SUL TAMBURO n.26: Francesco Azzirri, “Sostanze in fiera”

francesco-azzirri-sostanze-in-fieraFrancesco Azzirri, Sostanze in fiera, Buccino (Salerno), Eretica Edizioni, 2015

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di Giuseppe Panella

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I quattro elementi sono al centro della ricerca poetica che inaugura questa prima produzione lirica di Francesco Azzirri. Acqua fuoco terra e aria si inseguono e si susseguono in un andirivieni di sensazioni, di sogni, di incerti movimenti e di osservazioni puntuali.

Nell’aria predominano le Creature, esseri un po’ misteriosi e un po’ fatui che si aggirano per il mondo cercando di farsi comprendere dagli uomini e dando loro l’occasione di stupirsi:

«Il maledetto (o impiccato). Strapiombo d’altura / giaciglio sghembo / riempito / da un albero aggobbito. // Il ramo s’inchina / tra ruvide braccia / galante s’insinua / nel vuoto s’affaccia / disposto ad amare / la forca di cordame. // E gira a mezz’aria / l’umana vertigine / in tenebra giostra. // Sconfitta creatura / – rondella carnale – / al margine, in bilico / perno infernale. // La fronte rivolta / in cielo di vene / tra nuvolo marmo / specchiato di fiele. // Immerso nel vuoto / perso è il traguardo / al prodigo ed aulico / voltato lo sguardo. // E cercano gli occhi / permeati del torto / l’appiglio di un conforto» (p. 19).

Figura chiave nella genealogia dei Tarocchi, il bagatto rappresenta in maniera compiuta la follia umana. Appeso all’albero in cui ha trovato riparo e che gli ha accordato il proprio “galante” conforto, l’impiccato cerca conforto nella contemplazione del mondo. E’ il “traguardo” cui giunge chi ha scelto di vivere tra cielo e terra, tra sogno e destino, tra desiderio e potere.

Le Creature descritte da Azzirri sono “cristalli sognanti”, figure a metà tra l’incorporeo e il reale – sono aspirazioni che non riescono a crescere. Il cherubino, il non morto, l’abate, il satellite, il fantasma diurno, l’abate sono, in realtà, tutte facce della stessa medaglia – l’aspirazione aerea a una vita diversa, alla realizzazione di un’idea di vita, una proiezione onirica di quello che potrebbe essere e non è ancora stato. E che forse non saranno mai.

I Buffoni popolano il “dominio del fuoco” – sono personaggi da circo, certo, ma anche figure socialmente connotate in senso deteriore (le beghine) o artistico (il giovane poeta) oppure il decapitato che perde il controllo della sua testa in nome di un abbandono fittizio e volontario:

«Il decapitato. Condottiero usurpatore / nell’assedio ai nettari / la testa perdi / in una coppa / di comodità e sollievi. / Superbia è innata / la sbronza incede / con lume di candele / o in elettricità. // Antico mito / ognun racchiude / eterna odierna storia / della mente che si occlude. // – Ho per caso esagerato / con il vino e quelle ingiurie / mia dama ieri sera? – // Il leone tramutato / in colpa e mal di testa, / dice in modo delicato. // Deceduta compassione / è ormai allo specchio. // Il di lei mesto e privo / di speranza riflesso. // Profetessa rassegnata, / non più Giuditta, / conosce ormai l’inflitta / ripetizione insulsa. // Assente poi risponde: / – La testa hai perso, / orrendamente. / Un’altra volta. –» (p. 34).

Chi perde la testa per una donna o la lascia attraversare e offuscare dai vapori dell’alcool per credersi superiore al resto del mondo e innalzarsi di una testa sopra di esso corre poi il rischio di vedersela decapitare metaforicamente da un potente hangover a venire. Da eroe mitico a uomo comune che cerca il riscatto (e non riesce a trovarlo), il passo è breve e non conduce da nessuna parte. L’ironia di Azzirri suona melodica e sicura e trafigge il soggetto nella sua stessa condanna.

L’acqua, invece, è caratterizzata dalla presenza di Vagiti e tremori, di momenti di ondeggiamento e di oscillazione tra realtà e ricordo, tra apertura a un passato che è fatto di innocenza e di sogno e un presente oscuro e pieno di risentimenti e di inquietudini.

Si passa da una fanciulla dai buoni propositi che regala cuori di plastica e che si sciupano rapidamente per il troppo uso a papaveri “dalle rosse gote”, da una “primavera tarda” e un “crepuscolo” al volo profetico di un corvo:

«Corvo. Oscuro ancorato nel niente / immobile fluttuo di pece / nel cuore del mio cimitero / proietti colpevoli rovi / spargendo semente di erbacce / corvina vedetta elegante. // Maturi possente / con ali raccolte / pensieri di morte. // Banchettano i lupi ringhianti / feroci affamati d’assenza / un freddo terrore trasuda / dai pori esiliata speranza. // L’essenza tramuti in fantasmi / mi incastri nel gioco dei rovi / l’oscuro trasmuta i miei ori / in lapidi questi miei fiori. // – Tremore del cuore / che m’ha abbandonato / in tumulo d’ossa / mi hai tramutato! – // E odo assordante il rintocco / – o alato signore vincente – / del secco nodoso tuo artiglio / d’egregia regia indifferente» (p. 47).

Le ali aperte del corvo alludono a un nero futuro di morte ma il volo che lo allontana dal mondo è anche l’ultima possibilità di fuga: nella vita tutto riposa tranquillo all’ombra del suo fluttuare.

Ultima viene la terra con i suoi momenti: viaggi, ritorni, piccole verità.

La materia di cui è fatta la poesia si riveste delle piccole cose della vita e si sostanzia di una nostalgia che vorrebbe essere presenza e si rivela, invece, ripetizione e rincorsa di una possibile verità sulla vita e sulla sua reale consistenza di sogno.

«Piccole verità. Essere felici / è arte. / Consiste / nello spiccare alti. // Ma la vera bellezza / non richiede vanti. / Dietro l’angolo è l’amarezza / è successo a tanti. // Attenti dunque a volare / nell’aria referenziale / non è sano credete / e il peso raggiungerà / le vostre amate mete. // L’arte e la vita insomma / richiedono naturalezze / donano gioia / e tristezze» (p. 54).

Si tratta di saggezza spicciola forse ma pregnante nella sua assolutezza, fatta di una musica che coglie l’essenza e rende concreta l’astrattezza di ciò di cui è costituita e confitta.

La poesia di Azzirri non è mai complicata o astrusa, altalenante o oscura come pure potrebbe sembrare a una prima lettura – è complessa perché così deve essere. Le sue oscillazioni tra incertezza della realtà e sua coerente rimessa in discussione mediante l’ironia e la musicalità del suo dettato lo rendono un poeta capace di modulare tutte le gamme della poeticità diffusa (tra pathos e sarcasmo, tra nostalgia di pianto e pacata evocazione del passato) e di giocare nella “fiera” che è diventata la vita tutte le sue “sostanze” liriche e umane.

 

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