Gli album di Roland Barthes

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di Guido Michelone

 

Nel 2015 per festeggiare il centenario della nascita di Roland Barthes, il grande studioso francese prematuramente scomparso a 65 anni per un banale incidente automobilistico (investito di striscio da un furgoncino, muore un mese dopo per lesioni interne non subito rilevate), le parigine Éditions du Seuil pubblicano il volumone Album, ora prontamente tradotto da Il Saggiatore. Cos’è Album? Come dice il sottotitolo, si tratta di Inediti, lettere e altri scritti, che assumono un significato fondamentale per completare la conoscenza di un autore sui generis che tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso rivoluziona non solo la cultura d’Oltralpe, ma il panorama intellettuale del mondo intero.

Punto di riferimento per Barthes sono l’insegnamento, la ricerca e i libri che pubblica quasi regolarmente ogni anno: Il grado zero della scrittura, Michelet, Miti d’oggi, Critica e verità, L’impero dei segni, Sade Fourier Loyola, Saggi critici, Il piacere del testo, La camera chiara e Frammenti di un discorso amoroso sono titoli entrati a far parte sia dell’immaginario del XX secolo sia di ogni moderna biblioteca al punto che Barthes in vita avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura per la capacità di andare oltre le forme e i generi, pur iniziando da un percorso saggista tanto divulgativo quanto scientifico.

E proprio Barthes che teorizza la morte dell’autore si rivela, anche dalla lettura di questo Album, il capostipite di una autorialità colta, raffinata, interdisciplinare, persino trasgressiva nel coniugare le cosiddette sciences humaines (sociologia, antropologia, semiologia, linguistica) alla filosofia e alla critica letteraria.

Giustamente Gianfranco Marrone dalle colonne di Tuttolibri della Stampa afferma a proposito di ciò che fuoriesce dalla lettura di Album: “ecco un autore più vivo che mai, pronto a donarci non solo nuove chiavi di lettura della sua opera o ulteriori versioni della ricerca sui segni, ma anche felici interpretazioni di un mondo che è ancora il nostro, di una cultura sociale che volenti o nolenti continua a riguardarci. Dopo la gran quantità di trovate editoriali più o meno furbe (…) ecco un libro che insiste non più sull’uomo Barthes (su cui, appunto, s’è ficcato il naso anche troppo) ma sulla sua reale produzione saggistica”.

Anche in Francia il volume è accolto favorevolissimamente, come indica ad esempio Nelly Kaprièlian addirittura sulla rivista pop musicale Les Inrockuptibles: “Dopo la monumentale biografia che gli ha dedicato Tiphaine Samoyault a gennaio, Eric Marty raccoglie in Album alcuni inediti di Roland Barthes – soprattutto una selezione di lettere. (…) dopo la distanza analitica e brillante di Samoyault (troppo giovane per averlo conosciuto), un’opera che svela un Barthes intimo e appassionato.

Dopo un ripasso dell’esperienza professionale barthesiana, attraverso i carteggi privati o le stesure non finite (come il progetto Vita nova interrotto dall’incidente mortale) di questo eccellente Album, per comprendere la complessità, la fascinazione, la singolarità, l’erudizione del pensiero, corre fermarsi su un altro testo ormai classico, Frammenti di un discorso amoroso, che risulta il libro più venduto – ma forse non più letto vista la complessità dell’approccio – del noto studioso francese, citato persino da Francesco Guccini in una canzone e punto di riferimento essenziale per molte generazioni, soprattutto quelle nate culturalmente dal Sessantotto che magari vogliano andare oltre la sociologia esclusivamente politica di Herbert Marcuse o Theodor W. Adorno per abbracciare un approccio più culturologico e meno settoriale.

Infatti, a differenza di altri intellettuali francesi, inquadrabili nella stessa orbita dello strutturalismo, quali Claude Lévi-Strauss (antropologia) o Jacques Lacan (psicanalisi), Roland Barthes è uno scrittore interdisciplinare, giacché riesce a compendiare quasi tutte già citate le scienze umane o sociali all’epoca messe in atto, fino a giungere a una personalissima visione del piacere della lettura: una teoria, quest’ultima, che l’autore non riesce a sviluppare, a causa della morte quasi improvvisa, dovuta ai postumi di un banale incidente automobilistico (in apparenza lieve, in realtà trascurato).

