Daniele Pietrini, Il fortino dell’invisibile

Daniele
Ripubblico le mie considerazioni sulle poesie di Daniele, che ci ha lasciato prematuramente in questi giorni. Possa la bellezza dell’arte renderlo presente in mezzo a noi.

***

Caro Daniele,
grazie per Il fortino dell’invisibile, la conferma di un’arte capace di coniugare parola, immagine e anima, oltre che musica: quella matura, e mai scontata, dei tuoi versi. Per me, uomo di fede, è un piacere soffermarmi sugli echi multipli che le pagine fanno risuonare. Come vetrate di antiche e nuove cattedrali, incorniciano scene, percorsi, labirinti su cui quotidianamente si posa il mio sguardo di prete e letterato.
Ma la vetrata, forse, non è il simbolo giusto: l’addensarsi di colori, odori, suoni, non può essere incistato in una sottile superficie statica di vetro o di alabastro. La tua poesia è tridimensionale, come certi altorilievi in cui la vita sembra scorrere, pur nelle forme immobili del marmo, del bronzo, della pietra. “Siamo in bilico tra cielo e terra”, scrivi: ma anche tra i piani intrecciati dei sensi, delle idee, delle energie. Novello Francesco – cui dedichi una parte del libro -, sai che le decisioni sono prese dalle piante, dalle caverne, dai ruscelli: dal mondo sommerso che ogni tanto fa arrivare un segno, un barbaglio, perché – come scriveva Jung – l’inconscio desidera ardentemente vedere la luce. È un incrociarsi di sguardi, un comprendere che l’uomo non è mai a una dimensione, come vorrebbe far credere la società degli oggetti e delle merci. “La pittura opera il miracolo”, ma anche la parola che ne assimila contorni, effetti, sfumature. Nello stesso tempo, conta la scarnificazione, la capacità di sottrarre e di sottrarsi, ritrovandosi al centro del silenzio, il luogo ermeneutico per eccellenza: “Ogni creatura che fissa il deserto/ vi si informa, cresce solidale -/ poi decifra il mondo per gli altri”. Solo così il pellegrino può misurarsi con la sfida della lontananza, trascendendosi nell’atto stesso del cammino: “So essere più grande della strada mancante”; solo così l’approdo si svela e trasfigura in una nuova e più esaltante partenza: “Finita è la corsa, trasmesso il messaggio,/ ora un’altra ascesa”.

***

La probatica piscina

Nessuno ha mai visto l’angelo.
Di lui parlano le scritture,
dicono che le acque si sono già aperte.
Per continuare a credere nei miracoli,
evito di guardare i miei simili,
fisso lo sguardo sull’acqua.
In cima alla collina, da anni
uno scriba annota i nostri moti,
dice che quando ci raccogliamo a gruppi di due o tre,
l’acqua ne risente: si gonfia, cala, muta colore.
E forse anche noi assomigliamo a sabbia,
gli anni a bordo vasca ci hanno molato.
Pazienti spie della piscina,
rifletteremmo cielo e nubi.
Ecco cosa attira tanti pittori:
l’acqua che si deve piegare sotto un angelo,
noi che viviamo per le sue ombre,
la forza guaritrice d’una vibrazione.
Siamo in bilico tra cielo e terra,
desideriamo l’aria nell’acqua,
Dio che scende nell’uomo.

Dipingo moti oceanici, correnti d’aria,
il flusso degli astri sulla mente.
Tutti, almeno una volta,
hanno visto lo spirito aleggiare sulle acque:
il gesto che dispone mondi,
allinea pianeti.
La guarigione che accade.
Nel mio quadro
non ci sono cieli che si squarciano:
la crepa si apre in mezzo alla gente,
il brivido percorre la loro schiena.
Io descrivo realtà quotidiane,
uomini di tutti i giorni.
Esattamente un cielo come sempre,
persone malate,
vaste pianure di silenzio.
E tra tutto ciò, una presenza divina.
Compito di pittore
è metterla sotto gli occhi di tutti.

