“LA CITTÀ”, DI PACO SIDNEY SILVESTRI

La città

di Paco Sidney Silvestri

La nascita di mio figlio portò con sé una valanga di problemi prima inimmaginabili.
Eppure non li vedevo.
Non erano legati al bimbo, ma agli intoppi quotidiani che ne complicavano la gestione. Permessi negati al lavoro, medici superficiali, orari sballati, tutte noie risolvibili con un buon conto in banca che a me mancava.
I pensieri mi portarono a pregare. Era la preghiera più antica dell’Uomo: pregavo Dio o chi per lui di darmi le risorse necessarie a provvedere al mio bambino.
Ogni sera.
Più pregavo però, più le avversità aumentavano.
In questo stato emotivo la qualità del mio sonno cambiò. Sognavo tanto e sempre in maniera molto vivida. Nel sogno procedevo lungo una piccola via nel panorama notturno di una città deserta. Ogni notte percorrevo tratti maggiori scoprendo antichi edifici dalle fogge ricche di volute e fontane asciutte decorate con temi vivaci… ninfe, entità e animali danzanti in complesse coreografie. Dopo molte notti giunsi al termine della strada che si aprì in una grande piazza. La pavimentazione a mosaico rappresentava lunghi sentieri tortuosi composti da pietre bianche e blu rischiarate dalla luna. Il minerale che componeva le strisce bianche era brillante, iridescente come il corallo bianco. Percorsi una di quelle candide strisce, seguendone tutte le anse ed i rettilinei, per quelle che mi sembrarono ore, finché non stramazzai a terra, esausto.
Un urlo echeggiò nella mia camera da letto e, madido di sudore, mi svegliai prostrato al fianco della mia adorata moglie, che prima di me aveva interrotto il sonno per nutrire il nostro piccolo comandante.
Le raccontai i miei strani sogni che, seppur assonnata, ascoltò con grande attenzione, mi rassicurò consolandomi dicendo che il bimbo sarebbe cresciuto prima di quanto potessimo immaginare e la pressione sarebbe presto diminuita.

Mi sorrise dolce e mi accarezzò.

Dopo quell’occasione le mie peregrinazioni oniriche svanirono per alcuni mesi, tanto che quasi me ne dimenticai, preso dalla routine quotidiana.
Poi, una notte, mio figlio cadde in preda a delle difficoltà respiratorie e andammo subito al pronto soccorso.
Mike era raffreddato ormai da giorni e il pediatra non aveva inquadrato la polmonite, ingannato dalla vitalità del pargolo. Gli diagnosticarono una pleurite con versamento bilaterale.
Era un martedì.
Grazie al cielo la situazione era gestibile e fummo congedati dopo la prescrizione di diversi farmaci. Finalmente arrivammo a casa dopo esserci fatti fare il certificato medico al pronto soccorso. Quando suonò la sveglia per andare al lavoro, riuscii a mandare al mio capo un sms, libero infine di provare a dormire in pace.
Tornai immediatamente nella mia città segreta, per la prima volta in pieno giorno.

In cielo brillavano due soli.

Le fontane erano in funzione e le vie piene di persone vestite in modo curioso che si affannavano in traffici e commerci. Fui pervaso da un gioia incontenibile, mentre seguivo la solita strada fino alla piazza. Qui, man mano che mi avvicinavo, vedevo alzarsi sempre più la punta di una torre, uno svettante minareto verde come le acque marine che, incredibilmente mai avevo notato nelle mie peregrinazioni precedenti. Mi fiondai al suo interno.
Salii le centinaia, forse migliaia di gradini piccoli e regolari, in travertino, tutti identici e tutti diversi tra loro, che si avvolgevano in una straordinaria teoria a spirale.

In assoluta estasi, senza sentir fatica alcuna, fuori dal tempo e dalle preoccupazioni, convinto di vivere l’esperienza del Nirvana, ormai felicemente persuaso che la scala fosse infinita, giunsi in cima.

Di fronte a me una finestra alta più di tre metri, senza vetro, un semplice buco gotico rifinito con rocce bianche sul bordo, le stesse opalescenti già viste sulla pavimentazione della piazza. Mi affacciai da quella altezza folle e inspirai aria fresca e profumata, socchiudendo gli occhi.

Sorrisi e li aprii, piano.

Il mare abbracciò il mio sguardo da est a ovest.

La città terminava ad un paio di isolati dalla piazza, scivolando dentro un immenso golfo, brillante, potente, maestoso, la cui visione vertiginosa, spericolata e violenta, illuminata da due soli alieni, mai le parole potranno tradurre.

Miriadi di imbarcazioni piccole e grandi, alcune somiglianti a navi vichinghe, altre a battelli a vapore, altre ancora a velieri veloci, entravano e uscivano ritmicamente con i loro carichi di uomini e merci, piccole e mobili come formiche operose.
Finalmente abbassai lo sguardo verso i miei piedi e lo vidi.
Titanico si stagliava netto nella sua gloria, sembrava tratto da qualche antico tipo di vaso. Semplice e vitale, essenziale nelle linee, vibrante nel dinamismo.

Un colossale delfino dalla schiena arcuata.

Mi svegliai con occhi bagnati da lacrime di gioia e gratitudine per il messaggio ricevuto. Mi alzai entusiasta e mi affacciai questa volta al lettino del mio bellissimo tesoro. Dormiva pacifico, minuto e buffo nella sua fragilità dolce e straziante. Ringraziai il mondo intero e mia moglie, mi lavai i denti ed andai a preparare il caffè.

Paco Sidney Silvestri

pacoHa 38 anni e vive a Roma con la moglie e i suoi tre figli. Per vivere fa l’Impiegato e nei momenti liberi descrive atmosfere oniriche in piccoli racconti. Ama la fantascienza e l’horror, soprattutto quando si sfiorano.
Ha pubblicato con Cut-up edizioni ed Edizioni Diversa Sintonia.

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