“SONO DIO”, DI GIACOMO SARTORI

Recensione di Luigi Preziosi

sonodioL’ultimo libro di Giacomo Sartori, Sono Dio (NN Editore, Milano, 2016), sorprende sia per il tema sia per la cifra stilistica scelta per trattarlo, entrambi inconsueti per l’autore. Il titolo non nasconde un’iperbole o un’affermazione paradossale: dalle profondità dell’universo è dio stesso che parla. Racconta di sé, senza intermediari o rivelazioni che lo rendano comprensibile all’umanità. Contempla l’universo, con particolare interesse per la bellezza delle stelle, e si compiace della varietà infinita di forme con cui la vita si dispiega ovunque. Un po’ meno compiaciuto è il suo sguardo quando si posa su quel minuscolo dettaglio del creato che è l’uomo, di cui, nella sua sconfinata capacità di discernimento, coglie con precisione le imperfezioni, i limiti e le miserie. Le sue ricognizioni generano spunti per monologhi sconfortati sull’umanità, eccessivamente intenta ad attività non solo banali, ma anche deleterie per l’ordine cosmico, utili ad appagare egoismi voraci e irrefrenabili. Le conseguenti perversioni dell’uso del denaro, della tecnologia e della genetica che gli tocca osservare sono tali da farlo dubitare (contraddizione in termini, sia chiaro, l’onnipotente non può dubitare…) non solo della propria infallibilità ma anche del suo amore per le sue creature (il che ce lo rivela non proprio come il dio dei cristiani).

Nel corso di questo suo riepilogo della creazione si imbatte in Dafne, una microbiologa con un lavoro precario, ed inizia ad interessarsi alle sue vicende personali. La ragazza non ha apparentemente nulla che potrebbe attirare la sua attenzione. In compenso, ha parecchio che potrebbe dispiacergli: non solo, per arrotondare le sue magre entrate, si dedica alla fecondazione artificiale dei bovini, inserendosi così (arbitrariamente) nel processo di propagazione di una specie creata da lui, ma è anche è irrimediabilmente atea, nonché piuttosto disinvolta nel coltivare le proprie relazioni amorose. Ne segue sempre più da vicino le peripezie sentimentali e lavorative, ne spia i comportamenti, anche quelli eufemisticamente definibili stravaganti, come rubare crocifissi di legno nei locali pubblici per farne piccoli falò. La studia fino a scoprirsene in certo qual modo innamorato, se una tale condizione può attribuirsi a un dio, che, per quanto appaia non del tutto somigliante a come tanti tra noi lo immaginano, dovrebbe comunque nutrire incommensurabile amore per l’intero creato. Ne derivano addirittura interventi, discreti, del tutto inavvertiti dall’ignara Dafne, per mutare il corso di alcuni avvenimenti non propriamente a lei favorevoli, come depistarne uno spasimante facendogli ottenere un prestigioso incarico in Australia, o farle ritrovare la moto rubata o ancora ribaltare l’esito iniquo di un concorso a suo favore.

Il romanzo si articola su due strutture narrative quasi simmetricamente contrapposte, disposte su capitoli alternati. Da un lato le vicende di Dafne e del piccolo mondo di relazioni nel quale vive. Dall’altro, il contrappunto ad esse, formato dalle impressioni del demiurgo (occasione, per inciso, per un ricupero, a tratti ironico, del narratore onnisciente), che le commenta o si abbandona a considerazioni generali non del tutto benevole su quella sua creatura minuscola chiamato uomo, che pretende di fargli concorrenza e sta sporcando il creato (e qui il punto di vista è più del moralista che dell’ambientalista), e per il quale nel finale medita di scatenare una catartica particolare fine del mondo.

Siamo evidentemente assai lontani dal Sartori più conosciuto, dalle sue narrazioni necessariamente realistiche, perché più o meno direttamente ispirate dalla cronaca o dalla storia. Siamo distanti anche dalla cupezza e da quel senso vagamente claustrofobico che sovrasta gli avvenimenti narrati, aleggiante in alcune di esse (Sacrificio, Cielo Nero, Rogo ne sono esempi abbastanza eloquenti). Qui, e proprio nel confrontarsi con temi che in apparenza potrebbero richiedere almeno altrettanta gravità, Sartori maneggia sapientemente il registro della leggerezza, nuovo per lui nella misura lunga della narrazione. Se ne possono infatti riscontrare esempi nelle prose brevi degli Autismi, uscite in prima battuta in gran parte su Nazione indiana e successivamente raccolte in volume (e qualche traccia affiora anche nei racconti presenti in Zoo a due, nei quali Sartori sperimenta antropomorfismi opposti a quelli di Sono Dio: dall’umano all’animale). Lieve è, infatti, ma tutt’altro che superficiale, il cordiale discorrere in prima persona del protagonista, che evidenzia un genere particolare di antropomorfizzazione. Il dio di Sartori, infatti, nell’avvicinarsi all’umano, non rinuncia affatto all’onnipotenza, che anzi declina nelle caratteristiche di illimitatezza di ogni potere che normalmente si tende ad attribuire alla divinità. Piuttosto, trascorre (ed anche questo, in fondo, è un segno di onnipotenza) dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo, concentrando la sua attenzione su un atomo dell’universo, su un istante del tempo, su alcune delle sue creature (il che non è poi così distante dal precipitare del divino nella storia che sostiene l’idea dell’incarnazione cristiana). E si concentra sulle sue creature fino ad innamorarsi (per così dire) di una di esse (con una sostanziale divaricazione qui dall’incarnazione cristiana, per la quale l’” innamoramento” divino non è esclusivo, ma inclusivo).

