Bob Dylan Nobel

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di Guido Michelone

 

“Bravo Bob, bravo, il Nobel di Dylan è il Nobel di una generazione. Chi è rimasto di noi dovrebbe esserne fiero. Bob Dylan è la vera, unica eredità della Beat Generation nel XXI secolo”: è il novantasettenne poeta beat Lawrence Ferlinghetti a parlare, il quale aggiunge: “Con la musica ha fatto arrivare la poesia dove non era arrivato neanche Ginsberg. Mentre gli intellettuali dormono, l’Accademia di Svezia ha avuto coraggio: questo è un premio all’America sconfitta di Steinbeck. Dovevano dargli anche quello per la Pace”.

L’idea di conferire il Premio Nobel per la Letteratura 2016 a Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, serpeggia tra gli Accademici di Svezia già molti anni fa, circa venti, ma di recente, da due-tre anni, non se ne parla più. La notizia di giovedì scorso della vittoria del settantacinquenne menestrello di Duluth sorprende un po’ tutto il mondo artistico-letterario, perché nel clima di restaurazione oggi vigente quasi nessuno si aspetta che la prestigiosa onorificenza vada a un personaggio fuori dagli schemi non solo per i tradizionali canoni letterari, ma per tutto il sistema culturale entro il quale il folksinger legato al Greenwich Village e alla beat generation da sempre si sente assai stretto.

Alla notizia del Nobel ovunque e subito giungono ai mass media i dissensi e le disapprovazioni di alcuni intellettuali (come pure le entusiastiche conferme, il summenzionato Ferlinghetti in primis) verso un artista – con la patente di ‘cantautore’ – ritenuto indegni di stare accanto a poeti, romanzieri, drammaturghi: sono le stesse reazioni che nel 1997 si riscontrano per la stessa onorificenza a Dario Fo, fra l’altro morto lo stesso giovedì, quasi a far da passaggio di testimone fra due autori che hanno inteso l’alto valore della parola letteraria semplicemente attraverso il raffinato impegno di strumenti diversi dalla parola scritta, recuperando persino linguaggi più arcani quali il teatro e la musica che indiscutibilmente nascono entrambi, nella notte dei tempi, mediante legami intrinseci con una oralità poetica che è anche rituale e performativa. Certo, le liriche di Bob Dylan lette solo sulla carta in un libro non hanno la complessità di quelle ad esempio di William Blake, Walt Whitman, Dylan Thomas (per citare solo tre poeti a lui cari), perché l’opera di Bob Dylan è l’insieme dei testi, delle musiche, della voce cantata nell’interpretazione discografica e concertistica.

Giorni fa nel recensire il bellissimo volume Bob Dylan. Tu sei quel che sogni (Melville editore) dell’anglista Alex Falzon, che analizza i testi di Dylan, mostrandone la profonda erudizione e le valenze letterarie colte, trovo il commento del signor Maurizio Soldini, il quale, senza evidentemente leggere il libro perentoriamente afferma: “Per favore non continuiamo a confondere la poesia con la canzone (testi in musica). È come stravolgere il concetto logico matematico che ci hanno insegnato alle scuole elementari: non si possono sommare o sottrarre o moltiplicare o dividere pere, mele, pesche e albicocche… non facciamo ulteriori confusioni e diamo a Cesare quel che è di Cesare. E il Nobel per la Letteratura che venga dato a un vero poeta e non a un cantautore, per quanto valido e bravo sia stato e sia”.

L’Accademia Svedese evidentemente la pensa all’opposto, benché in una mia prima reazione a caldo scrivo di getto (senza pubblicarlo): “Sono d’accordo con lei che le canzoni non sono poesie e che i testi musicati di Dylan, come pure di Leonard Cohen, Fabrizio De André, George Brassens, Francesco Guccini, Vinicius De Moraes per quanto belli non hanno la stesso struttura delle opere, ad esempio, di Alda Merini, Edoardo Sanguineti, Jack Kerouac e Allen Ginsberg, anche se le cito quattro signori poeti che hanno collaborato con musicisti rock e jazz. Sul come assegnare Nobel per la letteratura, occorre forse riguardare il regolamento, però con un’Accademia Svedese eccessivamente rigida nel delimitare i paletti, forse oggi Fo, Momsen, Churchill, Beckett, Sartre, sarebbero senza Nobel, mentre a quanto pare tutti sono ormai concordi su tali assegnazioni”.

Dylan sicuramente crea un nuovo linguaggio poetico mediante la canzone ed è sempre Ferlinghetti a ribadirlo: “Bob Dylan è un poeta, prima di ogni cosa. Lo è sempre stato. Ha scritto i migliori poemi surrealisti della nostra generazione. E, grazie alla musica, è riuscito a far arrivare la poesia dove non era mai arrivata, neanche con Ginsberg. L’Accademia di Svezia ha avuto grande coraggio per una scelta giusta e doverosa”.

Si potrebbero citare decine di titoli di libri sulla vita e sull’arte di Dylan, benché il testo di Falzon resti il migliore per quanto concerne l’analisi letteraria: tuttavia vorrei consigliare un paio di libri: da un lato Cronache del rock. Una storia visuale dei 250 artisti rock più grandi del mondo a cura di David Roberts, il quale inizia il profilo del folksinger con queste parole: “Le più grandi opere d’arte sono quelle che non si possono mai comprendere completamente, che conservano sempre qualche elemento di mistero. Anche i grandi artisti sono così”.

