Luigi Maria Corsanico legge “Io sono il Sud”, di Orazio Nastasi

da qui

 

IO SONO IL SUD

 

Io sono il Sud.

Anzi il Sud del Sud.

E la mia terra è

al Sud di tutto.

Altro Sud non v’è

ché non ci sono mani tese

né braccia

che si comprano e si vendono.

I raggi solari sono verdi ogni sera

sul mio mare

e spalancano la notte

quando si sognano parole fastidiose

per i maniaci del potere

che altrimenti dovrebbero percorrere

una storia che non finisce

come una strada.

Per questo ci rubano anche le parole

i ladri di sogni

e non mutano lingua

né accento

senza profitto.

Pensa, amico mio, cosa frulla

nella testa di una tigre in uno zoo

quando sente l’odore sanguigno della libertà

o di un fanciullo costretto all’amaro delle radici

nel confronto con i cani di un Nord qualsiasi.

Io sono la tigre

e sono il mangiatore di radici.

E mi sento sempre più spesso

(e Dio non vuole, perché il tuo

è anche il mio Dio)

come un arco che ha frecce avvelenate

in fin la cocca.

Non temi ancora la distanza

o l’eco delle voci proibite

che scavalcano le valli?

Non senti lo struscio sconosciuto

dei venti di tempesta

su per i tortuosi sentieri

che appressano alla tua casa?

Miro e amo il tuo vagare

tutto il giorno per i palazzi

dove si fabbrica il futuro del mondo

mentre i miei passi

spaventano una gallina zoppa

e me stesso

nell’aia d’ogni cosa deserta.

Noto che il giallo il verde il rosso

regolano il moto della ricchezza

anche se da qualche tempo

per farla passare inosservata

hai inventato le rotonde.

E che i cavalli meccanici

si sono scrollati il giogo

anche se una catena sempre li tiene

e l’asino saputo se la ride

delle alate intenzioni dei parenti nobili.

Ma io non sono un asino

e pure a me piace carezzare almeno

la peluria bionda della vita

e in cerchio andare

ridendo con gli amici

e battere con il piede la terra

anche se non ho mai studiato la scala

e sopporto ancora a stento

il dito saggio di mia madre sulle labbra.

 

Penso anche tu sappia

che le dita di una mano sono cinque

capaci di tenere duro insieme

con forza bruta e con coraggio

quando serve.

Ora tu mortale io mortale

senza un attimo di sosta

come la risacca del mare

stiamo appena cominciando

(te lo concedo)

a contare le parole

prima che salti il tappo del Vulcano

e il fuoco inarrestabile

faccia svaporare anche l’aria

e rendere inutile

l’alacre attività delle macchie del sole.

Le parole che ti porto

conoscono i millenni

ma nel mio sogno

(spero anche nel tuo)

hanno un suono nuovo

come un corpo e un’anima nuovi

hanno un uomo e una donna

quando si amano

come un fiore che torna a sbocciare

e ad appassire senza chimica

e l’odore acre delle ascelle profuma

di fatica e di dignità.

Il grifone e le iene mi conoscono

e il puma, il canguro saltatore,

e l’anaconda mi conosce,

così l’orca del mare

e il ruggito rauco del leone

e il piccolo passero.

E io conosco loro.

E niente mai ci siamo negati

di quanto è sulla terra e nel mare.

E quella che tu immagini giustizia

e continui a negare anche a te stesso

loro e io l’abbiamo realizzata.

Ma orribile a dirsi

manca tra noi.

Ed è male.

Osserva le maree.

Sempre in moto.

E nemmeno una di loro si lamenta

se l’onda di una preme sulla sua

ché alla riva tutte giungono

e si distendono

e insieme si asciugano sulla sabbia

e non conoscono diversità.

Così noi giungiamo alla nascita.