Barthes che nasce a Cherbourg nel 1915 e muore a Parigi nel 1980 pubblica Frammenti di un discorso amoroso da Seuil nel 1977: già due anni dopo, tradotto da Renzo Guidieri, esce prontamente negli Struzzi Einaudi. Per il centenario della nascita dell’Autore, il testo viene invece riedito in Italia da Mimesis nella collana Filosofie con il titolo Il discorso amoroso; anzi a dir la verità il frontespezio è assai più lungo e vale la pena di essere citato per intero, sia per intendere la complessità di cui sopra, sia per conoscere la genesi di un’opera anomala, a cui la definizione di saggio analitico va comunque stretta. Dunque, Il discorso amoroso è di fatto Il Seminario a l’École pratique des hautes études 1974-1976, a cui seguono i Frammenti di un discorso amoroso (inediti), con l’intro di Éric Marty, la premessa e la curatela di Claude Coste, con la prefazione all’edizione italiana di Augusto Ponzio (che è pure il nuovo traduttore).

Il libro è impossibile da riassumere, ma per conoscerne l’argomento, si può cominciare dalle sue primissime pagine attraverso una considerazione dello stesso Barthes a proposito della ‘necessità’ di scrivere e pubblicare questo testo: “… il discorso amoroso è oggi d’una estrema solitudine… Quando un discorso viene, dalla sua propria forza, trascinato in questo modo nella deriva dell’inattuale, espulso da ogni forma di gregarietà, non gli resta altro che essere il luogo, non importa quanto esiguo, di un’affermazione. Questa affermazione è in definitiva l’argomento del libro che qui ha inizio”.

E Barthes prosegue dicendo che “Quello che viene proposto è, se si vuole, un ritratto; ma questo ritratto non è psicologico, bensì strutturale: esso presenta una collocazione della parola: la collocazione di qualcuno che parla dentro di sé, amorosamente, di fronte all’altro (l’oggetto amato), il quale invece non parla”.

Ha perciò ragione Marco Pacione, quando, recensendo il libro su ‘Il Manifesto’ sostiene che innanzitutto Frammenti di un discorso amoroso, per il modo di essere costruito in serie sincronica, è il reciproco di un lavoro psicoanalitico. E sembra “Quasi la negazione del voler andare all’origine degli affetti ed effetti amorosi, perché questi si rioriginano continuamente come fossero sempre nuovi. Barthes seleziona i frammenti che giudica più importanti, nell’«infinito intrattenimento» dell’eloquio, dell’affabulazione. Fa come il montatore che ricombina le scene da quella che sembra la loro concatenazione casuale. Come il regista Barthes costruisce tutto, a partire dalla preparazione degli arnesi e dei materiali, mettendo così in piedi un vero e proprio set cinematografico. Preparazione è termine chiave nel Barthes di questi anni di seminari (per esempio quello sulla Preparazione al romanzo) che diventano luoghi nei quali oltre ai testi si muovono vere e proprie troupe di studenti, uditori vari. Non è un caso allora se anche i Frammenti di un discorso amoroso vengono anch’essi da un seminario (…)”.

Benché di ardua lettura, come già detto, Il discorso amoroso è consigliabile per capire molto della psiche umana: “Anche le emozioni più forti – per usare ancora le parole di Pacione – , i sentimenti più intensi sono spesso espressi con parole già pronte per la circostanza, con espressioni che dall’esterno si definirebbero banali, ovvie. Eppure nel «ti amo» detto alla persona amata non pensiamo che stiamo usando un cliché. A meno che non stiamo mentendo sapendo di farlo. Soprattutto, chi pronuncia o scrive quella frase e, probabilmente, anche chi la riceve, non si pone il problema di essere originale, creativo. Chi grida il gol della propria squadra non è toccato dal fatto che quella parola urlata è stata detta da altri, tantissime volte, in migliaia di scene analoghe. Non si preoccupa che potrebbe essere ripetuta a breve anche dagli avversari. Espressioni come queste sono di per sé anonime. Ma si rendono paradossalmente uniche proprio grazie alla loro riproducibilità, adattabilità: alla loro capacità di essere come varchi entro cui chi le pronuncia entra fino a spossessarsi di sé. Più moderatamente, queste espressioni, ridisegnano una scena base entro la quale le parole stesse rifermentano. E ciò anche quando queste parole stanno all’interno di opere letterarie. Anche qui non perdono la forza di essere il testo di una situazione unica pur provenendo da una situazione tipo. E anzi, proprio da qui, dal loro essere testo non autoriale, possono paradossalmente contribuire a fare l’opera”.

Insomma partendo da Album e arrivando a Frammenti di un discorso amoroso, magari anche recuperando il best seller Miti d’oggi si può continuare a leggere o studiare Roland Barthes come un grande personaggio della cultura moderno-contemporanea.

 

Cfr: Barthes Roland, Album, Il Saggiatore, Milano 2016,pagine 489, euro 35.

Barthes Roland, Il discorso amoroso, Mimesis, Milano 2015, pagine 656, euro 28.

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