POESIA E POTERE – di Giovanni NUSCIS

potere

Pur ritenendo illuminante, per affrontare il tema, la lettura diretta di alcuni testi poetici non è forse inutile fare una breve premessa.
Inizierei intanto con due definizioni, una di poesia e una di potere, tra quelle che mi paiono più appropriate nell’economia del discorso.
Poesia (dal dizionario Garzanti) è “l’arte e la tecnica di comporre versi o, più generalmente, di esprimere in forme ritmiche (estranee alla prosa) idee, sentimenti e realtà secondo la propria visione del mondo”.
Potere (definizione sociologica da http://www.sapere.it/enciclopedia) “capacità di assumere decisioni che determinino comportamenti di altri, entro una relazione sociale che coinvolge gruppi o singoli individui. Il potere implica, perciò, la possibilità di ricorrere a strumenti in grado di imporre la decisione presa a soggetti che non la condividano. In questa prospettiva, il potere si manifesta come esercizio possibile di mezzi che spaziano dall’influenza personale (compresa la seduzione) al più brutale impiego della violenza fisica.”
Per potere, vorrei qui intendere quello esercitato da rappresentanti di istituzioni pubbliche, spesso condizionato da soggetti economici e finanziari, partitici, lobbistici e criminali.
Detto questo, la prima domanda che mi porrei è se tra poesia e potere vi sia una contrapposizione inevitabile o una coesistenza possibile.
Per rispondere parto dalle parole di due poeti e scrittori. Il primo è Franco Loi, tra i massimi poeti dialettali, che in un’intervista di qualche anno ha detto: “L’azione di chi fa poesie va contro il potere. La poesia ha il potere di ricondurre l’uomo alla sua coscienza più vera. Chi ha potere, difficilmente desidera che i suoi sottoposti abbiano una propria coscienza. Vuole guidare. La situazione odierna è tragica (Franco Loi: «La poesia è contro il Potere perché riconduce l’uomo al vero» | 3.1.2012 Tempi.it).
La seconda riflessione è di Fabrizio Centofanti, poeta, narratore nonchè creatore e gestore de La Poesia e lo spirito, uno dei litblog più frequentati nella rete. Egli dice: “C’è un’urgenza di verità: per assecondarla, occorre opporsi alla non verità, alla pressione dei poteri forti. Il pericolo è il pensiero unico, che scrolla le spalle di fronte all’idea stessa di vero, smarrito nel magma incontrollabile delle opinioni, e refrattario a ogni possibile intercettazione. E’ il conformismo della neutralità, della fuga dal conflitto, che può essere superato solo da un’appartenenza forte, da non confondere con la perversione dei fondamentalismi.” In una intervista (https://liminamundi.wordpress.com/2016/05/16/sette-domande-sulla-poesia-fabrizio-centofanti/) alla domanda se “ancora oggi bellezza e verità siano temi presenti al poeta? E in che misura?” egli ha risposto che “Proprio Tommaso d’Aquino ha sistematizzato gli attributi dell’Essere: il buono, il bello e il vero. La bellezza è imprescindibile perché apre il cuore, come aveva intuito Dostoevskij. Il sottotitolo del blog collettivo che gestisco è la sua frase sulla bellezza che può salvare il mondo. Mentre il bello e il buono sono elementi soggettivi che definiscono la nostra configurazione personale – i gusti, le predisposizioni, le prospettive che orientano l’azione-, la verità è oggettiva: siamo quello che siamo, e spesso ci scopriamo ignoti a noi stessi. Le teorie sull’inconscio hanno portato all’emersione di qualcosa avvertito da sempre: solo davanti a un altro sguardo la nostra storia si chiarisce. La scienza fa riferimento allo sguardo dello psicanalista; il credente a quello di Dio, l’unico a poterci dire chi siamo veramente. La poesia è la realtà che ci trascende, che dice qualcosa di nuovo e autentico sul mondo e sulla storia.”