Dall’altro esiste un recentissimo testo commerciale (ma intelligente) di un noto divulgatore televisivo per capire l’importanza del cantautore nel contesto artistico-intellettuale in cui si trova ad agire fin dal debutto alla fine degli anni Cinquanta: Carlo Massarini in Absolute Beginners. Viaggio alle origini del rock, mediante un paio di canzoni, rivela il contributo enorme offerto da Dylan nel trasformare la folk music e la protest song in qualcosa di nuovo, che verso la metà dei Sixties, viene chiamato folk-rock, ispirando a sua volta decine di gruppi e solisti, per cambiare di nuovo stilemi e prospettive alla fine del decennio medesimo e da allora a oggi condurre il proprio song nella continua metamorfosi della classica forma-canzone tra folk, rock, pop, country, gospel, blues.

Nel capitolo Folksinger ovvero Il folk si trasforma in canzone d’autore, Massarini sostiene “Se c’è una cosa che hai Rocks a fare come nessun altro, e raccontava storie. Brevi. Compiute, con inizio, fine il messaggio. E nato per comunicare, trattandosi di tempi, che come ben sappiamo stanno cambiando, sempre. Che tu abbia dietro una rock’n’roll band o una semplice chitarra acustica, non fa differenza. Ma se hai solo una chitarra acustica, è meglio che le tue storie siano buone”. Buone, al tal punto da meritarsi il Nobel per la Letteratura 2016.

 

Cfr.:

Massarini Carlo, Absolute Beginners. Viaggio alle origini del rock; Hoepli, Milano 2016.

Roberts David (a cura di), Cronache del rock. Una storia visuale dei 250 artisti rock più grandi del mondo, Il Castello, Milano 2013.

Falzon Alex, Bob Dylan. Tu sei quel che sogni, Melville, Siena 2016.

Bob Dylan, Tarantula, Mondadori, Milano 1968.

Bob Dylan, Chronicles Vol. 1, Feltrinelli, Milano 2005.

Bob Dylan, Blues, ballate e canzoni, Newton Compton, Roma 1972.

 

4 pensieri su “Bob Dylan Nobel

  1. Ringrazio il Signor Michelone per avere citato per esteso il mio commento.
    Poesia e musica sono due cose ben distinte.
    La musica non rientra nella letteratura.
    Il teatro sì. Bastava “Mistero buffo” perché Dario Fo potesse giustamente vedersi attribuito il Nobel per la Letteratura.
    Se B D avesse avuto il premio per la musica nessuno avrebbe avuto da ridire nulla.
    Nello specifico, Signor Michelone non posso leggere il libro da lei recensito perché non mi occupo di cantanti o musicisti che dir si voglia se non a livello amatoriale e ogni tanto mi faccio pure una cantatina.
    Comunque vorrei dire al Signor Michelone che se lui avesse letto un po’ in giro e si fosse un po’ documentato avrebbe potuto citare anche ben altri scrittori critici e poeti che hanno dissentito per le stesse ragioni per cui ho dissentito nel vedere assegnato il premio Nobel per la Letteratura a un Signore che da buon anzi ottimo musicista con la Letteratura c’entra come i cavoli a merenda. Io a merenda preferisco la Nutella!

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  2. Caro Fabrizio, l’ultimo post di Michelone, con cui concordo, mi spinge a inviarti la nota mia e di Romanò, ci rendiamo conto che l’occasione è comunque buona. Ciao. Paolo

    Il premio Nobel a Bob Dylan

    Con l’attribuzione del Nobel a Bob Dylan la giuria dell’Accademia di Svezia allarga il perimetro letterario alle forme musicali popolari e colte riscoprendo e innovando una millenaria tradizione di commistione fra le arti, abbandonata da secoli nei contesti perlopiù accademici, ma presente e viva in altri contesti culturali (i grandi cantori brasiliani per esempio). La scelta, che reitera quella compiuta a suo tempo con Dario Fo, si pone nel solco di un allargamento delle tradizioni della modernità senza indulgere a derive postmoderniste, di intrattenimento e minimaliste (Stephen King, Dan Brown, A. Baricco).

    Noi accogliamo con favore l’evento perché ci sembra che questo allargamento non possa che essere fecondo per le sorti della poesia, di quella italiana in particolare nella quale ci sembra, la cautela è d’obbligo, di poter cogliere segni concreti di tentativi di disegnare nuovi percorsi. Tali tentativi, troppo spesso timidi, sono condizionati da un lato da politiche editoriali di pura sopravvivenza, dall’altro dalla resistenza da parte degli autori a lasciarsi definitivamente alle spalle il peso di forme espressive e di contenuti esausti, salvo poi lasciarsi andare a un nauseante piagnisteo sulle sorti derelitte della ‘vera poesia’.

    Al di là delle opinioni e al di là della critica che abbiamo da tempo riservato ai premi e al Nobel in particolare, riteniamo che questa sia una buona occasione per porre alla poesia domande diverse. Franco Romanò e Paolo Rabissi

    (il nostro ragionamento resta per noi valido qualunque sia la scelta di Dylan sull’accettazione o meno del premio. Del resto è consapevolezza comune che si tratta di un riconoscimento tardivo e che il premio avrebbe avuto ben altro senso negli stessi anni settanta).

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  3. Mi sembra di aver già scritto molto sul tema (Nobel a Dylan), continuo a dissentire da Maurizio Soldini e concordo invece con Franco Romanò e Paolo Rabissi. Invito ancora tutti i detrattori (ma anche gli entusiasti) a leggere il libro di Alex Falzon (Bob Dylan tu sei quel che sogni) per capire il grande valore letterario delle liriche dello stesso Bob Dylan.

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