Timbe condra timbe. La nuova raccolta poetica di Vincenzo Mastropirro

mastroCiò che mi attrae della poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro è che la sua lingua non rimanda ad un preciso luogo geografico. Il lettore sa in anticipo che il suo è il dialetto di Ruvo di Puglia. Se non lo sapesse non avrebbe riferimenti etnografici per collocare i suoi versi nello spazio. Certo sarebbe difficile collocarli in una regione che non sia collocata a Sud. Ma, appunto, la sua è poesia del Sud, e potrebbe essere di tutti i nostri Sud, di tutti e di ciascuno. Non credo, oltre quello che può apparire in prima lettura, esista una tracciabilità geografica. Le uniche indicazioni territoriali sono date dagli oggetti e qualche luogo, U trappèite (il frantoio), U spannafèiche (lo stendino di vimini), La frascère (il barciere), U ardaspalle (lo scialle). Considero pertanto la poesia di Mastropirro più metafisica che dialettale, nella quale la lingua più che un medium con l’ambiente, è uno dei possibili linguaggi dell’anima, della propria anima; quasi una neo-lingua, come in autori come Borges o Landolfi. Cè pote fo nu stuzzecadinde?/ Nu stuzzecadinde pote pelzò saupe saupe/ te pote regalò na resota false, appène appone/ ma te pote fo assèje u sanghe, ce scarevùtte assè. (Cosa può fare uno stuzzicadenti?/ (Uno stuzzicadenti può solo pulire in superficie/ può regalarti un sorriso falso, appena accennato/ ma può farti sanguinare, se scavi assai).

Il dialetto, meglio, la lingua adottata per i suoi versi, è quello materno, “(ruvido e aspro per dittongazione e per parole tronche, al contempo morbido e elastico grazie alle vocali aperte e musicali) del paese d’origine dei genitori: Ruvo di Puglia”. Il rapporto con la lingua-madre è un altro nodo della poetica di Mastropirro. Anche qui, in apparenza, il poeta con il suo codice espressivo fa una scelta di campo, sembra aderire al materno mondo morale. In realtà, l’autore procede per contrappunto e per scarto rispetto a questo. Certo il dialetto è una vocazione precisa. Ma la lingua non vuole restaurare il “paradiso perduto” della Madre. Al contrario tende a prenderne le distanze, da qui l’ironia, talvolta nera, il disincantato e tagliente sguardo sulla storia. Come evidenzia bene Manuel Cohen nella sua prefazione l’icasticità è un dato centrale della sua poesia, spesso accompagnata “ad una visione simbolica altra, o sghemba, analogica o metaforica, irridente e desultoria dell’esistenza e ad un continuo esercizio di surrealtà”. La lingua è quella della Madre, ma lo sguardo è quello del Padre, non a caso perduto troppo presto. E forse il profilo ironico è proprio la reazione dell’autore a questa dolorosa assenza. Nan so èje ca chiange,/ so re lacreme ca scìénnene – deciaje.// La vèite l’òve arrezzòte la vèite/ e u è sbattute ‘ndìérre cume nu puolpe.// Se ne scèje sènza do fastidie. Na matèine de febbròre,/ u core se fermò e niue ne fermìémme cu’ ìdde. (Non sono io che piango,/ sono le lacrime che scendono – diceva.// La vita gli ha arricciato la vita/ e l’ha sbattuto a terra come un polipo./ Se ne andò senza dar fastidio. Una mattina di febbraio,/ il cuore si fermò e noi ci fermammo con lui).

Esiste un altro legame con i luoghi, ancora una volta strumentale al superamento di ogni vincolo spaziale. Ciascuna poesia riesce a catturare la velocità sintattica e l’efficacia semantica della cosiddetta “saggezza popolare”. Attenzione, non lo fa per un recupero antropologico, ma per una pura strategia di stile. Riuscirci scrivendo poesia dialettale, senza folkorismi, è ciò che conferisce grande valore a questi versi. Leggiamo nella prefazione: “Tutte le immagini di natura, di un mondo rurale a cui per DNA Mastropirro appartiene, sono deprivate della loro miccia più scopertamente emotiva, svestite delle povere vesti popolari e lessicali ed esaltate a motivi-emblema”. L’arie è frìédde e appicce u cile/ cu’ trune ca sketuàisce u core/ e u vinde ca calme le remìure.// Tutte scàppene,/ fuscene abbrazzòte alla paghìure/ è tutte nu fuscia-fìusce ma, addò vu’ fescèje? (L’aria è fredda e infiamma il cielo/ col tuono che scuote il cuore/ e il vento che calma i rumori.// Tutti scappano,/ corrono abbracciati alla paura/ è tutto un fuggi fuggi ma, dove vuoi fuggire?).

Siamo dunque arrivati al cuore della nuova raccolta di Mastropirro. Al centro c’è il tempo. Ma con una precisa linea poetica, la sintassi trascina ogni significato. Non ritroviamo solo il tempo della memoria in queste nuove poesie. Troviamo il tempo come scansione; il tempo della musica e il tempo della parola. Il grande protagonista della poesia di Matropirro è il ritmo, con le sue regole e i suoi momenti, il solo capace di custodire ed esaltare il significato, ogni significato. Me piosce métte ‘nzime/ parole ca nan discene nudde/ e chìésse so proprie chère.// Senò canzòne stenòte/ timbe-condra-timbe/ a timbe pe’ sennò.  (Mi piace mettere insieme/ parole che non dicono niente/ e queste sono proprio quelle.// Suonare canzoni stonate/ tempo-contro-tempo/ a tempo per sognare).

Leggendo questa nuova raccolta di Vincenzo Mastropirro ho avuto conferma che non esiste differenza tra poesia dialettale e non, tra cultura alta e cultura popolare, ma che grazie ad un uso sapiente della lingua, qualsiasi lingua, e direi persino qualunque linguaggio, ci può essere sintesi perfetta tra forma e contenuto.

M’addàure/ma nan se sìénde nudde de nudde.// Assalìute la puzze me fosce cambò.// U timbe passe e la puzze résìste./ U timbe passe, agghja passò pur’èje. (Mi annuso/ ma non si sente niente di niente.// Solo la puzza mi fa vivere.// Il tempo passa e la puzza resiste./ Il tempo passa, passerò anch’io).

2 pensieri su “Timbe condra timbe. La nuova raccolta poetica di Vincenzo Mastropirro

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