Vorrei osservare, a questo punto, che:
1. La poesia, dunque, espressione libera del pensiero, della fantasia, del sguardo sul mondo e dei sentimenti, trova come unico limite le regole che l’autore stesso si è posto: metriche, di coesione tematica o d’altro. La poesia, quintessenza della libertà, non chiede e non impone nulla, anche se può persuadere, ammaliare e condizionare i comportamenti di un numero incalcolabile di persone anche di diverse generazioni. Anche il potere parte da un’idea e da obiettivi liberamente definiti, coartando però la volontà dell’altro -escludendolo dai processi decisionali e costringendolo a subire scelte violente o non rispettose dei diritti; obiettivi che per essere raggiunti esigono dunque interventi manipolativi (diretti e personali, o indiretti attraverso il condizionamento dei media, che occultano la verità o ne reiterano una loro) o l’imposizione autoritaria, anche fisica, di azioni da parte di altri soggetti; per questo il potere, in questa accezione, non è mai buono: per dirla con Fabrizio De André, “non ci sono poteri buoni”;
2. La poesia, con la ricerca e l’affermazione del vero e la distanza da qualunque espressione di potere, non può neppure simpatizzare per alcuna forma di governo: né per la democrazia né, quanto meno, per la dittatura. Non perché la poesia sia elitaria e al di là delle parti, ma perché l’affermazione del vero non può che essere incondizionata ed illimite, e non può sottomettersi alla volontà o ai desideri di un singolo o di una moltitudine;
3. L’umanesimo, posto che la ricerca del vero, del bello e del buono è sottesa nell’espressione poetica, d’altro lato vede e vedrà sempre la poesia autentica sostenere le istanze di dignità e di libertà dell’uomo contro qualunque forma di abbrutimento e di costrizione liberticida;
4. La poesia, per definizione, non può essere perciò “poesia politica”, anche là dove ne affronti in qualche modo il tema; perché la politica è esercizio di compromesso, di mediazione tra diversi interessi, mentre la poesia fa sue le ragioni profonde dell’essere, l’unicità dell’uomo contro le ragioni di una pluralità indefinita;
5. Il potere mal tollera e teme, pertanto, l’arte e chi la esercita, perché irriducibili e affatto coese alle sue azioni politiche; quanto meno se imposte e inconciliabili col vero, il bello e il buono, a cui la poesia è invece protesa;
6. La consapevolezza e l’amore per il vero, il bello e il buono di ogni singola persona diviene pertanto frammento di consapevolezza e di apertura di un’intera comunità, di un intero popolo che ne viene rafforzato nell’eterna lotta contro la prepotenza di una minoranza scaltra e attrezzatissima;
7. La poesia resta dunque un nemico consapevole e, allo stesso tempo, inerme contro ogni forma di potere;
8. Se la poesia non può assumere posizioni che prescindano dalla sua funzione nei termini anzidetti, i poeti però sono persone, e come tali, animali sociali sensibili al giusto che, diversamente dal vero, può essere esito di mediazioni.