L’ironia pervade tutto il racconto: ne derivano positivi risultati sulla scorrevolezza della scrittura, nonché alcuni momenti di comicità apertamente irresistibile. Neanche per questo aspetto, però, si può tacciare il testo di superficialità.  Sartori si concede infatti anche frequenti incursioni nel territorio della satira vera e propria, già normalmente assai viscido, ed ancor più qui per il tema trattato. Obiettivo principale è il conformismo intellettuale del troppo politicamente corretto, che inquina le percezioni della realtà fino ad infliggerci le angustie di un pensiero unico omnipervasivo. Ecco allora le sferzate inflitte alle forme più superficiali di ateismo, fondamentalismi in fondo speculari a quello religioso che intendono combattere (anche se un po’ troppo automatico appare il nesso stabilito tra l’ateismo esplicito di Dafne e le violenze sessuali subite da piccola ad opera di un religioso). Anche l’ambientalismo estremo, che induce Dafne e i suoi amici a comportamenti bizzarri, nonché altre forme di adesioni acritiche ad ideologie un po’ consunte ed un po’ travisate (di cui il padre della ragazza, con il suo ondeggiare tra rimasticature buddistiche e insurrezionalismo anarchico, è un tipico seguace) sono rappresentati assai impietosamente.

Senza mai indulgere ad oltranze che comprometterebbero l’eleganza (rara per sobrietà e precisione) della sua scrittura, Sartori dosa la satira con accortezza, dimostrando che per un suo esercizio efficace non è affatto inevitabile (come a volte si sostiene dopo l’eccidio dei collaboratori di Charlie Hebdo) usare toni volgari ed argomenti offensivi per la sensibilità altrui (e dato il tema il rischio era più che evidente). Giocata poi sul filo del paradosso è la frequente e ripetuta difficoltà di dio ad esprimersi, a trovare la parola giusta, tanto è vero che spesso il narratore di tutte le vicende per definizione, l’autore, secondo tre religioni, del libro per antonomasia è costretto a ricorrere all’espressione “se così si può dire”. L’immedesimarsi dell’assoluto, proprio del creatore, nella finitezza e nella modestia del contingente genera approssimazione, e nell’inadeguatezza della parola si rivela lo scarto tra la perfezione del divino e l’imperfezione delle creature.

Diverse sono le implicazioni che derivano dalle accentuazioni del comico in Sono Dio. Una lettura teologica apparsa su Vibrisse il 6 luglio proviene da Demetrio Paolin, per il quale in Sono Dio “la comicità è l’umiliazione di sé, è vergognarsi di ciò che si è per voler essere altro”, e, pertanto, il dio di Sartori è “un Dio che si dimette da sé per vedere come è essere umani”, intravedendone in questa dimissione anche l’imperfezione da scontarsi nella parola, da parte di chi, per alcuni tra noi, è Verbo fatto carne. Lo stesso Sartori, in La disfatta di dio, introduzione al libro pubblicata su Carmilla il 27 maggio scorso, individua invece una ragione sociologica: riconoscendo che il protagonista del romanzo non è Dio, ma “l’immagine che abbiamo di Dio, che ci viene dalla religioni monoteiste” ammette che “la disfatta attuale di questa nostra rappresentazione è proporzionale alle sue velleità e pretese, ed è tanto catastrofica da poter risultare, come capita appunto nel mio testo, comica”. Non è mai lecito attribuire all’autore intenzioni che non gli appartengono, anche se ad ogni romanzo, una volta pubblicato, può capitare di vivere anche oltre le intenzioni di chi l’ha scritto. Non pare comunque un abuso leggere questa consapevolezza della degradazione dell’immagine di dio, questo suo non essere all’altezza delle attese (che peraltro continuano a formarsi proprio in quella contemporaneità che contribuisce al degrado), come espressione, se non di una di una moralità lato sensu religiosamente significativa, almeno di una nostalgia verso una qualche forma di spiritualità che aiuti a cercare il senso di questo nostro stare al mondo.

 

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