***

L’Annunciata

Affacciata sul mondo da una finestra.
Il segreto è che sono una testimone:
né dentro né fuori – ovunque.
Una mano tesa all’esterno,
l’altra che chiude l’abito.
In realtà, nasco da un punto oltre me
– o forse sono solo
uno dei piatti d’una bilancia invisibile.
La veste inviolata
è ciò che mi dona ricchezza:
divento giardino cintato,
torre d’avorio.
Qualcosa è successo fuori di me,
e qualcosa succede sempre dentro di me.
Vivo nell’aria e da lì mi guardo.
Per questo voi, nello stesso punto
– ben dentro il vostro guscio –
mi siete avvinti.

scendono i raggi, la terra si ritira.
Come tutto ciò passa su un viso,
lo sfilarsi del peso umano dal basso verso l’alto.
In questa tavola
gli eventi d’una vita s’allineano verso un punto,
acquistano senso.
È l’attimo in cui un’esistenza
si riconosce unita a uno scopo,
dentro un disegno maggiore.
Altri parlano di discesa d’un angelo:
ogni cosa esposta alla luce,
portata a maturazione.
Io non dipingo
Dio in terra o nunzi celesti,
ma una donna in Dio.

***

Il ratto di Ganimede

I passeggeri di carrozze
fanno l’effetto di gente senza destino, asservita.
Dalla strada vedi una successione di volti,
varianti d’una posa.
Il busto poco girato, gli occhi senza attrito.
Nessuno s’allunga
oltre la meccanica sedimentazione d’infanzia,
giovinezza, vecchiaia.

Vorrei dire all’aquila:
“Non impoverirmi,
lasciami trovare il cielo da solo,
passo dopo passo.
Se devo portare doni,
sia per la strada da me aperta”.

Eppure volo dentro al volo.
Chi mi prende alle spalle non può contenermi,
impossibile è rapirmi.
Il blu succede al rosso,
poi il bianco.
Sento dire “Bentornato”.

Immagino la mia ascesa.
I passeggeri di carrozze
fanno l’effetto di gente senza destino, asservita.
Dalla strada vedi una successione di volti,
varianti d’una posa.
Il busto poco girato, gli occhi senza attrito.
Nessuno s’allunga
oltre la meccanica sedimentazione d’infanzia,
giovinezza, vecchiaia.

Vorrei dire all’aquila:
“Non impoverirmi,
lasciami trovare il cielo da solo,
passo dopo passo.
Se devo portare doni,
sia per la strada da me aperta”.

Eppure volo dentro al volo.
Chi mi prende alle spalle non può contenermi,
impossibile è rapirmi.
Il blu succede al rosso,
poi il bianco.
Sento dire “Bentornato”.

Di certo graffi, segni di lotta.
In basso la terra, richiamo ipnotico.
Rosso il cielo, minaccia e promessa.
Un animale scenderà, farà tutto
senza guardarmi.
Giorno e notte, dolore e piacere,
pensieri zavorrano l’aria.
L’occhio d’un predatore apre il varco.
Guardate questo quadro –
a ogni istante l’occhio s’addormenta,
siamo l’assedio di noi stessi.
Poi un dio, un colpo alle spalle.
Energia da contrastare con altrettanta energia.
Stiamo pronti.

***

La liberazione di San Pietro

Lo so,
la grata è sempre uguale,
i quadrati non cambiano.
Ripeti gli stessi schemi,
la vita un perimetro immutabile.
L’armatura è solo per rifletterti rigido,
a spigoli acuti.
Nessun’altra scelta che il sonno,
sia te sia i carcerieri.
Ma guarda
– un tocco nei punti giusti,
e superi le linee parallele.
Tu hai solo dimenticato.
Memorizza i varchi,
le colature sottili.
Guarda bene il sonno degli altri.
La prossima volta sarai solo.

***

Le decisioni della nostra vita
sono state prese dalle piante,
i ruscelli, le caverne. Creando
un monastero, istituendo ordini –
abbiamo solo obbedito. E all’Urbe
arriveremo seguendo altre piante,
differenti segni nella natura.
Una lunga scia di sensazioni,
la nostra vita. Guardate che luce
in un prato – non sentite anche voi:
“Dio sta investendo su di me”?
Da qui, negli uomini futuri,
istilleremo percezioni: boschi,
prati e caverne, a rischiararli.
Che cosa altro è il camminare
se non un ritrarsi pieno di grazia,
una gamba che cede il posto all’altra?
Chi va di fretta assassina il suolo –
voi, siate dei seminatori.