LETTURE da: Giovanni Raboni (Ultimi versi – Garzanti 2006), Pier Paolo Pasolini (Empirismo eretico – Garzanti 1991), Gianmario Lucini (Sapienziali – puntoacapo 2010), Gianni D’Elia (Trentennio – Einaudi 2010), Titos Patrikios (La resistenza dei fatti – Crocetti 2007).

E’ vero, la sinistra non c’è più,
c’è un profluvio di destre
d’ogni tipo, formato e sfumatura
e in tanta oscura abbondanza decidere
sarebbe a di poco difficile
se spuntato verso il crepuscolo
dalla verminosa fermentazione
dei rimasugli della guerra fredda
e de rifiuti dell’ancien régime
a capo di una non ci fosse lui,
il palazzinaro centuplicato
da venerabili benevolenze,
l’imbroglione da mercato rionale
trasformato a furor di video
in unto del Signore.
Finché, mi dico, Dio ce lo conserva
e i suoi squadristi in doppiopetto o blazer
ce lo lasciano fare
Sapremo sempre conto chi votare.

(Giovanni Raboni)

*

E’ triste. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo!) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccolo-borghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli; la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio
furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una d’esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
“Popolo” e “Corriere della Sera”, “News- week” e “Monde”
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.
Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente l’idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa,
a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il Movimento Studentesco
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono,
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
la violenza conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.
Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.
Sì, i vostri slogans vertono sempre
la presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.
E allora: “Corriere della Sera” e “Popolo”, “Newsweek” e “Monde”
avranno tanta sollecitudine
nel cercar di comprendere i loro problemi?
La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte
dentro una fabbrica occupata?
E’ un’osservazione banale;
e ricattatoria. Ma, soprattutto vana:
perché voi siete borghesi
e quindi anticomunisti. Gli operai, loro,
sono rimasti al 1950 e più indietro.
Un’idea antica come quella della Resistenza
(che andava contestata venti anni fa,
e peggio per voi se non eravate ancora nati)
alligna ancora nei petti popolari, in periferia.
Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese,
e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula,
si è dato da fare per imparare un po’ di russo.
Smettetela di pensare ai vostri diritti,
smettetela di chiedere il potere.
Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti,
a bandire dalla sua anima, una volta per sempre,
l’idea del potere. Tutto ciò è liberismo: lasciatelo
a Bob Kennedy.
I Maestri si fanno occupando le fabbriche
non le università: i vostri adulatori (anche comunisti)
non vi dicono la banale verità: che siete una nuova
specie idealista di qualunquisti come i vostri padri,
come i vostri padri, ancora, figli.
Ecco,
gli Americani, vostri odorabili coetanei,
coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando,
loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario “nuovo”!
Se lo inventano giorno per giorno!
Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno:
potreste ignorarlo?
Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione
del “Times” e del “Tempo”).
Lo ignorate andando, con moralismo delle profonde provincie,
“più a sinistra”. Strano,
abbandonando il linguaggio rivoluzionario
del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale
Partito Comunista,
ne avete adottato una variante eretica
ma sulla base del più basso gergo
dei sociologi senza ideologia (o dei babbi burocrati).
Così parlando,
chiedete tutto a parole,
mentre, coi fatti, chiedete solo ciò
a cui avete diritto (da bravi figli borghesi):
una serie di improrogabili riforme
l’applicazione di nuovi metodi pedagogici
e il rinnovamento di un organismo statale.
Bravi! Santi sentimenti!
Che la buona stella della borghesia vi assista!
Inebbriati dalla vittoria contro i giovanotti
della polizia costretti dalla povertà a essere servi,
(e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica
borghese con cui voi vi comportate come donne
non innamorate, che ignorano e maltrattano
lo spasimante ricco)
mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso
per combattere contro i vostri padri:
ossia il comunismo.
Spero che l’abbiate capito
che fare del puritanesimo
è un modo per impedirsi
un’azione rivoluzionaria vera.
Ma andate, piuttosto, figli, ad assalire Federazioni!
Andate a invadere Cellule!
andate ad occupare gli uffici
del Comitato Centrale: Andate, andate
ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure!
Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere
di un Partito che è tuttavia all’opposizione
(anche se malconcio, per l’autorità di signori
in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote,
borghesi coetanei dei vostri stupidi padri)
ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere.
Che esso si decida a distruggere, intanto,
ciò che di borghese ha in sé,
dubito molto, anche col vostro apporto,
se, come dicevo, buona razza non mente…
Ad ogni modo: il Pci ai giovani!!
………………………..
Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto
consigliando? A cosa vi sto sospingendo?
Mi pento, mi pento!
Ho perso la strada che porta al minor male,
che Dio mi maledica. Non ascoltatemi.
Ahi, ahi, ahi,
ricattato ricattatore,
davo fiato alle trombe del buon senso.
Ma, mi son fermato in tempo,
salvando insieme,
il dualismo fanatico e l’ambiguità…
Ma son giunto sull’orlo della vergogna…
(Oh Dio! che debba prendere in considerazione
l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile
accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

(Pier Paolo Pasolini – Il Pci ai giovani (Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una “Apologia”)

*
Si curvano davanti all’opera delle loro mani
davanti a ciò che fabbricano con le loro dita
Is 2,8
perirà la sapienza dei suoi sapienti
e scomparirà l’intelligenza degli intelligenti
Is 29, 13-14

Perché sei sapiente se sei ancora in vita?
Guardati intorno, pullulano piaghe
da ogni direzione i disperati assalgono
ed hanno fame – da secoli non mangiano –

vedi i bagliori dell’inferno il fumo
che sale dal tuo cortile
la pianura tutta è cosparsa di cadaveri
rantoli di feste e fuochi immondi

tutto vedi e l’ingiustizia, la rapina
vedi e continui a frugare l’orizzonte
dove il grande libro brucia
divorato da un fuoco di giustizia.

Ti accompagna un consesso di ladroni
di serpi viscide che pregano al mattino
e di notte insidiano le culle,
-di notte nell’orgia e di giorno sugli altari -.

Canti le lodi del Signore
mentre il povero rantola e muore.
Innalzi templi, t’allei coi potenti
mentre i poveri disperano in Dio.

Un fallo sconcio invece del capo
un suono di bottino nella loro voce,
questi i tuoi alleati, i tuoi santi
che pregano Dio bestemmiando.

Perché sei sapiente se sei ancora in vita?
Il mondo è morto e tu sei rivestita
di panni preziosi, esci fiacca dall’orgia
e te ne vai nel deserto a pregare.

Quale dittatore non ha conosciuto?
Di quale potente non hai gradito i banchetti?
Come un cane da caccia punti i suoi palazzi
-grondano sangue e tu ne sei complice-.

Mia sposa adultera che male ti ho fatto?
In quale bisogno ti ho mai contrariato?

