Habeas Corpus, di Pasquale Vitagliano

habeas

di Augusto Benemeglio

Ci siamo rivisti, con Pasquale Vitagliano, dopo qualche anno, il 2 ottobre u.s. per la presentazione del suo ultimo libro, “Habeas Corpus”, al Pentatonic, Eur, Roma, grazie alla affettuosa ospitalità   di Anna Maria Curci.  Quando incontri uno come lui , che è un uomo impegnato su più fronti, quello di giustizia  , in primis, sai che la sua poesia non sarà evasione né tantomeno sublimazione spiritualeggiante della realtà. La sua poesia è più realista delle cronache politiche, dei reportages su una guerra o su un’epidemia, sulle poroblematiche dei disabili, o delle relazioni sui bilanci e sui deficit.
Ovviamente non ti dà informazioni sui fatti, sulla crisi economica, sulle leggi che regolano i matrimoni, le pensioni o l’assistenza sociale, ma ti dice come gli uomini vivano tutto questo; ti dice come i grandi numeri della disoccupazione, del disagio sociale, o delle ideologie in crescita o in declino si calino nell’esistenza degli individui, diventino la loro quotidianità, la loro carne e il loro sangue. La sua poesia è un corpo vivo che ti dice la verità della realtà più vera, più corposa e concreta, la vita di ogni singolo individuo. Ti dice come egli ama, soffre, desidera, protesta, spera, incontra o fugge gli altri individui.

“Non faccio più lo stesso sogno, /che possiedo la parola giusta

ma non la posso pronunciare/ perché mi si strozza in gola,/ mi viene da piangere, non ci riesco…/ Mentre tutto il resto resta irrisolto,/ gli altri restano attoniti, recitano la parte/ a soggetto, discutono, litigano, si contendono/ la realtà che la mia parola avrebbe potuto chiarire”.

 

La poesia – come sempre – sta tutta nella parola giusta. Il poeta tenta di recuperare quella prima parola nuda, pura, che fu forse grido, e poi fiato di luce e musica sulla tastiera, e infine rito, messa in forma liberatoria. Si scopre che  uno con la parola può fare magie e profezie; la parola combatte, non desiste all’oceano di banalità , di putrefazione della coscienza di sé, combatte contro la malvagità che l’assedia; è potente come il mare, luminosa, chiara , o dolce,   e lieve come quella di un suonatore di flauto o un clown celeste:

“Pronunciò piano la parola / e  la camera si riempì di quel suono,/ne fu subito piena e fu ascoltata/ come se fosse pronunciata la prima volta,/arrivata senza volerlo, non invocata, nuda./ Sconosciuta eppure concreta e nuova/ come solo le cose più elementari/ sanno esserlo./Inspiegabile eppure chiara”.

Forse è immutabile l’ordine delle cose , ma c’è chi sente il dovere d’opporsi , di combattere. Pasquale non si arrende all’evidenza ed è capace di rinuncia , non si ammanta, non si imbelletta , conosce la vanità del tutto e ha in orrore di illudere. Ecco che si annuncia e sfonda gli argini della mera rappresentazione dialettica del mondo, dove la  distribuzione di giustizia e d’ingiustizia non pesa allo stesso modo; s’interessa alle radici del male , è sempre in allarme, in ascolto, mette l’accento sulla ferita , sulla crocifissione quotidiana a cui è vocata. Si accende da sé il proprio rogo fino ala consumazione, al punto di non ritorno .

Non c’è più la malattia /a far galleggiare sul pantano/ il nostro amore senza amore./E’ più molesto /questo nostro stalking quotidiano/ della violenza di un estraneo./”.