***

Gli uomini seduti intorno a me,
silenziosi, assorti, stanno pregando:
dicono che l’attimo dell’arrivo
non è più grande di quelli del viaggio,
non c’è nulla da aggiungere al sostegno,
i vetri con le réclame, gli adesivi –
da ovunque si trae completezza,
ogni cosa chiude una collana.
Gli occhi sono schermi ove passa un film:
fermo al centro di un bus te ne accorgi,
se osservi le corse dentro i vetri.
È straordinario muoversi da fermi,
sentire che il mondo ti sta portando,
anzi scorre su di te, e tu partecipi –
pure sei fuori – sei dentro.

***

Il corridore di Maratona

Sono felice,
i sensi distesi sul piano,
il verde i fiumi il cielo
le mie spinte,
ad Atene trasmetterò tutto
– paesaggi ascese cadute,
già dissemino le parole affidate,
il mio messaggio non è un compito
– un regalo,
la campagna mi giunge incontro,
foglie e insetti.

Ricordo l’inizio della corsa:
case involate nell’azzurro,
cristalli e polvere,
la vita ricominciava altrove,
dieci cento metri più in là,
distintamente vedevo il giorno frangersi,
le ore ricomporsi in nuova forma,
innumeri destini battere col mio
al fondo del viaggio.

Ora corro senza sosta,
avvicino le stelle alla loro meta,
con segno chiaro
le spighe approvano il viaggio
– Riavvolgo
lo scorrere della terra sotto di me,
so essere più grande della strada mancante,
tutto è già percorso,
ogni falcata un abbraccio.

C’è realtà alla fine,
i respiri un solo grande fiato,
prende nuova forma Atene,
esce dalla campagna,
portici e tende, tori,
la destinazione in ogni passo,
giungo al destino di ogni uomo:
ripetere
– finita è la corsa, trasmesso il messaggio,
ora un’altra ascesa.

***

Daniele Pietrini, Il fortino dell’invisibile, Fermenti 2013

9 pensieri su “Daniele Pietrini, Il fortino dell’invisibile

  1. “la destinazione in ogni passo” .

    Voglio ringraziare l’autore per aver voluto condividere questo versi preziosi per una più profonda comprensione del cammino della vita.
    Quel passo da seminatore crede,spera ed ama e noi con lui.

    Ancora grazie a Daniele Pietrini e a Don Fabrizio per questo dono.

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  2. Che cosa altro è il camminare
    se non un ritrarsi pieno di grazia,
    una gamba che cede il posto all’altra?
    Chi va di fretta assassina il suolo

    Lentamente, non sprechiamo la bellezza di non essere soli.

    Grazie Daniele e Don Fabrizio!

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  3. – Riavvolgo
    lo scorrere della terra sotto di me,
    so essere più grande della strada mancante,
    tutto è già percorso,
    ogni falcata un abbraccio.

    Il mio grazie e un abbraccio a Daniele e a don Fabrizio per questa “bellezza”

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  4. ” amore di Dio è una specie di viaggio. Anche qui bisogna progredire. (….) Quindi mai fermarsi. Progredire con l’aiuto di Dio, nell’amore di Dio.”
    Giovanni Paolo I

    GRAZIE

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  5. “– finita è la corsa, trasmesso il messaggio,
    ora un’altra ascesa.”
    Ciao Daniele, anche se non ti ho conosciuto so che nel tuo cuore alberga l’amore.

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  6. A tredici anni mi chiedvi sempre nuovi libri da leggere. libri impegnativi, libri da grandi. Dio ha investito su di te, e tu hai dato frutti meravigliosi. Dio ti ha voluto a sé e ti ha tolto a noi, ai tuoi che non hanno ora conforto. Forse leggendo i tuoi versi troveranno il senso , la speranza…..

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