuttavia, non è questo un libro dai toni cupi, anzi, è divertente, nel senso etimologico del termine, capare di volgere a sé l’attenzione del lettore e trattenerla fino all’ultima pagina, senza concessione a sentimentalismi.

Paperini ha una storia da raccontare, e ce la consegna con grande piacere di raccontare, con la competenza e il rigore che il suo protagonista mostra nelle sue creazioni culinarie, congegnando un preciso meccanismo narrativo. Pur essendo un esordiente, Paperini ha piena padronanza degli attrezzi di lavoro dello scrittore: il romanzo è scritto benissimo, con una prosa tersa e diretta. Libri come Le cene inutili fanno capire che la narrativa in Italia gode di buona salute, che tante discussioni sulla disaffezione alla lettura dei giovani forse potrebbero concentrarsi sull’offerta editoriale, che stenta a trovare facilmente formule che arrivino direttamente a tutti i potenziali lettori. Paperini scrive per farsi leggere da tutti, in modo onesto e grande rispetto per il lettore e la sua intelligenza. E poi ci mette il suo talento vero di narratore.

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