Figlio di un marinaio , e di quel popolo di formiche di cui parla Tommaso Fiore, popolo dalla straordinaria operosità e volontà di progresso, che combattè con una terra dura avara e spietata nel periodo più tormentato della nostra storia recente, Pasquale sa benissimo che la sua gente non godè mai i benefici di una “Charta magna”, o di una “Hàbeas corpus act”, una legge che offriva garanzie di libertà. Anzi, il popolo era ( e si può dire che lo sia  ancora oggi) servitù della gleba, aspetta ancora oggi la sua ora di libertà, il suo piccolo giardino col melo, inchiodato com’è a soprusi, sopraffazioni ingiustizie.

“In questi ultimi anni/sono stato trattenuto alla deriva, /deviato dal mio tragitto e preda del passato,/finché non mi è stato restituito l’habeas corpus./Non c’è più un carico da riscattare,/sono la carena vuota che risuona solo del suo destino”.

Perché protrarre questo filo d’inutile d’attesa, perché prolungare l’incompiuto? Perché continuare a navigare al buio, senza radar, alla ricerca di una luce e del mistero dell’origine perpetua?. Diceva Leonardo Sinisgalli che “l’uomo del Sud non matura, stenta a uscire dall’infanzia e quando non è più bambino è già vecchio”, ma Vitagliano sotto questo aspetto non appartiene alla sua regione, sembra più un poeta illuministico lombardo ( un Parini) che convoca il lettore a vedere il corpo intatto, (solo in apparenza) , di una società  in liquidazione di tutti i valori e le tradizioni, con i suoi aspetti risibili o grotteschi e le sue ipocrisie, e lo invita a  partecipare al disgusto delle cose , entrare nella stessa melma senza costruirci sopra un edificio di retorica o di enigmi . L’unghia del tempo non si accolga come futuro di schemi sublimi o negativi, ma come presente su cui meditare con lucidità e occhi asciutti.

Non si riusciva a sentire/ l’ecolalia dei fiumi /ingessati sui corrimano/ di case// Senza margini sono gli storpi,/ senza contorno, i tronchi alla deriva/ sui fiumi, le acque, i fanghi./ Il fango, la melma delle città,/le deiezioni che non si controllano più,/ chiamala merda questa natura pura,/che non riesci a educare perché lo stesso la vita è inesorabile quando scorre cieca,/ il cibo, la sete, il fango, le feci sotto la neve”.

Se ti metti a leggere la prefazione al libro,  di Nicola Vacca, dici, E’ difficile che ci sia qualcosa da aggiungere,  e tuttavia c’è il “non Detto”, il “non Scritto” che l’autore si è tenuto per sé, quella terra di nessuno che è vero continente sconosciuto, il vero luogo da esplorare , qualcosa di simile a un testo dentro il testo , o a innumerevoli testi dentro il testo; fantasmi inafferrabili , ma non meno oggettivi , forse, del testo in sé. In questo libro ci sono invisibili frammenti di un diario straniato dall’ethos che si mescolano con la  cipria metastasiana e le “brigate rosa” dei nostri tempi. Questo è anche un libro di parole invisibili.

“Non solo faccio fatica a leggere / le lettere dell’ottotipo,/ adesso anche da vicino vedo/ le lettere che si dissolvono//.Non ho ottenuto nulla, proprio nulla/ ad ascoltare le parole che mi hai detto,/ ma solo queste sono le parole che conosco,/le tue parole invisibili, parole, le parole manchevoli”.

“Hàbeas Corpus”  è certamente un libro diverso dall’usuale, per la gravità degli affetti e dei destini di oggi , per energia, passione, sudore  dell’impegno civile nell’itinerante opera della nostra storia. Sembra cronaca, ma è poesia : nuda, intensa , spietata, vera  . E’ il corpo dell’arte , specchio arduo della verità, irrevocabile divoratrice di non riassumibili nefandezze e di immondizie che chiesero i maggiorenti che ora non si trovano più da nessuna parte. Ma la speranza e l’amore, per Pasquale Vitagliano,  durano , e rimarranno implacati nel tempo.

Roma, 16 ottobre 2016

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