(Gianmario Lucini)

*
E’ tutto il giorno che giran sulla testa,
con gli striscioni in coda, spot in resta;
li vedi dal molo del porto, poi dal viale;

ora, sui tetti delle case, e sulla nostra:
LA SCELTA DECISIVA – FORZA ITALIA – mostra
petulante, come il suo padrone; e il ronzo

ti assale, ti irrita, ti nuoce, cala
qui, nel centro del centro dell’Italia,
dove la civiltà è rimasta; la costa

splende di sole, sui colli, sul mare,
e ronzano i mosconi da turismo in scia
girano e rigirano, tornano a incrociare,

a chiudere l’aerea campagna elettorale;
insistente, noioso, stolido, pungente,
questo ronzo invadente che si fa accusare,

ti dice tutto del suo tempo e della gente
nuova, che vuole solo sovrastare
e avere per signore un re da niente;

bassa stagione, arbitrio del potente…

(Gianni D’Elia – LXIV)

*

Nessun verso può rovesciare i regimi
avevo scritto anni prima
e ancor oggi me lo rinfacciano.
Ma i versi assolvono alla loro funzione
mostrano i regimi, dicono il loro nome
anche quando cercano di abbellirsi
di rinnovare un poco la vetrina
di cambiare denominazione e insegna.
I versi, anzi, qualche volta sorprendono
i leader in posizioni inattese
sicuri che nessuno li veda
con le mutande ingiallite e aperte
prima d’indossare le brache o i pantaloni
con gambe ossute e pantofole stracciate
prima d’infilarsi le scarpe o gli stivali,
la pancia debordante prima di tirarla in dentro
per abbottonarsi la giacca militare o civile
con la dentiera lasciata nel bicchiere
prima di riprovare lo storico discorso,
con la pappagorgia e le guance pendule
prima di alzare il mento volitivo
prima di guardare, perennemente giovani, al futuro.
I versi non rovesciano i regimi
ma certamente vivono più a lungo
di tutti i loro manifesti.

(Titos Patrikios – Versi, 3)

 

 

8 pensieri su “POESIA E POTERE – di Giovanni NUSCIS

  1. Ho letto con vivo interesse e partecipazione questo bellissimo articolo di Giovanni Nuscis. Qualsiasi commento mi parrebbe riduttivo. Desidero solo ringraziarlo per la sua viva attenzione a due poeti e letterati a me molto cari: Fabrizio Centofanti e Gianmario Lucini il quale purtroppo non è più fra noi.

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  2. Mi ritrovo molto nelle parole di Ennio Abate nel suo saggio dedicato a Gianmario Lucini, poeta e critico in cui un’etica forte e resistenziale ha sempre percorso la sua poesia, e il suo giudizio su quella altrui.
    Etica era anche la sua generosità, in un’ideale umanesimo e di comunità letteraria oltre il narcisismo e l’egoismo degli artisti. La sua idea di poesia andava dunque oltre la bellezza, o, meglio, comprendendo o fondendo in essa anche uno sguardo lungo e sensibile sul mondo intorno; un prendere posizione sui grandi temi che evidenziano l’abbrutimento e l’ingiustizia sociale, l’inganno del potere. Ad ogni modo vi è da dire che Gianmario non ha mai nascosto cosa scegliere, eventualmente, messi alle strette, tra la bellezza e la verità, il prendere posizione: […]“So di essere un poeta indisciplinato / e scrivo versi brutti raccontando le brutture / so d’aver deviato / dileggiando i canoni estetici:[…] (Colpa di nessuno – da Sapienziali). Per Gianmario, come giustamente scrivi: “La ricerca della verità è compito primo ed esclusivo della Poesia. Per Lucini essa «non può delegare questo compito (ossia la creazione di mondi utopici) ad altre discipline (ad es. la politologia, l’economia, la storia, la sociologia, la psicologia..)» “Il poeta deve dunque, per coerenza, essere un ribelle, un socialmente deviante (da una via socialmente ma acriticamente condivisa e tollerata), un “culturalmente fuori-legge” (ma non poeticamente fuori contesto), uno che non accetta la negazione della libertà e le forme della disumanizzazione”.
    Il bello (per originalità, potenza espressiva, eufonia…) e il vero possono dunque andare di pari passo, ma per Gianmario la seconda qualità perdonava indubbiamente le carenze della prima. Aveva una straordinaria capacità di ascolto e il rispetto per ogni genere di poesia, purché autentica, non furba, non involuta, non scopiazzante altra poesia.
    Quanto alla definizione di poesia civile, ritengo personalmente opinabile l’uso di tale aggettivo: la poesia è o non è, per valenza formale ed estetica, per qualità espressiva. A caratterizzarla, invece, inverandovi lo sguardo e il sentire dell’autore – la sua personale percezione del giusto e del vero – è la scelta tematica.
    La c.d. poesia civile, programmaticamente tale, sta in un crinale un po’ rischioso. Franco Fortini aveva espresso le sue perplessità su tale poesia, nella sua prefazione alla raccolta di Luigi Di Ruscio “Non possiamo abituarci a morire”.

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  3. Ringrazio Ennio Abate per le sue preziose riflessioni che già Giovanni Nuscis ha così sapientemente messo in luce. Anch’io peraltro ritengo non convincente e rischiosa la definizione di poesia civile. “la poesia è o non è, per valenza formale ed estetica, per qualità espressiva…”

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