Bruges la morta

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Georges Rodenbach (1855-1898) pubblicò quel piccolo gioiello che è Bruges la morta (ora di nuovo per Fazi nella traduzione di Catherine McGilvray, pp. 105, euro 15) a puntate, su «Le Figaro», tra il 4 e il 14 febbraio del 1892; una maniera alquanto decadente, questo “studio delle passioni” umane, di celebrare la festa degli innamorati. Le passioni ne escono frastornate, allibite, massacrate. La storia – che tra l’altro fu, per Pierre Boileau e Thomas Narcejac, tra i semi del loro noir D’entre le morts (La donna che visse due volte, in Italia, da cui Hitchcock trasse il film Vertigo) – è quella di Hugues Viane, vedovo da un lustro, trasferitosi nel capoluogo delle Fiandre occidentali perché quella città dalla pelle vellutata, col suo Beghinaggio e “le note salmastre delle campane di parrocchia”, rappresenta un’equazione perfetta tra la sposa deceduta e la morte del tempo che tra i quais funerei è perpetuamente celebrata. Aggrappato al mistero delle danze macabre e ammaliato dai reliquiari bisbiglianti la memoria della giovane moglie – sotto teca, perfino la fatal treccia degli ultimi giorni di malattia –, Hugues, ebbro di salvifico dolore, riedifica la grande piramide della religiosità infantile sulla cui vetta siede la speranza. Di riunirsi a lei, un giorno, di mandar lontano l’impulso di togliersi la vita.

Ma la vita è fatta per turbare l’esattezza di quell’equazione eternamente risolta. Una sera, pellegrinando verso casa lungo il quai du Rosaire, scorge una donna in tutto simile alla defunta. Jane Scott, una danzatrice di Lille, viene a Bruges un paio di volte alla settimana per prendere parte ad alcune rappresentazioni teatrali. Per la felicità dei maligni e dei bigotti – compresa Barbe, la vecchia domestica fiamminga –, la fanciulla imprime movimento alla mortifera immobilità dei sospiri, contagiando i sensi e la carne di Hugues. Da lì, ipnotici rendez-vous, passeggiate, ossessioni. Hugues crede di poter riportare in vita la morta, scalza i massacri di corolle della sua pietosa speranza, inganna i gesti spenti della fede in ciò che ricapitola il dolore.

Tale movimento è tuttavia una caduta. L’inetto e ossessionato Hugues Viane precipita il proprio lutto nei territori del ridicolo per coltivare un folle progetto di gioia. Il miraggio della somiglianza tra le due donne inizia a sfiorire, soffiato via dal pianto dei venti strozzati nei camini. L’estasi si volta in trivio, la speranza in disperazione. Il tentativo di svolgere la città dalle “infinite bende dei suoi canali” restituisce Bruges ancor più chiusa e in putrefazione. Alla compiutezza formale della somiglianza soggiace una sbavatura ontologica che dichiara, una volta per sempre, l’impossibilità di eludere la Morte, da una parte, e dall’altra amplifica però l’urlo della Vita che sporca le illusioni e rende necessario un gesto di riscatto. Un gesto estremo, non quello conclusivo di Hugues Viane, dettato dalla disperazione, ma quello ribelle di chi la vita la accetta nel caos della sua instabilità.

3 pensieri su “Bruges la morta

  1. Pingback: Tra le infinite bende dei canali di Bruges – giacomo verri

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