Dopo un lungo viaggio di secoli e secoli

da padri in madri passando

nuove gemme preziose veniamo al mondo

tutti di colore diverso

e deboli come siamo

muoviamo la vita instancabili

ai poli dove il bianco acceca

o dove diciamo equatore

e gli occhi illuminano

il colore della notte sulla pelle.

Uguali

come il brusio delle stelle.

Io sono il Sud

e non mi piace scambiare

la rozza sedia di legno

con una che puzza di petrolio.

 

Così come vorrei tu venissi qui

per i cespugli di more della mia terra

che hanno nel sapore

tutta la potenza del sole

o dove senza vista

si stendono la savana

e la pampa.

E senza dogane armate le corressi

e vedessi frignare le lacrime

e spargersi nella dignità del giorno

i singhiozzi della fame

che non c’è canto che possa calmare

mentre si mordono le mani

le madri che mangiano terra

e nelle stesse ore per le tue praterie

si accavallano le spighe

e ammuffisce il pane tra gli scarti.

Qui al Sud

si moltiplicano bocche senza parola

e la cova maledetta delle armi.

E l’unica libertà è

morire senza disturbare

come un filo d’erba

che al mattino spunta

e la notte non vede.

Dentro di me

come in tutte le terre

che dite malate

più lungo è il giorno

e su ogni mezzo che uso

per venire ad ascoltare le canzoni degli umani.

Sono al mondo come sono,

io sono noi.

E la mia vastità è la stessa

del tempo della storia negata,

della bellezza ingaggiata

per il malo ingordo piacere

il cui fondo nessuno scandaglio misura.

La verità non si nega

e non è bella solo a metà.

Cammina con il mondo

di pari passo col mondo

al fianco d’ogni uomo

anche quando più nera è la notte

e pare scomparire ogni miraggio.

Capisci cosa dobbiamo avere

il coraggio di dirci?

Di quali speranze sono colme

le mie braccia

e le tue?

Che nessun uomo deve aspettare

con terrore

di aprire gli occhi

al dolore di un nuovo giorno?

E che al fondo di tutto

non ci sono altri che

tu e io

noi e le nostre parole?

Cosa temere?

Se abbiamo in cuore la primavera

niente potrà impedirci

se è il tempo in cui il pane risorge

e noi avanziamo sapendo e

facendo casa comune

su questo scoglio dell’universo.

 

Orazio Nastasi

Furnari 8/10 agosto 2016

 

Tutti i diritti riservati ai sensi

della Legge 22 aprile 1941 n. 633,

Capo IV, Sezione II, e s.m.i.

 

Orazio Nastasi è nato a Messina il 14 agosto 1945. Nella stessa città ha compiuto gli studi medi presso il glorioso Collegio S. Ignazio dei PP Gesuiti di Piazza Cairoli e si è laureato in Lettere presso la locale Università. Aveva quattordici anni quando scrisse i primi versi. Raramente partecipa a concorsi letterari. E tuttavia risulta primo assoluto al premio nazionale Vittorini nel 1979 per la poesia inedita; primo assoluto al premio nazionale per la poesia religiosa “Madonna di Montalto” nel 1996; primo assoluto al premio di poesia religiosa indetto dal TOF di S. Maria di Porto Salvo nel 1998; terzo al premio nazionale “Mario Rappazzo” nel 2002; premio speciale nell`internazionale “Città di Firenze” nel 2003; primo assoluto alla prima edizione del Concorso Letterario Nazionale “Messana” per la poesia inedita in lingua italiana indetto dall`A.C. Pagnocco nel 2005.

Orazio Nastasi conosce la poesia come la vita conosce lui, per un rapporto che non è semplicemente letterario, ma personale, esistenziale.

 

Per chi volesse conoscere altre sue poesie:

https://www.youtube.com/playlist?list=PLtS8Hpi8huj_wfLlhukT_EtMu8IYOvq1K

2 pensieri su “Luigi Maria Corsanico legge “Io sono il Sud”, di Orazio Nastasi

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